Dossier Libia https://dossierlibia.lasciatecientrare.it Abusi e violazioni sull'altra sponda del Mediterraneo Sat, 09 Nov 2019 18:37:19 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.2.4 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/wp-content/uploads/2018/09/cropped-Dossier_Libia_logo_icon-32x32.jpg Dossier Libia https://dossierlibia.lasciatecientrare.it 32 32 Mezzo miliardo di euro. Ecco quanto è costato all’Italia mantenere i campi di tortura in Libia negli ultimi due anni https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/mezzo-miliardo-di-euro-ecco-quanto-e-costato-allitalia-mantenere-i-campi-di-tortura-in-libia-negli-ultimi-due-anni/ Sat, 09 Nov 2019 18:37:10 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1725 Le famose dieci motovedette che ci sono costate 250 mila euro l’una, per un totale di due milioni e mezzo di euro, sono solo l’ultimo regalo che il Governo Italiano fa alla guardia costiera libica. Sì, avete letto bene. La Guardia Costiera libica, quella fedele al Governo di Accordo Nazionale del premier Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj. […]

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Le famose dieci motovedette che ci sono costate 250 mila euro l’una, per un totale di due milioni e mezzo di euro, sono solo l’ultimo regalo che il Governo Italiano fa alla guardia costiera libica. Sì, avete letto bene. La Guardia Costiera libica, quella fedele al Governo di Accordo Nazionale del premier Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj. Quella che non soltanto inchieste giornalistiche o denunce di associazioni per i diritti umani ma anche processi giudiziari e rapporti di osservatori dell’Onu hanno indicato come un’organizzazione in mano a criminali che gestisce la tratta dei migranti. Proprio quella marina che minaccia le navi delle Ong, riporta i profughi dentro gli inferni dei campi di concentramento, quando non li lascia morire in mare o li accoppa direttamente a fucilate, come è recentemente accaduto ad un profugo sudanese. E’ cambiato il Governo non è cambiata la politica italiana nel Mediterraneo. L’Italia ha regalato altri due milioni e mezzo di euro a dichiarati trafficanti di uomini come il noto Abdul Rhaman Milad meglio conosciuto come Bija, appena riconfermato a capo della Guardia costiera, dopo un breve allontanamento dovuto agli scandali sollevati dalle pesantissime accuse dei funzionari delle Nazioni Unite. 

Un altro regalo milionario ad un regime criminale che, oramai nessuno si azzarda a negarlo, basa la sua forza sul traffico di armi, petrolio ed esseri umani ed è responsabile di torture, stupri, uccisioni e continue violazioni dei diritti umani.

Ma lasciamo perdere l’aspetto umano, per una volta almeno, e chiediamoci soltanto questo: quanto costa al nostro Paese finanziare questo circo dell’orrore

Una domanda alla quale non è affatto facile rispondere. E il primo motivo è che il nostro Governo – e parliamo tanto del Conte 1 che del Conte 2 che dei precedenti – non vuole che queste rendicontazioni vengano alla luce. I legali dell’Asgi, l’associazione studi giuridici sull’immigrazione, avevano inoltrato una formale richiesta di trasparenza a riguardo al ministero degli Affari Esteri. E’ notizia di due settimane fa che il Tar del Lazio abbia respinto tale domanda. I contribuenti italiani non possono sapere come il ministero spende i loro soldi in terra libica. 

Per avere una idea di quanto ci costa mantenere i torturatori libici, altro non resta da fare che buttare giù due “conti della serva”. 

Lo ha fatto, e bene, una inchiesta pubblicato su Euronews ad opera del collega Lillo Montalto Monella secondo cui “risulta che negli ultimi due anni l’Italia ha messo nel piatto libico quasi 475 milioni di euro, di cui 100 milioni provenienti da Bruxelles”.

Quasi mezzo miliardo di euro in due anni! E, come se non bastasse, si tratta di una cifra di sicuro sottostimata. Se non altro perché si riferisce ai finanziamenti regalati ad una sola delle fazioni in guerra, quella del tripolitana di al-Sarrāj. Ma l’Italia, grazie agli accordi dell’allora ministro Marco Minniti, ha offerto finanziamenti, sia pure minori, anche alle milizia di Haftar. Quanti soldi? Non si sa. La guerra in corso impedisce una gestione trasparente delle spese, spiegano al ministero. E questo è vero. Ma, casomai, dovrebbe costituire un motivo per cui non concedere questi finanziamenti!

Da sottolineare che, per lo più, questa vagonata di denaro che lascia l’Italia per le sanguinose coste libiche viene contrabbandata sotto voci del tipo: “investimenti per lo sviluppo” o “aiuti umanitari”. 

Quattro sono le principali strade per cui il nostro Paese finanzia le atrocità libiche. 

La prima strada passa per il Viminale. Il Ministero ha ricevuto 46 milioni di euro nel 2017 e 45 nel 2018 dalla voce che l’Europa ha destinato all’Africa “per lo sviluppo”. Altri 200 milioni vengono dal fondo italiano per l’Africa istituito nel 2017. Soldi destinati alla “cooperazione” da cui è stato prelevato il denaro per la messa in cantiere di 4 motovedette che vanno ad aggiungersi a 30 fuoristrada e 10 autobus speciali. Tanto per rimanere nei “regali” degli ultimi due anni. 

Poi ci sono i finanziamenti dei progetti italiani destinati alla cooperazione. Beneficiari sono associazioni come Cesvi, Emergenza Sorrisi, Helpcode, Cir e altre. A loro spetta la parte minore della “torta”. Appena 6,7 milioni di euro nell’ultimo anno. Certo, alcune di questa Ong svolgono un lavoro importante. Ma il loro impegno all’interno di campi di concentramento in cui la legalità non è neppure contemplata sulla carta, va per forza di cose oltre i limiti di una rendicontazione trasparente. Non è la prima volta che viene documentato come i generi di prima necessità portati da queste ong all’interno dei campi, vengano vendute dalle guardie al mercato nero o agli stessi profughi. Il punto che, come Dossier Libia, vorremmo ribadire è che in un campo di prigionia dove si pratica quotidianamente la tortura e lo stupro, non ci sono politiche di mitigazione che tengano. La struttura va chiusa, i prigionieri trasferiti in un luogo sicuro. Punto e basta. 

