Smettetela di riportare le persone soccorse in Libia e cominciate a sostenere le operazioni di ricerca e di salvataggio delle navi Ong. Questo è il sunto dell’appello lanciato da Oxfam e Caritas Europa che è stato sottoscritto da 65 associazioni per i diritti umani di tutta Europa. 

Dal gennaio del 2018, sono morte in mare oltre 2 mila e 500 persone, riporta il quotidiano Times Of Malta che ha diffuso l’appello. Erano uomini, donne e bambini. Una tragedia infamante di cui i Governi europei non sono stati soltanto spettatori indifferenti ma anche complici. La lettera, inviata a tutti i ministri di Giustizia e degli Interni degli Stati membri ed ai presidenti delle commissioni europee, denuncia come alcuni Stati – non ci sono riferimenti specifici all’Italia ma non facciamo fatica ad immaginare a chi si riferisce – stanno rendendo addirittura più complicato il lavoro delle organizzazioni civili deputate al salvataggio dei naufraghi in mare e alla loro assistenza in terra. 

Bodies of migrants lie on a boat after being recovered by a Santa Lucia merchant ship 20 nautical miles off the Libyan coast, on August 1, 2017. Photo: AFP/Angelos Tzortzinis

Oxfam e Caritas Europa hanno sottolineato come i Governi – anche qui si parla in generale ma è non ci sono dubbi a chi si riferiscono – abbiano impedito alle imbarcazioni di salpare per le loro operazioni di salvataggio costringendoli a rimanere nei porti e abbiano costruito campagne di accuse false e tendenziose nei confronti dei soccorritori. Lo scorso anno, il Mediterraneo era pattugliato da 5 navi soccorso. Oggi, anche l’ultima nave di speranza è stata costretta a rimanere in porto. 

Con la complicità dei Governi europei, la guardia costiera libica, ha intercettato 15 mila persone, nel corso del 2018, e le ha riportate nei centri de detenzione condannandoli ad un destino di maltrattamenti, torture e schiavitù. 

L’appello chiede ai leder europei di impegnarsi a raggiungere un accordo capace di salvare le persone e di rispettare i diritti umani, tra i quali quello dell’asilo, sostenendo, invece che boicottare le Ong che lavorano con questo obiettivo. “Ogni Paese europeo dovrebbe consentire a tutte le navi che svolgono attività di ricerca e soccorso di attraccare nei loro porti, sbarcare i naufraghi e ritornare il più celermente possibili in mare”. 

Sotto accusa anche i progetti di cooperazione con la Libia. La lettera chiede ufficialmente ai Governi di sospendere ogni forma di aiuto al Paese nordafricano sono a che questi non fornirà precise garanzie di rispetto dei diritti dei migranti. 

Testimonianze

Oxfam ha allegato, a sostegno dell’appello, anche alcune testimonianze raccolte tra i migranti sopravvissuti, augurandosi che chi le legge non possa rimanere indifferente. 

Moussa, 17 anni, originario del Mali, è stato intercettato da guardia costiera libica e portato in un centro di detenzione di Tripoli: “Mi hanno chiesto più soldi, ma non avevo più niente da dare loro. Allora mi hanno picchiato sulla pianta dei piedi, sui polpacci e sulle ginocchia. Io cercavo di spiegargli che non potevo fare niente. Non avevo nessun familiare in Mali cui chiedere denaro. Ho visto un ragazzo del Gambia picchiato a morte perché aveva osato replicare ai carnefici”.

Yonas, 28, dall’Eritrea, è stato fermato in Libia da una delle tante bande irregolari che commerciano in schiavi. “Ho vissuto per un anno e mezzo in due carceri… le condizioni erano terrificanti, chi si ammalava non poteva neppure sperare di avere una medicina. Molti sono morti e sepolti come bestie. Le donne sono state tutte violentate davanti a noi. Non è passato giorno in cui non ci abbiano picchiato. Lae guardie carcerarie ci obbligavano a chiamare i nostri famigliari rimasti in patria per chiedere denaro e denaro. Chi non ne aveva faceva una brutta fine”.

Ibrahim, 26 anni, dalla Guinea, è stato fermato dalla milizia a Tripoli: “Il giorno in cui sono stato arrestato, c’era del personale delle nazioni Unite in visita al carcere. Ci hanno trattato bene, ci hanno fatto indossare dei vestiti puliti, hanno anche cucinato del cibo e c’era un medico che ci ha visitato. Il giorno dopo, appena i rappresentanti Onu sono andati via, le cosa sono cambiate immediatamente. Le guardi ci hanno preso tutto quello che ci avevano dato, cibo, vestiti e anche il sapone, e hanno cominciato a torturarci”.