Sono i giorni in cui il popolo libico gira il volto a destra e a sinistra, compulsivamente, ritrovandosi col destino nelle mani di due dittatori. Erdogan da un lato, Al Sisi dall’altro.
Sono i giorni in cui l’odore di pace viene coperto dall’acre sapore di polvere da sparo, che continua a insediarsi nei polmoni dei civili ormai allo stremo.
Di mezzo, i due attori regionali, che gonfiano il petto ma si ritrovano in realtà marionette cui muovono i fili: ad Al Sarraj, li muove Erdogan. Ad Haftar, Al Sisi.
L’offensiva del LNA è stata bloccata, rispedita al mittente. Il ventriloquo Al Sisi propone il cessate il fuoco, conscio che la guerra è praticamente persa. Il suo burattino Haftar immediatamente accetta.
Dall’altro lato il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, rifiuta la tregua: vuole la testa del nemico.

In soldoni, la Turchia per bocca del suo ministro mette in chiaro due cose.
La prima, adesso il piatto lo vuole pieno. Il secondo, parla della Libia come se fosse proprietà turca. Una colonia. Le mire espansionistiche in stile ottomano devono affacciarsi sul Mediterraneo, accaparrarsi il petrolio a discapito di Francia ed Italia in primis, far arrivare l’ombra turca fino ai piedi dell’Europa.
Sono giorni in cui il popolo libico si vede allo specchio mutilato: distrutto da una guerra che ha portato soltanto la Libia ad essere colonia della Turchia. Una sconfitta a 360° che sottolinea l’inutilità del conflitto.
Sono i giorni in cui l’UE ed i Ministri degli Esteri di Germania Francia ed Italia, invitano al ritiro delle truppe straniere: della Russia, che ha rafforzato la presenza di aerei da guerra in risposta ai droni turchi che hanno respinto le forze di Hafatr da Tripoli. L’Arabia Saudita, del “dove c’è guerra e morti ci siamo noi”. Gli EAU, con i suoi ufficiali che istruiscono le milizie di Haftar.

Ma c’è un dettaglio: questa guerra è fatta anche con armi di matrice europea. Vendute a sauditi, ai russi, agli egiziani, ai turchi ed agli stessi libici violando l’embargo.
Sono giorni in cui escono fuori nuovi orrori: sono state scoperte almeno otto fosse comuni, la maggior parte nella Libia occidentale, a Tarhuna. Sono centinaia i corpi rinvenuti: di soldati, ma anche di tanti civili. Di dipendenti statali, attivisti.
In questo contesto, dove la Turchia assoggetta di fatto la Libia arrivando ad un tiro di schioppo dall’Europa, Erdogan si sente il padrone. E il padrone fa, in barba al diritto internazionale ed all’Europa stessa.
A Misurata sono presenti perennemente almeno tre anonimi pescherecci che, la storia insegna, troppe volte si è scoperto siano molto di più.
Cosa ci fanno navi che pescano in un Paese in piena guerra?
Ed è presente la Roseline A, battente bandiera turca ed attraccata a Misurata. Trasporta cargo A, ovvero armi. E’ registrata al porto di Izmir, punto strategico per il traffico di armi. E’ un colosso di di 147.98 per 24.69 metri e da almeno un mese fa il pendolino nella fascia Turchia – Libia rifornendo, di fatto, le milizie di Al Sarraj.
Ambarli – Korfez – Misurata – Khoms – Tripoli il primo step, navigando per ventuno giorni e fino al 31/05/2020. Poi l’iter riparte: Gemlik – Ambarli – Korfez, trittico per caricare le armi. Partenza per Misurata dove attracca l’11 giugno 2020.

Di fatto, Ankara passeggia nel Mediterraneo con navi di armi come se nulla fosse, infischiandosene dei richiami dell’ONU e dell’Europa stessa. L’UE si chiude gli occhi e la bocca, si tappa le orecchie: non capendo che la Turchia è davvero diventata una concreta minaccia.
Sorge spontanea una domanda: non sarebbe ora di tagliare i rapporti economici e la vendita di armi ad Erdogan?

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