Oim, Unhcr e Unicef sono sostenuti dall’Italia con 30 milioni di euro prelevati dal sopracitato fondo per l’Africa. Gli accordi prevedono una generica partnership senza particolari richieste da parte del nostro Governo. In altre parole, l’Italia paga la sua parte senza stare a fare troppe domande su come vengono spesi questi soldi. 

Ma la voce spese più cospicua è senz’altro quella delle missioni militari. Missioni che vengono sempre definito “umanitarie”, naturalmente. Si tratta di supporti tecnici o militari, operazioni di assistenza con impiego di personale italiano e di mezzi dell’esercito e della marina come, per fare un esempio, “Mare sicuro”. Su questo capitolo l’Italia ha investito ben 325 milioni di euro dal 2017 ad oggi. Col solo risultato che in Libia si continua a torturare, violentare e uccidere più di prima! E qualcuno sosterrà che sono spese necessarie per “difendere i confini della nazione”. 

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“Bisogna pretendere la verità sulla Libia”: intervista a Nello Scavo, giornalista sotto tutela https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/bisogna-pretendere-la-verita-sulla-libia-intervista-a-nello-scavo-giornalista-sotto-tutela/ Thu, 07 Nov 2019 20:05:38 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1719 Continuano gli attestati di solidarietà verso il giornalista di Avvenire, Nello Scavo, messo sotto protezione dopo le sue inchieste su di un trafficante di esseri umani libico che, nel 2017, avrebbe incontrato le autorità italiane. La misura è stata decisa dopo le minacce arrivate a Scavo a seguito della pubblicazione di articoli sulle connessioni tra […]

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Continuano gli attestati di solidarietà verso il giornalista di Avvenire, Nello Scavo, messo sotto protezione dopo le sue inchieste su di un trafficante di esseri umani libico che, nel 2017, avrebbe incontrato le autorità italiane. La misura è stata decisa dopo le minacce arrivate a Scavo a seguito della pubblicazione di articoli sulle connessioni tra Italia e Libia per fermare l’arrivo di profughi.

di Francesca Sabatinelli Le sue indagini, portate avanti per anni per ‘Avvenire’, quotidiano della Conferenza episcopale italiana, hanno raccontato la Libia, il traffico di esseri umani, i percorsi dei migranti, il loro sfruttamento e le torture da loro subite. Ma hanno anche rivelato le connessioni e le complicità in Europa, anche ad altissimo livello. Oggi, Nello Scavo paga questo suo straordinario lavoro di inchiesta, e le minacce da lui ricevute hanno fatto sì che venisse messo sotto tutela. Nello Scavo, al quale continuano ad arrivare dichiarazioni di solidarietà da tutto il mondo giornalistico e non solo, si dice sereno, pronto a rifare tutto il lavoro fatto senza alcun timore.

R. – Era prevedibile che ci sarebbe stata una reazione da parte degli ambienti libici che abbiamo toccato, e non solo da parte degli ambienti libici. Io considero che quello che sta accadendo è parte di un sistema di interessi che abbiamo individuato e in parte smascherato, sottolineo in parte per dire che molto deve venire ancora a galla, molto di quello che abbiamo raccontato merita maggiore trasparenza da parte delle autorità e c’è, in questo senso, anche molta preoccupazione, agitazione, da parte di chi in Libia deve nascondere una serie di traffici illeciti che non hanno al centro solo il traffico di esseri umani.

Senza voler entrare troppo nel personale, quella che vivi è una situazione difficile da affrontare?

R. – Io devo ringraziare le autorità, le forze dell’ordine , in particolare la polizia di Stato specialmente quelle di Milano e di Como, la città nella quale vivo, che mi hanno cucito addosso un dispositivo che mi permette di lavorare liberamente, tranquillamente, di continuare anche la vita familiare, seppur con alcune precauzioni, però non sento condizionamenti o limitazioni in questo senso, perciò mi posso dire totalmente sereno e tranquillo, tanto è vero che il nostro lavoro non arretra e andremo avanti in questa e altre inchieste.

Il direttore di Avvenire, il tuo direttore Marco Tarquinio, ha infatti sottolineato come ciò che conti in questo momento è che le minacce da te subite non prevalgano sulla necessità di fare informazione …

R. – No, assolutamente, noi non ci sentiamo né minacciati né intimiditi, lo dico non in chiave polemica, perché in realtà noi non abbiamo presentato alcuna denuncia, sono le autorità che hanno ritenuto evidentemente alcuni segnali da loro ricevuti come meritevoli di attenzione dal punto di vista della gestione della sicurezza, così come anche su Nancy Porsia, la giornalista free lance che per prima, ormai tre anni fa, ha raccontato del comandante Bija e in particolare di questa milizia libica con interessi opachi e trasversali in varie attività illegali e in parte in parte anche legali con cui maschera appunto i proventi illeciti. Non mi sento quindi intimidito, né io né la redazione di Avvenire, andiamo avanti come abbiamo sempre fatto, il nostro è un lavoro anche corale, in un certo senso, che va avanti da moltissimi anni e devo dire che quello che è accaduto, per quanto possa apparire spiacevole, in parte ci conferma anche della bontà della nostra inchiesta, di avere imboccato la strada giusta, del resto – e qui possiamo dirlo – non facciamo altro che dar conto anche giornalisticamente di quella intuizione di Papa Francesco quando parla di terza guerra mondiale combattuta a pezzi. E i pezzi sono anche pezzi di interessi, settori di presenze più o meno dicibili, ma soprattutto indicibili, che si coalizzano evidentemente contro gli esseri umani, in questo caso contro i migranti, ma non solo contro i migranti. E quindi cerchiamo di raccontare che cosa accade in Libia smascherando, purtroppo, anche legami anche con l’Italia e non solo.

