Il centro di detenzioni di Tajoura, a pochi chilometri ad est di Tripoli, è stato sottoposto ieri ad un violento bombardamento aereo. Secondo Malek Merset, portavoce del Governo di Alleanza Nazionale guidato dal presidente Fayez al-Serraj, l’attacco sarebbe da attribuire alle milizie del generale Khalifa Haftar che nei giorni scorsi aveva annunciato “decisivi raid aerei su postazioni selezionate” per fiaccare la resistenza degli uomini di al-Serraj. Una quarantina di migrati – tra uomini, donne e bambini – sono rimaste uccisi. Almeno il doppio i feriti gravi.

In questo centro, che per il nostro Governo continua ad essere “sicuro”, sono stati portati una 90ina di migrati ricatturati dopo un respingimento in mare il 27 giugno operato dalla guardia costiera libica.

Sempre Malek Merset ha assicurato che i feriti sono stati trasportati in ospedale d’urgenza. Non abbiamo comunque conferma di queste operazioni di assistenza da parte di organizzazioni non governative che, da tempo, hanno denunciato come i migranti del campo di Tajoura come di altri campi libici siano “abbandonati a se stessi” e privati addirittura di rifornimenti regolari di cibo e acqua tanto che almeno una ventina sono morti di fame. Inascoltati, sino ad oggi, tutti gli appelli delle associazioni umanitarie ad evacuare i profughi da queste strutture carcerarie che si sono rivelate delle camere di tortura ed ora, in pieno conflitto civile, anche delle trappole mortali.

Da parte dei portavoce del generale Haftar non è ancora arrivata una smentita. Non si capisce comunque come un campo profughi possa essere ritenuto un “obiettivo selezionato”, se non come pressione politica all’Europa. A Tajoura ci sono caserme abbandonate e la sede di una accademia militare che però non sono state sfiorate dal bombardamento. Nelle vicinanze ci sono anche importanti impianti petroliferi gestiti da Eni e da Libyan Oil Company che continuano a funzionare a pieno regime. Neppure questi sono stati bombardati. La guerra si combatte per il petrolio. I pozzi e gli impianti di estrazione e di trasporto sono i posti più sicuri dell’intero Paese.