Rana Jawad, Corrispondente dal Nord Africa per BBC – 31 luglio 2019

Dopo un terribile calvario di due anni attraverso tre paesi – dopo essere stato comprato e venduto dai trafficanti ed essere sopravvissuto a corto di carburante su un gommone nel tentativo di attraversare il Mediterraneo – alla fine Mohamed ha perso la speranza.

La moglie dell’uomo somalo, Leyla, di 21 anni, richiama alla mente il giorno in cui si è ucciso dandosi fuoco, dopo aver scoperto che i due non erano nell’elenco dei rifugiati delle Nazioni Unite.

I coniugi dovevano essere evacuati dal centro di detenzione di Triq al-Sikka, gestito da una milizia filo-governativa nella capitale, Tripoli, dove le Nazioni Unite forniscono assistenza umanitaria. (I nomi della coppia sono stati cambiati per la sicurezza di Leyla).

Ci avevano detto che saremmo stati i prossimi a partire. Così quando l’elenco è uscito, Mohamed mi ha chiesto di andare a controllarlo. Ma i nostri nomi non c’erano. Ho dovuto dirgli che non ce l’avevamo fatta ancora una volta”.

Moltissime persone arrivate dopo di noi avevano già lasciato il centro. Mohamed era sconvolto e confuso. È successo tutto poco prima delle preghiere della sera presto. L’ho visto. Era bruciato. Mi hanno detto che si è ricoperto d benzina e si è dato fuoco”.

“Evacuazione programmata”

Leyla afferma che le condizioni del centro di detenzione, uno dei circa 12 centri in Libia occidentale controllati nominalmente dal governo di Tripoli, erano deplorevoli.

Ero chiusa in una piccola stanza con altre 50 donne ed un solo secchio da usare come bagno”.

“A malapena mangiavamo, e non c’era mai abbastanza acqua. Molte persone si sono ammalate di tubercolosi, alcune sono morte tra le mie braccia. Sono stata picchiata, e ci torturavano con l’elettricità” ha detto alla BBC.

Mohamed è morto più tardi in ospedale”, ha affermato.

L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha riferito alla BBC che il personale dell’ONU ha visitato il centro di detenzione il giorno della morte di Mohamed, ma che la sua morte non era collegata alla visita.

Il defunto richiedente asilo e sua moglie erano stati entrambi inseriti in una evacuazione programmata per il mese successivo”, ha aggiunto.

L’UNHCR nega che il suo lavoro legittimi il centro, e afferma che esso concorre invece a migliorare le condizioni al suo interno. Ma alcuni operatori umanitari non sono d’accordo, e due gruppi hanno smesso di lavorare con l’UNHCR.

La coppia è fuggita dai militanti islamici al-Shabab in Somalia nel 2016 ed è finita nelle mani di bande di trafficanti di esseri umani in Libia.

Come una coppia di migranti ha provato a fuggire dalla Somalia all’Europa.

Dopo una sparatoria tra trafficanti a Bani Walid, soprannominata la capitale del traffico della Libia occidentale, i due sono scappati e sono riusciti ad imbarcarsi su un gommone con altri 140 migranti per tentare la traversata del Mediterraneo.

Ma l’imbarcazione ha ben presto finito il carburante e la guardia costiera libica, addestrata e appoggiata dall’Unione europea, li ha condotti forzatamente a Tripoli, dove i migranti sono stati accolti dal personale dell’ONU e poi trasportati in camion militari verso il centro di detenzione.

La “collusione” della guardia costiera libica

L’UNHCR, il cui mandato è quello di proteggere i rifugiati, e la sua agenzia sorella, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), hanno ricevuto aspre critiche da operatori umanitari e migranti in relazione alla loro cooperazione con la guardia costiera libica, che è stata accusata di violazioni dei diritti umani durante alcune operazioni di salvataggio in mare.


Dal 2015 sia l’UNHCR che l’OIM hanno organizzato seminari di formazione e fornito equipaggiamenti alla guardia costiera libica, che lo scorso anno ha intercettato più di 15.000 persone e le ha ricondotte in Libia.

Alcuni dicono che questa cooperazione con la guardia costiera libica compromette l’imparzialità delle due agenzie delle Nazioni Unite.

Collaborano con l’UE per garantire che il problema dell’immigrazione non arrivi in Europa” ha affermato un operatore umanitario.
Questo è lo scopo dell’UE e di alcuni stati europei, e credo che loro (l’UNHCR e l’OIM) ne siano gli attuatori sul campo”.

Circa 800.000 migranti e 50.000 rifugiati e richiedenti asilo registrati, attualmente vivono in Libia. L’Unione Europea ha rafforzato le misure per impedirgli di attraversare il Mediterraneo.

Nei primi 3 mesi del 2019 circa 15.900 rifugiati e migranti sono giunti in Europa attraverso la rotta mediterranea – con un calo del 17% rispetto allo stesso periodo del 2018.

In una dichiarazione l’UE ha affermato che “non cerca di fermare l’immigrazione globale, ma lavora con partner internazionali per gestire la migrazione internazionale, proteggere i diritti umani dei migranti, prevenire pericolosi viaggi irregolari sfruttati dai trafficanti di esseri umani, ed assicurare opportunità legali e sicure di arrivo”.

La migrazione globale deve essere affrontata attraverso numerosi canali e con un approccio multilaterale. Nel caso della Libia, l’UE lavora con partner presenti sul campo, comprese le agenzie delle Nazioni Unite come l’UNHCR o l’OIM”, è aggiunto nella dichiarazione.

Ma per Julien Raikman, a capo della missione di MSF in Libia, i migranti non dovrebbero essere riportati indietro in Libia: “ciò è completamente illegale, ed è questo che non capiamo. Noi diciamo che questo non è un porto sicuro”.