Nel suo attestato di solidarietà il presidente della Federazione della Stampa italiana, Beppe Giulietti, ha sottolineato che si deve chiedere agli altri giornali e a tutti gli altri colleghi di riprendere le inchieste e di pretendere risposte dal governo, risposte a quelle domande che sono ancora aperte…

R. – In parte alcuni colleghi hanno cominciato a farlo, altri speriamo ci seguano in questa battaglia, che è una battaglia di libertà, di civiltà e anche di democrazia, non solo per il rispetto dei diritti umani, ma proprio anche dei valori fondamentali di un Paese come l’Italia. Ad oggi noi non sappiamo ufficialmente chi erano tutti i membri della delegazione libica venuta a negoziare con l’Italia il blocco delle partenze dalle coste di quel Paese, non sappiamo per quanti giorni si sono fermati in Italia, non conosciamo esattamente il dettaglio di tutti gli incontri che sono avvenuti e la domanda è: se tutto questo è stato fatto in piena legalità perché deve essere ancora posto in ombra? Perciò è importante che Avvenire, ma non solo, tutte le testate che hanno interesse a rivelare questo pezzo di storia italiana, che ha condizionato poi anche le scelte politiche che sono venute dopo e che soprattutto sta condizionando la vita di migliaia e migliaia di persone, perché tutto quello che accade in Libia incide sulla carne viva di migliaia di esseri umani indifesi, pretendano davvero verità e giustizia anche per queste persone.

Tu ci speri?

R. – Sulla verità ci spero ed è il lavoro che stiamo facendo, che continuiamo a fare che certo non si è fermato e che avrà sviluppi già nei prossimi giorni, nelle prossime settimane. Sono state aperte delle inchieste da alcune procure della Repubblica italiana, in particolare Agrigento e Roma, ci sono forze investigative in campo consistenti e non vedo perché le autorità non vogliano rivelare ciò che invece andrebbe raccontato ai cittadini. Non so se ci sarà mai giustizia per quello che sta accadendo in Libia, però dobbiamo prima di tutto pretendere verità, perché senza verità certamente non ci sarà mai giustizia.

Ricordiamo che la tua inchiesta riguarda la presenza di questo trafficante conosciuto come Bija, che prese parte ad un incontro in Sicilia nel 2017, con le autorità italiane …

R. – Sì, abbiamo ricostruito con molta fatica la presenza del comandante Abd al-Rahman al-Milad, tornato nel suo ruolo di comandante della guardia costiera libica, seppur interdetto dalle Nazioni Unite perché considerato uno dei principali trafficanti e  torturatori di uomini in quel Paese, abbiamo documentato la sua presenza in Italia, abbiamo parlato con lui, abbiamo avuto delle risposte molto parziali da lui, che non hanno ottenuto alcuna smentita da parte delle autorità italiane, per esempio quando dice di essere stato anche al ministero dell’Interno e il ministero della Giustizia italiani, da questi ministeri non è arrivata alcuna negazione di questa affermazione molto pesante da parte di Bija. Soprattutto attraverso di lui noi raccontiamo un sistema di interessi che riguarda gli esseri umani, riguarda il contrabbando di petrolio, riguarda il reimpiego del denaro sporco in altre attività più o meno lecite in Libia e, in particolare, ci domandiamo che fine fanno i soldi che l’Italia destina alle autorità libiche. Per tutte queste ragioni crediamo di aver toccato dei nervi scoperti di una realtà che in molti non vogliono raccontare.

Tratto da Vatican News

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Memorandum Italia-Libia con l’UE neocoloniale e razzista https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/memorandum-italia-libia-con-lue-neocoloniale-e-razzista/ Tue, 05 Nov 2019 15:49:57 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1716 Il sentimento della superiorità bianca continua ad essere prevalente in maniera trasversale alle classi sociali di Gennaro Avallone – Il Memorandum Italia-Libia per fermare le partenze dal continente africano verso l’Europa resta in vigore immutato. Così come resta immutato il potere dato alla Guardia costiera di un paese non firmatario della Convenzione di Ginevra, quindi […]

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Il sentimento della superiorità bianca continua ad essere prevalente in maniera trasversale alle classi sociali

di Gennaro Avallone – Il Memorandum Italia-Libia per fermare le partenze dal continente africano verso l’Europa resta in vigore immutato. Così come resta immutato il potere dato alla Guardia costiera di un paese non firmatario della Convenzione di Ginevra, quindi privo di una legge sull’asilo, e diviso in fazioni in lotta, di cui il co-firmatario del Memorandum, Saraji, rappresenta solo una parte.
I dettagli dell’accordo sono ormai noti, così come lo è il fatto che si sarebbe potuto evitare di confermarlo da parte dell’attuale Governo. Non è accaduto, ovviamente. Altrimenti, questo Governo non avrebbe retto alla propaganda che vede le persone in fuga come nemici e i governi come gendarmi, a prescindere dalle sofferenze che tale ruolo può infliggere a migliaia e migliaia di persone.
E questo è ciò che fa la politica: soffiare sulla propaganda anti-immigrati, parlare di minaccia, invasione, crociere e taxi del mare, alimentare la paura. Si comprende. È questo, ormai, il ruolo che la politica si è auto-assegnata: quello di sciacallo sulla pelle dei più deboli in cambio della propria sopravvivenza, nell’incapacità assoluta di affrontare le grandi questioni, dalla precarietà di massa alla crisi socio-ecologica. È la miseria della politica. E questo è, ormai, un dato chiaro, che i principali attori in campo, in Italia come nel resto d’Europa, non hanno alcuna intenzione di cambiare.
Qui vorrei soffermarmi, invece, sulla società che permette a tale politica di continuare a sopravvivere. Una società in cui trovano consenso decisioni come quelle che confermano accordi che legittimano i lager libici, il cui obiettivo principale è non avere sbarchi e, quindi, disposta a tutto pur di non far partire le persone dalla Libia. Compresa la condivisione di un Memorandum che condanna migliaia e migliaia di persone a violenze ormai note.
Ed è proprio questo il punto fondamentale: noi, tutti noi, italiani ed italiane, europei ed europee, sappiamo cosa accade in Libia ad una parte degli stranieri africani ed asiatici presenti. Chiusi in campi di prigionia, da cui si esce solo pagando moltissimo, dopo innumerevoli sofferenze. Trasformati in una serie di casi in beni del mercato della schiavitù. Costretti ad affidarsi ad aguzzini per cercare di scappare e rischiare, sempre più spesso, di morire in mare. Vittime di stupri, che non guardano né all’età né al sesso di chi ne diviene oggetto.
E tutto questo è noto, documentato, pubblico. Video, foto, rapporti di organismi internazionali come le agenzie dell’ONU lo attestano. Insieme ad inchieste giornalistiche e testimonianze dirette. Si sa cosa succede in Libia. Eppure, nulla cambia. Certo, attiviste, attivisti, una serie di giornalisti, associazioni come Amnesty International chiedono di intervenire. Ma non sono maggioranza. La maggioranza accetta che si vada avanti così.
Accetta l’orrore. La barbarie.

