di Pietro Panico, Yasmine Accardo, Alhassane Bilalane

Agadez, alba del sedicesimo giorno di Dicembre.

Natale è alle porte, ma non per i 1585 profughi sudanesi che hanno deciso di lasciare il campo di prima accoglienza, in cui alcuni stavano anche da due anni. Sono stanchi di aspettare nel nulla. Vite bloccate. Nel Niger ricoperto di oro ed armi dagli Stati membri UE, succede che inizia la diaspora di migliaia di uomini donne e bambini in condizioni di estrema povertà e vulnerabilità.

Ci parlano del futuro che non c’è, di voler tornare ad essere uomini liberi. Di fronte al passo il deserto e le frontiere imposte dagli interessi dei Governi europei.

Piegati dalla snervante attesa di una fantomatica protezione internazionale, colpiti dalla povertà estrema, massacrati da un sogno Europa divenuto incubo.

Un palmo di sguardo più avanti, la traversata dell’infernale Sahara e il suo girone più crudele, la Libia. E chi oggi marcia, lì andrà o da lì è passato, per poi essere catapultato nell’hotspot Niger: sono uomini in cerca di giustizia contro i poteri del mondo dorato in cui viviamo noi dall’altra sponda del mare. Quei poteri che li condannano ad attese infinite, alla detenzione, alla morte.

Lo sanno bene perché in tanti i lager di tortura libici li hanno già vissuti e ne sono scappati. Eppure ricominciano il loro cammino verso il Mediterraneo, su cui si specchia con vanesia l’Europa diventata narcisista.

In questo momento, magari, una donna starà vestendo col miglior vestito rosso la sua bambina, pronta alla traversata: quando si attraversa il mare, ci si mette il vestito migliore, per poter almeno morire con dignità. Quella dignità di cui le “democrazie” hanno spogliato gli obiettivi (divenuti utopie) dei profughi. Di chi scappa dalla leva a tempo indeterminato, dai lavori forzati, da una vita che “è meglio la morte”.

La loro permanenza in Niger si chiama esternalizzazione delle frontiere.

C’è chi si arroga il diritto di fermarli, farli aspettare forse per sempre, in un “altrove” con le sembianze vivide del limbo appena prima dell’inferno.

Un crudele gioco di “avanti ed indietro” che spezza in mille pezzi, sfibra, snerva ed annichilisce anche la psiche più forte.

A circa 15 km da Agadez, i profughi lasciano il centro di UNHCR e si dirigono verso la città. Altri si fermano davanti la sede dell’Ente per protestare o solo per ricevere una risposta alle loro domande: perché le nostre vite restano fuori la porta? Perché le vostre vite procedono e le nostre no?

Tutti hanno nello sguardo la paura di guardare avanti verso un futuro che non c’è, tutti hanno nello sguardo la paura di guardare indietro verso un passato di violenza che purtroppo c’è.

Una busta di plastica con dentro qualche vestito, tappine scadenti, il passo dondolante dell’incertezza: un uomo tira dritto, seguito da un bambino con passo felpato.

Persone con il diritto di asilo che vengono rispedite indietro come un pacco: “ti saluto, chi si è visto, si è visto”.

Un fila di persone, almeno trecento metri, abbandono la periferia di Agadez.

E’ una diaspora di dimensioni bibliche.

“No life in desert”, dicono. “Non è vita quella del centro”, ripetono. Un bambino mostra un cartello “we are victims of war”, dietro si scorge una giovane madre con in braccio una bambina di al massimo un anno.

Mohammed dice:

“Noi partiamo. Qui non ci sta nulla. Non vediamo nulla nel futuro. Andiamo, anche se moriremo. Se soffriremo. Andiamo. Abbiamo già subito guerra e torture. Ma qui non siamo più uomini. Andiamo.”

L’ennesimo atto tragico dell’Africa del XXI secolo.

Stanotte restano in presidio di fronte agli uffici UNHCR di Agadez.

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