L’UNHCR e l’OIM dicono di agire per la salvaguardia delle vite dei migranti.

Abbiamo agito nell’interesse dei migranti, non di quello della guardia costiera. Noi sosteniamo con forza che i migranti che vengono ricondotti verso le coste libiche dalla guardia costiera libica non dovrebbero essere detenuti arbitrariamente, ed anzi che non dovrebbero essere detenuti affatto. Giorno per giorno il nostro personale visita i centri di detenzione per cercare di assistere i migranti”, ha detto l’OIM alla BBC.

“Aiutare” le milizie

L’UNHCR afferma che la sua presenza nei porti dove la guardia costiera libica conduce i migranti intercettati è importante, perché lì può registrarli e fornire assistenza.

Non credo che trovarsi nei punti di sbarco significhi partecipare a meccanismi criminali”, ha detto alla BBC il country manager dell’UNHCR Jean Paul Cavalieri.


Ma i critici, inclusi gli ex dipendenti dell’UNHCR, credono che la presenza dell’organizzazione legittimi il ritorno illegale dei migranti in Libia e il loro trasferimento nei centri di detenzione.

Rifugiati come Leyla rischiano di essere torturati, abusati da guardie sotto l’effetto di droghe o ubriache di notte, che maltrattano, picchiano i rifugiati in totale impunità – decidendo intenzionalmente di ridurli alla fame per settimane” dice Giulia Tranchina, un’avvocatessa che ha rappresentato persone intrappolate in Libia.

Si dice che i centri di detenzione siano più simili a prigioni e rappresentino un’opportunità di fare soldi per le milizie.

Il massimo funzionario dell’UNHCR ammette: ”Questi centri di detenzione, perlomeno alcuni di loro, sono dei business che coinvolgono trafficanti, contrabbandieri e a volte anche il lavoro forzato”.

Egli sostiene che il lavoro dell’UNHCR nei centri di detenzione non li legittima- visto che esisterebbero lo stesso- e che registrando i migranti imprigionati si evita che questi vengano venduti ai trafficanti.
Tuttavia testimoni hanno riportato alla BBC che molti detenuti non riescono mai a registrarsi.

Organizzazione “incompetente”

Le Nazioni Unite e altre organizzazioni non governative ritengono che la Libia sia un ambiente difficile in cui lavorare – e l’UNHCR non è neppure riconosciuta dal governo di Tripoli.

Da quando Muammar Gheddafi è stato deposto e ucciso nel 2011, il paese è diventato un campo di battaglia, con milizie rivali che lottano per il controllo. Il governo appoggiato dalle Nazioni Unite a Tripoli ha poco potere in sé, affidandosi invece a vari gruppi armati per combattere un’autorità rivale con sede nell’est, guidata dal generale canaglia Khalifa Haftar.


Una tranche di documenti riservati, rapporti inediti e corrispondenza e-mail fornita alla BBC da diverse fonti rivela anche una risposta umanitaria caotica e “disfunzionale“, soprattutto quando si tratta di altre ONG.

Non ho mai visto un livello simile di incompetenza”, ha detto un operatore umanitario in Libia che ha lavorato a stretto contatto con l’UNHCR.


Dal 2014 l’UE ha speso 338 milioni di euro (377 milioni di dollari; 303 milioni di sterline) per progetti in Libia destinati ad aiutare migranti come Leyla e Mohamed, finanziando l’ONU e le ONG.

Un audit delle Nazioni Unite sull’UNHCR pubblicato a marzo, ha rivelato una cattiva gestione dei fondi, svariati casi di errori nella valutazione degli aiuti necessari, e insuccessi nella verifica della loro consegna.

Il rapporto ha rivelato che 2,9 milioni di dollari sono stati spesi in eccesso in aiuti che non sono poi stati utilizzati. Ha anche lasciato intendere che le offerte per i contratti non fossero trasparenti e ci si chiedeva perché gli accordi fossero fatti in dollari statunitensi piuttosto che in valuta locale.

Le prove documentali fornite alla BBC mostrano che i donatori erano stati informati dei fallimenti dal 2018.

A giugno, un’e-mail trapelata alla BBC, indirizzata a funzionari e diplomatici dell’UE, parlava del deterioramento delle condizioni nel centro di detenzione di Khoms, citando violazioni dei diritti umani, sparizioni di migranti, e sospetta collusione tra guardie carcerarie e trafficanti di esseri umani.

Due ONG straniere, incluso International Medical Corps, hanno quindi sospeso unilateralmente il loro lavoro lì, citando una mancanza di risposte da parte dell’UNHCR e dell’OIM.

A dicembre l’UNHCR ha pagato 3,5 milioni di dollari per un controverso “Centro di raccolta e partenza” a Tripoli, celebrato dall’UE come un’”alternativa alla detenzione” libera dagli abusi osservati in altri centri.

Ma perfino l’accesso al complesso è controllato dal Ministero degli Interni di Tripoli e non vi è libertà di movimento per i migranti in attesa di essere evacuati nel vicino Niger.

Leyla ora ha lasciato il centro di detenzione di Triq al-Sikka. Ha affermato: “Qualcuno dell’esercito libico mi ha detto che la morte di Mohamed è stata ordinata da Dio e che avrei dovuto accettarla e lasciar perdere”.

Mi hanno tenuto lì, nella stessa prigione per tre mesi dopo la sua morte.”
Traumatizzata dal suo calvario, ora vive in una tenda in un campo di transito dell’UNHCR in Niger.

Dice che tornare in Somalia sarebbe “una condanna a morte“, ma è ancora spaventata, e non ha ancora alcuna idea di quale sarà il suo destino.