Perché? Perché Italia e Unione Europea hanno società razziste, neocoloniali, in cui il sentimento della superiorità bianca continua ad essere prevalente in maniera trasversale alle classi sociali. Come è stato in passato. Come è stato nell’800 con il sostegno di massa alle invasioni coloniali. Con la partecipazione agli zoo umani. Un sostegno che non è mai finito, perché garantisce la supremazia bianca, quella supremazia che ci fa sorridere con tenerezza di fronte alle bambine nere con le treccine, odiate non appena le pensiamo adulte in viaggio verso l’Europa.

Tratto da Salerno Sera

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L’accordo con Tripoli non va rinnovato. E’ un finanziamento alla mafia libica https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/laccordo-con-tripoli-non-va-rinnovato-e-un-finanziamento-alla-mafia-libica/ Wed, 30 Oct 2019 14:06:54 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1712 Entro il 2 novembre l’Italia ha la possibilità di ritirare l’accordo con la Libia, altrimenti sarà tacitamente rinnovato per altri tre anni. Il memorandum è articolato in otto punti: sostegno“alle istituzioni di sicurezza e militari al fine di arginare i flussi di migranti illegali e affrontare le conseguenze da essi derivanti” (1). L’Italia si impegna […]

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Entro il 2 novembre l’Italia ha la possibilità di ritirare l’accordo con la Libia, altrimenti sarà tacitamente rinnovato per altri tre anni.

Il memorandum è articolato in otto punti: sostegno“alle istituzioni di sicurezza e militari al fine di arginare i flussi di migranti illegali e affrontare le conseguenze da essi derivanti” (1). L’Italia si impegna quindi a fornire supporto tecnico/tecnologico agli organismi libici preposti (guardia costiera e guardia di frontiera).
Poi: controllo della zona meridionale della Libia (2), finanziamenti ai sedicenti centri di accoglienza (3) divenuti dal principio carceri, formazione del personale libico all’interno di tali strutture (4) per l’attuazione di metodi “efficaci” per contrastare il fenomeno dell’immigrazione.

Punto primo: finanziare la guardia costiera libica equivale a versare ingenti somme di denaro agli stessi trafficanti. Succede infatti che le guardie libiche prima torturano i migranti, poi in borghese li lasciano in mare per poi riprenderli in divisa: e riparte l’iter infernale. Oppure direttamente li lasciano annegare in mare frapponendosi ad eventuali aiuti di imbarcazioni europee. 
In tale contesto diviene fondamentale proprio l’azione delle navi umanitarie che si frappongono alle violente violazioni (5) dei libici. Proprio “addestrare” e finanziare la Guardia Costiera libica è non solo controproducente, ma illegale: non è normativamente compatibile spalleggiare chi stralcia, ripetutamente, il diritto internazionale marittimo e minaccia imbarcazioni europee. 
E’ incompatibile firmare un accordo con una nazione con una legislativa carente, se non nulla, per quanto concerne il diritto dei migranti. E non catalogabile come “Paese terzo sicuro”.

Inoltre, la Libia ha nominato in questi giorni il feroce trafficante Bija a capo della Guardia Costiera di Zawiya. Di nuovo. Ed ha promulgato un decreto (1034/2019) sulle ONG, inviato a mò di minaccia anche all’Italia. Composto da 19 articoli ha come obiettivo intralciare le operazioni di salvataggio delle imbarcazioni umanitarie e portare  le stesse nei porti libici al fine del sequestro (6).     

Si prevede che “le organizzazioni interessate a collaborare nella ricerca e salvataggio marittimo devono presentare una domanda di autorizzazione” (7) e “devono fornire periodicamente tutte le informazioni necessarie al centro di coordinamento libico per il salvataggio in mare (LMRCC)” (8).
Inoltre “in caso d’ingresso, per i casi emergenziali e speciali, nelle acque territoriali libiche, si può ricevere assistenza immediata previo autorizzazione e supervisione del centro (LMRCC)” (9): la Libia pretende precedenza di intervento per i salvataggi in mare (10) (che puntualmente ostacola). 

Ogni intervento in mare deve avere il beneplacito della Guardia costiera libica gestita da Bija (11), i capitani di ogni nave devono notificare il proprio intervento (12), le imbarcazioni che vengono utilizzate dalle ONG vengono definite di “contrabbando” e quindi consegnate allo Stato libico (13), nonché portate davanti la Procura pubblica libica (14).

Il Decreto libico 1034/2019 è un messaggio inequivocabile e violento. Tradotto, vuol dire: “Qui comanda la mafia libica”. Ed è una sedicente normativa che mette nella mani di un trafficante tutto il potere decisionale per quanto concerne migranti, finanziamenti, operazioni SAR e rapporti internazionali.

