Mentre continua la guerra politica e giudiziaria alle Ong che salvano vite in mare, dai centri di detenzione in Libia continuiamo a ricevere coraggiosi messaggi e tragiche testimonianze dei trattenuti. Ci informano che un altro “carico” di persone sono arrivate a Zawuya, appena prelevate dal mare. Altri uomini, donne e bambini che hanno provato a scappare dal conflitto in Libia e dalle torture perpetrate nei centri detentivi – torture riconosciute oramai anche dalla stessa Europa – , sono stati riconsegnati nelle mani dei carnefici.

La prassi, ci viene riferito, rimane la stessa: le persone respinte dal mare vengono rinchiuse in un’area all’interno del centro di Zawuya in cui non si ha accesso; la stessa zona in cui sono state ammazzate persone e dove procedono le torture.

“Le persone di nazionalità libica vengono rilasciate, i neri no” ci spiega A* mentre ci invia la foto di un giovane somalo di appena 16 anni, mandato nel centro dall’ospedale di Zawuya, con un collare ed una flebo.

Sono molti i minori non accompagnati che continuano a girare nel centro di Zawuya in cerca di acqua che oramai viene distribuita solo a pagamento.

Fuori del centro, gruppi di militari controllano la zona e si susseguono le sparatorie. Tra gli uomini appena sbarcati ed altri presenti nel centro di detenzione sono stati prelevati 16 sudanesi, immediatamente arruolati per fornire ancora carne da macello al conflitto.

Scorrono i nomi e i codici Unhcr nei messaggi che ci giungono. Dietro vi sono storie di chi nell’attesa di essere finalmente liberato ha perso ogni speranza: “Non so cosa significa per voi Libertà. Per me non ci sarà, ho 17 anni ed ho già vissuto 4 anni in detenzione in Libia, posso solo fare tutto il possibile perché altri possano almeno continuare a sperare”.