Stanchi di attendere una risposta dall’Unhcr, il 16 dicembre 1585 persone, tra cui donne e bambini, esausti, hanno deciso di abbandonare il campo profughi di Agadez. Più volte, in questi ultime mesi, ci avevano denunciato la drammaticità della loro situazione che si consumava nell’attesa di una risposta che non arrivava mai. Alcuni di loro sono confinati tra quelle mura da circa 3 anni, senza neppure una idea di come sarà il loro futuro. Una situazione che sembra pesare soprattutto sui confinati di Agadez. “I profughi di Niamey sono più fortunati – ci hanno spiegato quando li abbiamo incontrati nell’ottobre del 2019, mentre cercavano un po’ di frescura sotto uno dei rari alberi nelle vicinanza del campo -. I ricollocamenti nella capitale del Niger sono più veloci. Noi siamo sempre fermi qui”. I profughi erano stati inizialmente ricollocati in alcuni in appartamenti ad Agadez, ma la protette di cittadini della città nigerina li aveva fatti sloggiare.  

La soluzione trovata dall’Unhcr è un campo in mezzo al deserto, a 15 chilometri dalla città dove la temperatura sale anche a 50 gradi. Ci sono medici, psicologi e mediatori e l’Unhcr è riuscita ad ottenere che potessero chiedere asilo ed essere ricollocati. Ma questo significa accettare di stare in niger anche molto tempo. Sono quasi mille e cinquecento persone tra cui un centinaio di minori o bambini. “Fa talmente caldo che non possiamo stare nelle baracche e preferiamo stare sotto quest’albero tutta la giornata” spiegano. “Non facciamo nulla perché non abbiamo nulla da fare. Se avessimo soldi partiremmo. Alcuni di noi non sanno nemmeno cosa è successo alle loro famiglie in Darfur. Non abbiamo nessuna possibilità di comunicare. Attendiamo la decisione di una commissione che non arriva mai. E quelli di noi che sono stati diniegati? Che ne sarà di loro?”

Ogni profugo ha diritto a 25 litri di acqua al giorno che gli viene messa in un bidone. “Con quell’acqua ci laviamo, prepariamo il te, laviamo i vestiti e beviamo”.

I colloqui per la valutazione della concessione d’asilo sono al massimo due. Entrambi gestiti dalla medesima commissione. Nessuna possibilità di ricorso. In Niger, del resto, il diritto d’asilo non è contemplato. Tutto è demandato alle scelte insindacabili dell’Unhcr. Due rifiuti implicano la consegna del diniegato all’Oim che si incarica dei “rimpatri volontari”. Da scrivere tra virgolette perché questi rimpatri sono tutto fuorché volontari. 

Ma anche per i “fortunati” che superano l’esame dell’agenzia Onu per i rifugiati, c’è da aspettare tutta la lunghissima trafila per i ricollocamenti. E comincia l’attesa infinita. “Qui non siamo più uomini. Siamo fermi. Immobili. Siamo più fermi noi di questo albero sotto cui ci ripariamo”. Man mano che passano i giorni, i mesi e gli anni, l’orizzonte si fa sempre più lontano mentre cresce un senso di insicurezza e di confusione. Quando potrò uscire da questo campo e tornare a vivere? A che punto la mia trafila? Quali problemi ci sono e, soprattutto, chi è che deve decidere? 

“Anni e mesi fermi nel niente. Non vediamo nessun futuro davanti a noi. E questa è una tortura paragonabile a quelle fisiche che ci hanno inferto in Libia. E’ terribile veder crescere i nostri figli in mezzo a questo niente”. 

Il 16 dicembre, uomini, donne e bambini dei campo di Agadez hanno deciso di mettersi in marcia. Più di mille e trecento persone si sono caricati sulle spalle il poco bagaglio che hanno, sono usciti dal campo e, finalmente “abbiamo ricominciato a vivere. A risentire il nostro sangue scorrere nelle vene. Indietro non vogliamo più tornare”. La marcia dei disperati è cominciata nelle primissime ore del mattino, quando il caldo asfissiante del deserto concede ancora qualche pausa. Qualche ora dopo hanno raggiunto la sede degli uffici dell’Unhcr di Agadez. E lì si sono seduti, in un presidio pacifico, chiedendo all’Unhcr risposte concrete alle loro domande. Un assedio che dura quasi tre settimane, sino a che le autorità nigerine decidono di sgomberare il presidio con l’uso della forza. 

Il 4 gennaio, alle 5 del mattino, la polizia carica il presidio sparando in aria e picchiando chi opponeva resistenza anche passiva. I richiedenti asilo sono brutalmente riportati nel campo dal quale avevano giurato che non sarebbero mai più tornati. Gli scontri però continuano anche nel campo. Le baracche vengono date alle fiamme, secondo quanto racconta la polizia, dai profughi stessi e l’80 per cento del campo di Agadez viene devastato dall’incendio. 335 migranti, per lo più sudanesi, vengono arrestati e tradotti in carcere. Si tratta prevalentemente di sudanesi. L’Unhcr sta provvedendo agli avvocati per le persone imprigionate.

Gli attivisti locali si sono rivolti ad Amnesty International affinché vigili che vengano garantiti i diritti dei detenuti dei quali non si hanno più notizie. Durante la conferenza stampa del procuratore di Agadez inoltre, è stato impedito l’accesso alla stampa indipendente ed ai rappresentanti della società civile. 

Un situazione, questa che si sta vivendo nel Niger che va imputata alle politiche europee di esternalizzazione delle frontiere. Esternalizzazione che altro non è che una forma moderna di colonialismo, in cui l’uomo bianco decide chi può muoversi e chi no, e che trasforma donne, uomini e bambini in una merce da valorizzare o da buttare a seconda delle esigenze del momento. 

Una arroganza che va demolita sin dalle sue basi in nome del basilare diritto della persona a spostarsi a suo piacimento per cercare di costruirsi una vita dove meglio crede. L’impegno sul posto di figure professionali come quelle messe in campo dall’Unhcr, pur con le migliori intenzioni, non potranno mai rappresentare  una soluzione alla questione dei profughi senza che cada prima questo nuova forma di colonialismo dei Paesi ricchi nei confronti dei Paesi poveri.