Ed una minaccia. Verso lo Stato italiano, verso le ONG, verso l’Europa.
Significa: “Qui non passa una mosca se io non do l’ok”.
E’ una legge di stampo mafioso.
Per questo diventa di fondamentale importanza non prolungare il memorandum e non piegarsi alla malavita. Il tacito assenso equivale a finanziare la guardia costiera ed equivale quindi a finanziare Bija. Equivale a dare soldi alla mafia libica.

Nello Stato italiano, nella nostra Costituzione, non è permesso fare accordi con organizzazioni criminali.
Il memorandum Italia-Libia non va rinnovato.

NOTE
1 Memorandum Italia-Libia art. 1
2 Memorandum Italia-Libia art. 2.1
3 Memorandum Italia-Libia art. 2.2.
4 Memorandum Italia-Libia art. 2.3.
https://twitter.com/SeaWatchItaly/status/1188069131523969027
6 Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale, avviso decreto, 15/09/2019, decreto 1034/2019, protocollo 342/ش ق 
7 Art.5 del Decreto libico 1034/2019
8 Art.6 del Decreto libico 1034/2019
9 Art.7 del Decreto libico 1034/201910 Art. 8 del Decreto libico 1034/20199 Art.7 del Decreto libico 1034/201910 Art. 8 del Decreto libico 1034/2019
11 Art.9 del Decreto libico 1034/2019
12 Art.10 del Decreto libico 1034/2019
13 Art.13 del Decreto libico 1034/2019
14 Art.17 del Decreto libico 1034/2019


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A Zawiya si muore di botte e di fame. E le scorte alimentari destinate ai profughi, sono rivendute nel mercato locale https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/la-protesta-dei-lumini-a-zawiya/ Sun, 27 Oct 2019 21:11:42 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1707 La Libia è l’inferno. E Zawiya è il suo settimo cerchio infernale: il più feroce. Il più crudo. Lì, dove la violenza ha stuprato ed assassinato ogni residuo barlume di speranza. Dopo la donna uccisa in circostanze ancora tutta da chiarire una decina di giorni fa, questa settimana è morta anche una bambina per un […]

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La Libia è l’inferno. E Zawiya è il suo settimo cerchio infernale: il più feroce. Il più crudo. Lì, dove la violenza ha stuprato ed assassinato ogni residuo barlume di speranza. Dopo la donna uccisa in circostanze ancora tutta da chiarire una decina di giorni fa, questa settimana è morta anche una bambina per un trauma alla testa causato non si sa da chi. I profughi detenuti hanno messo in scena una toccante protesta accendendo centinaia di improvvisati lumini per denunciare le condizioni in cui costretta vivere anche donne e bambini.

Il carcere di Zawiya è gestito da aguzzini senza scrupolo. Custodi dell’inferno, come il Minotauro nell’ultimo cerchio dantesco, con la sua “matta bestialità”.

Tutto quello che succede, succede nell’indifferenza del mondo. I capi di Stati europei si erigono a principi machiavellici, chiudono gli occhi: ostentano il loro crudo “il fine giustifica i mezzi”, per drogare i sondaggi elettorali. Per doparli. Per lavarsi una coscienza imbrattata di sangue di innocenti.

A Zawiya le persone muoiono senza sapere il perché. Ma sapendo il come: tortura, stupri, mazzate, botte.

Tradite da chi doveva realizzare aspirazioni e sogni, ossia l’Europa. Ed invece finanzia incubi ed atrocità.

In carcere la situazione è diventata drammaticamente dura: il cibo diventa forma di ricatto1, l’acqua e le porzioni di pranzo sono diventate a pagamento. Soldi che si aggiungono a quelli per la traversata del Mediterraneo, al pizzo da versare ai carcerieri, ai debiti inventati ad hoc dai torturatori per ricattare le famiglie rimaste nei Paesi di origini. “Paga o vedi tu figlio morire”.

Le scorte di pasta indirizzate ai reclusi finiscono all’esterno, presumibilmente rivendute nei mercati neri locali od a quelli stessi profughi ai quali erano dirette.

Le immagini della protesta inviateci dai nostri contatti all’interno del campo

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Mafia libica, le difficoltà del lavoro d’inchiesta https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/mafia-libica-le-difficolta-del-lavoro-dinchiesta/ Sat, 05 Oct 2019 08:41:09 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1701 di Nancy Porsia – E’ arrivato il momento di rompere il mio personale silenzio stampa. Un’attesa infinita durata giorni, settimane fino a otto mesi. Per tutelare il delicato lavoro diplomatico per la richiesta del mio visto per la Libia, sono rimasta in silenzio, negli ultimi mesi ho evitato di pubblicare quanta informazione andavo raccogliendo sulla […]

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di Nancy Porsia – E’ arrivato il momento di rompere il mio personale silenzio stampa. Un’attesa infinita durata giorni, settimane fino a otto mesi. Per tutelare il delicato lavoro diplomatico per la richiesta del mio visto per la Libia, sono rimasta in silenzio, negli ultimi mesi ho evitato di pubblicare quanta informazione andavo raccogliendo sulla Libia e il sistema mafioso al suo interno. Dallo scorso febbraio ho preso aerei, macchine, treni, fatto telefonate e inviato mail, incontrato decine di persone e bevuti altrettanti caffè convinta che prima o poi i libici avrebbero ceduto. Tuttavia la risposta si ripeteva sempre uguale a sé stessa “Non possiamo darle il visto perché temiamo per la sua sicurezza”. E io replicavo “Quando mai c’è stata una rete che garantisse a Tripoli? Una roulette russa era e quella rimane. E alla mia sicurezza ci penso io”.

Lo scorso aprile chiesi anche agli italiani in ambasciata a Tripoli di aiutarmi, ma mi dissero che non potevano interferire su una procedura interna come quella del visto, per poi riuscire a far entrare una nave da guerra militare nelle acque libiche lo scorso agosto.

Nel frattempo venivo convocata dal capo della Commissione Difesa del Senato Nicola Latorre per un confronto sulla Libia, dai giudici dell’Aja, dalle autorità giudiziarie italiane che indagano sui trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo, ma del visto nulla. Forse l’unico spiraglio di possibilità concreta di ottenere il visto nella mia lunga ricerca l’ho intravista lo scorso Agosto quando per vie traverse ho sentito quello che credo sia il “mio nemico giurato”, Abdul Rahman Milud, meglio noto con il suo nome de guerra Al Bija. Si tratta del capo della Guardia Costiera di Zawiya, l’unità al centro della mia inchiesta sulla mafia a Ovest di Tripoli. Al Bija il quale mi ha fatto sapere per via traverse “Se prendo Nancy Porsia, la faccio a pezzi”, ha dichiarato di avere un conto in sospeso con la sottoscritta perché – a suo dire – la mia inchiesta avrebbe portato la Corte Penale Internazionale dell’Aja ad aprire un fascicolo nei suoi confronti per violazione dei diritti umani sui migranti. Premesso che la Corte dell’Aja non ha annunciato tale procedimento, se anche così fosse tale fascicolo dovrebbe essere secretato. Mi chiedevo dunque come fosse possibile che lui ne fosse al corrente e chi fossero le sue talpe all’interno delle istituzioni, e quindi chi cerca di tutelarlo a tutti i costi.

Ma davanti a molteplici punti interrogativi e alle minacce, ho preferito non fuggire, e ho chiesto al Signor Milud – sempre tramite vie traverse – un’intervista. Il capo della Guardia Costiera di Zawiya, che nel frattempo ha rilasciato lunghe interviste a colleghi della stampa internazionale e nazionale nel disperativo tentativo di lavare via le accuse di cui io scrivo da un anno, ha accettato ma ha posto delle condizioni ben precise. Innanzitutto il luogo dell’intervista doveva essere l’aeroporto Mitiga di Tripoli, e secondo punto della trattativa “Se Nancy Porsia riesce a provare il mio coinvolgimento nel traffico di essere umani, io entro con le mie gambe in prigione. Se non dovesse riuscire, la processiamo in Libia e sarà lei ad andare in prigione qui”.

La richiesta suonava bizzarra in quanto non capivo quali fossero i criteri di riferimento del Signor Milud per valutare la solidità della mia inchiesta giornalistica, e a quale ordinamento giuridico il medesimo si appellasse per giudicarmi in un Paese dove la giustizia latita da decenni, da Abu Slim di memoria gheddafiana alle prigioni oggi gestite da miliziani rivestiti di uniformi comprate al mercato di Via Rasheed a Tripoli.

Davanti alle condizioni avanzate, il signor Milud non mi ha dato il tempo necessario per rispondergli che si è fatto vivo con una nuova proposta. Non sarebbe stato l’aeroporto il luogo dell’incontro… In fondo anche lui sa che quella “location” è troppo sensibile. Per quanto sia la porta di ingresso e di uscita del paese, anche per staff delle Nazioni Unite, proprio a Mitiga ci sono le segrete delle milizie. Il signor Milud mi ha detto allora “Incontriamoci a Palm City e Nancy si dimentichi pure del processo. Le concedo solo un’intervista e va bene così”.

Io ancora una volta ho deciso di prendere tempo per riflettere. Nel frattempo ho continuato la mia estenuante corsa per ottenere un visto, realizzando presto che fosse Al Bija ad imporre personalmente il divieto sul mio visto ma – forse – chi lo copre politicamente e preferisce tenermi lontana.

Ma facciamo un passo indietro: la mia inchiesta sulla mafia a Ovest di Tripoli. Realizzata nel corso di due anni di ricerche e pubblicata a puntate a partire dal Marzo del 2016, la mia inchiesta si è concentrata dapprima su Sabrata e la rete dei trafficanti di esseri umani nella città che ospita le antiche vestigia romane.
All’indomani dell’uccisione dei due lavoratori italiana della società Bonatti Fausto Piano e Salvatore Failla, che rano stati rapiti otto mesi prima nei pressi del compound a guida Eni Oil &Gas con altri due colleghi Gino Pollicardo e Filippo Calcagno, scrivevo delle milizie che operano nella zona dove è avvenuto il rapimento e la faida interna per il controllo del territorio. Con un’intervista ad un uomo della sicurezza di Sabrata che realizzai in esclusiva per SkyTG24denunciai la losca figura di Ahmed Dabbashi, meglio noto con il suo nom de guerre Al Ammu (vedi link Intervista a fonte sicurezza per SkyTg24). Proprio Ahmed Dabbashi già all’epoca considerato una dei principali trafficanti di esseri umani lungo la costa libica e cugino di Abdallah Dabbashi, capo della cellula dello Stato Islamico a Sabrata,  il quale – secondo pezzi della sicurezza di Sabrata – sarebbe stato il mandante del rapimento dei quattro dipendenti della Bonatti, ottiene l’incarico per la sicurezza esterna del compound Mellita Eni Oil & Gas a firma della società petrolifera libica NOC. I servizi italiani che anche all’epoca vantavano una presenza massiccia sul territorio, chiusero un occhio, dando il via già nel 2015 al processo di istituzionalizzazione del miliziano Ahmed Dabbashi.

Dopo aver fatto luce su quanto accadeva nei pressi di Mellita, dall’estate del 2016 continuai le mie ricerche nella zona su cui si stava estendendo il controllo del traffico dei migranti, la città di Zawiya, 50 chilometri a Ovest di Tripoli. La firma del Memorandum of Understanding del Giugno 2016 rendeva maggiormente necessaria chiarezza sulle istituzioni libiche impegnate nei controllo dei confini. Qui nel corso delle miei ricerche mi imbattei ben presto nella figura di Abdul Rahman Milud, detto Al Bija, il capo dell’unità della Guardia Costiera locale. A Tripoli come nel Sud della Tunisia il suo nome veniva sempre accompagnato da espressioni di terrore. Alcuni ufficiali della Guardia Costiera a Tripoli parevano imbarazzati ogni qual volta io pronunciavo il suo nome nel corso delle mie insistenti interviste. I nomi di Al Gasseb, al secolo Walid Khushlaf, cugino di Al Bija e responsabile della raffineria del porto di Zawiya e di suo fratello Ibrahim che invece controlla il principale porto di Zawiya, mi pareva destassero maggior terrore del capo dei guardiacoste.

Dopo settimane passate ad intervistare comandanti della Guardia Costiera libica, pescatori, direttori di prigioni per migranti, operatori delle organizzazioni umanitarie locali e vari altri testimoni, pubblicai la seconda parte della mia inchiesta sulla rete mafiosa a Ovest di Tripoli mettendo insieme la colonna di Sabrata con quella di Zawiya. I primi di Dicembre del 2016 è uscita così la mia inchiesta completa su Panorama (vedi link a inchiesta su Panorama) e Il Fatto Quotidiano e al livello internazionale sul magazine online TrtWorld (vedi link all’inchiesta in inglese su TrtWorld).

Iniziai sin da subito a ricevere telefonate da colleghi di varie testate internazionali, in tanti mi intervistarono e presto anche le autorità giudiziarie si sono fatte vive. La Corte Penale dell’Aja ha annunciato lo scorso Maggio l’apertura di un fascicolo per violazione dei diritti umani contro alcuni ufficiali libici e lo scorso giugno il panel di esperti delle Nazioni Unite sulla Libia ha riportato la mia inchiesta tra le fonti sulla mafia libica a Ovest di Tripoli. Tuttavia nei mesi successivi alla pubblicazione della mia inchiesta, il silenzio da parte della stampa mainstream in Italia aveva lasciato le mie fonti e me esposte per troppo tempo al pericolo di una denuncia, o anche solo a quello dell’oblio. Quindi – come si dice in gergo giornalistico – ho presto deciso di ammazzare la mia storia rinunciando a ripetere urbi et orbi i nomi delle persone da me denunciate.

All’indomani del “Minniti compact”, quello che io definirei “il patto col diavolo”, i colleghi italiani hanno deciso di accendere i riflettori su quanto stia accadendo in quella parte di mondo. Oggi mi rallegro della indignazione che i reportage televisvi e cartacei dei vari colleghi sulla vicenda stanno sollevando nell’opinione pubblica. Ne lamento solo un certo ritardo. Io nel frattempo sono stata “allontanata” dal campo e quindi ostacolata nel mio lavoro di inchiesta giornalistica. Anche qui, forse i colleghi che hanno preso il testimone avrebbero potuto citare la mia inchiesta e la fonte delle informazioni da cui si sono abbeverati per i loro reportage.

Circa la nuova linea di cooperazione tra Europa, Italia e Libia, i colleghi della Associazione Diritti e Frontiere hanno raccolto la mia analisi sul sistema della mafia nel paese Nordafricano (vedi link a intervista su Adif). Tuttavia un paio di settimane fa ho finalmente ottenuto una risposta dall’Ufficio Stampa Estera a Tripoli: esiste una “black list” dell’intelligence libica e il mio nome sarebbe lì, nero su bianco, dallo scorso Dicembre. I giornalisti i cui nomi sono sulla suddetta lista nera, non entrano. Capisco dunque per quale motivo persone con grande potere nello spettro politico libico, un tempo sempre disponibili per una telefonata o per un caffè, improvvisamente si sono dileguati. Account Whatsapp e Viber disattivati, telefoni che squillavano a vuoto e messaggi senza risposta… Quasi in contemporanea con la notizia della “lista nera”, una di quelle voci familiari che per mesi si sono negate al telefono mi ha chiamato per dirmi “Mi spiace. So che tutto quanto hai raccontato è vero e che quello che ti sta accadendo è un’ingiustizia. Ti chiedo solo di non essere arrabbiata. Vorrei ricordarti che qui in Libia hai ancora tanti amici”.

Sebbene dovrò rinunciare – spero ancora solo per poco – alle immagini “spettacolari” che offre la Libia, proverò ad andare avanti con il lavoro d’inchiesta laddove le informazioni viaggiano anche senza visto.

Tratto da Articolo 21

Nancy Porsia è un giornalista freelance specializzata in Medio Oriente e Nord Africa. Collabora con diverse testate nazionali ed internazionali, e alcuni dei suoi ultimi lavori dalla Libia e dall’Iraq sono stati pubblicati da RAI, SkyTG24, Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, Panorama, L’Espresso, ARTE, ARD, The Guardian, Deutsche Welle e TrtWorld. Unica giornalista italiana rimasta di base in Libia all’indomani della rivoluzione del 2011, ha coperto la guerra civile e gli sviluppi del processo di riconciliazione nel paese nordafricano.
Esperta di migrazione irregolare, si è specializzata sulla rete dei trafficanti lungo la rotta del Mediterraneo centrale. A Dicembre del 2016 ha pubblicato la sua inchiesta sulla Mafia a Ovest di Tripoli con Panorama, e successivamente con TRTWorld, rivelando le connessioni-chiave tra milizie e traffico degli esseri umani. La sua inchiesta è stata ripresa dal Panel di Esperti delle Nazioni Unite nel loro Rapporto 2017, e dalla stampa nazionale ed internazionale.
Come ricercatrice, Nancy Porsia produce analisi su migrazione e sicurezza per diversi think tank e istituti privati. Alcuni dei suoi ultimi rapporti sono stati pubblicati da University of Cambridge, Goldsmith University of London e Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.
Nancy Porsia è attualmente di base a Tunisi.

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Ossama il libico, ecco chi è «il più spietato di tutti con i migranti» https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/ossama-il-libico-ecco-chi-e-il-piu-spietato-di-tutti-con-i-migranti/ Sat, 21 Sep 2019 12:58:26 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1697 Per la prima volta fotografato il boss dei trafficanti. I carcerieri prendono ordini da lui. Una scia di omicidi e prevaricazioni di ogni tipo ai danni dei profughi. Arrestati in Sicilia tre complici di Nello Scavo – Dicono di lui: «Il più spietato». È Ossama, il libico. O almeno così dice di chiamarsi. Nessuno era mai […]

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Per la prima volta fotografato il boss dei trafficanti. I carcerieri prendono ordini da lui. Una scia di omicidi e prevaricazioni di ogni tipo ai danni dei profughi. Arrestati in Sicilia tre complici

di Nello Scavo – Dicono di lui: «Il più spietato». È Ossama, il libico. O almeno così dice di chiamarsi. Nessuno era mai riuscito a fotografare il capo torturatore del vasto campo di prigionia di Zawyah, tranne un giovane subsahariano che ha tenuto con sé l’immagine del suo aguzzino.

La foto è stata consegnata a un avvocato di Londra e potrebbe dare una spinta all’inchiesta sulle violenze subite nei lager libici. Il nome di Ossama ricorre per settanta volte nelle 37 pagine dell’ordinanza con cui i magistrati siciliani hanno fatto arrestare pochi giorni fa tre complici fuggiti in Italia.

I racconti dei sopravvissuti sono voci scampate agli spettri che ogni notte si davano il cambio addosso alle ragazze. Libici, egiziani, migranti promossi kapò, come nei campi di concentramento quando a un deportato veniva affidata il comando sugli altri prigionieri.

«Tutti hanno riferito di una struttura associativa organizzata, indicando il suo capo, Ossama, e spesso fornendo l’organigramma dell’associazione – si legge nell’ordinanza della procura di Palermo –, ovviamente nei limiti in cui gli stessi prigionieri potevano rendersi conto del numero di sodali addetti alla struttura di prigionia e dei loro rispettivi ruoli». Materiale buono anche per gli investigatori del Tribunale internazionale dell’Aia, chetra poco più di un mese diffonderanno un rapporto aggiornato sull’inferno libico.

«Dalle nostre fonti in loco – spiega Giulia Tranchina, legale per Diritti Umani dello studio Wilson di Londra – sappiamo che le torture continuano ancora in questi giorni e che nessuna svolta c’è stata per questi profughi che continuano a subire abusi, tanto più che le organizzazioni internazionali non sono messe in grado neanche di registrare tempestivamente, dunque è più facile per “Ossama” rivenderle ad altri gruppi di trafficanti senza lasciare alcuna traccia».

Uno dei testimoni ha parlato così di Ossama: «Picchiava, torturava chiunque, utilizzando anche una frusta. A causa delle torture praticate Ossama si è reso responsabile di due omicidi di due migranti del Camerun, i quali sono morti a causa delle ferite non curate. Anche io, inauditamente e senza alcun pretesto, sono stato più volte picchiato e torturato da Ossama con dei tubi di gomma. Tanti altri migranti subivano torture e sevizie di ogni tipo». C’è chi lo ricorda come «una persona adulta, muscolosa, con ampia stempiatura». Ai suoi diretti ordini «vi erano tanti carcerieri». 

La polizia di Agrigento ha interrogato separatamente i migranti transitati da Zawyah e salvati nello scorso luglio dalla barca a vela Alex, della piattaforma italiana “Mediterranea”. Tutte le testimonianze concordano sul ruolo e le responsabilità di Ossama e dei suoi scagnozzi.

Quando i magistrati di Agrigento, che poi hanno trasmesso per competenza gli atti ai colleghi di Palermo, raccoglievano fonti di prova e testimonianze non sapevano che anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, aveva ricevuto e raccolto informazioni analoghe. A cominciare dalla vendita dei migranti da parte della polizia libica. «Un giorno, nel mese di luglio 2018, io e mia moglie – ha raccontato un uomo catturato e seviziato con la moglie – ci trovavamo a Zuara (non lontano da Zawyah, ndr). In quell’occasione venivamo avvistati e avvicinati da due libici, in uniforme, i quali ci hanno poi venduto al trafficante Ossama». Ad accordo fatto, «i due libici ci hanno condotto direttamente nella prigione gestita proprio da Ossama, a Zawyiah, in un’ex base militare».

L’avvocato Tranchina, che nello studio di legali londinesi specializzati nella difesa dei Diritti umani ha vinto numerose battaglie nei tribunali del Regno, continua a ricevere filmati e immagini che tagliano il respiro.

Alcuni sono recentissimi e documentano il fallimento di ogni accordo tra le autorità libiche e gli organismi internazionali. Diversi migranti raccontano di essere stati feriti durante le sessioni di tortura, non di rado a colpi di arma da fuoco, e poi nascosti lontano dalle prigioni durante le ispezioni concesse alla mmissione Onu in Libia.

Tratto da Avvenire

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Libia: migrante sudanese ucciso dopo sbarco a Tripoli. La denuncia dei medici OIM https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/libia-migrante-sudanese-ucciso-dopo-sbarco-a-tripoli-la-denuncia-dei-medici-oim/ Fri, 20 Sep 2019 08:59:13 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1690 Stralciare l’accordo Italia Libia e garantire l’arrivo sicuro in Europa ai migranti Un migrante sudanese è stato ucciso giovedì da un colpo di arma da fuoco dopo essere stato riportato sulla spiaggia di Abusitta, Tripoli, dalla Guardia Costiera libica insieme ad altre 102 persone. Lo rende noto l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). Secondo i […]

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Stralciare l’accordo Italia Libia e garantire l’arrivo sicuro in Europa ai migranti

Un migrante sudanese è stato ucciso giovedì da un colpo di arma da fuoco dopo essere stato riportato sulla spiaggia di Abusitta, Tripoli, dalla Guardia Costiera libica insieme ad altre 102 persone. Lo rende noto l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). Secondo i medici OIM che lo hanno immediatamente soccorso, stava cercando di fuggire per non essere trasferito nei centri di detenzione. Il migrante, colpito allo stomaco da colpi sparati da uomini armati, è deceduto nonostante l’intervento dei medici.

Per OIM “questa tragedia sottolinea ancora una volta la gravità delle condizioni in cui si trovano i migranti che, dopo aver pagato trafficanti per raggiungere l’Europa, sono riportati a terra dalla Guardia costiera libica solo per poi ritrovarsi in centri di detenzione le cui condizioni sono state già ampiamente denunciate dall’OIM e dall’ONU“. Potete trovare puntuale conferma nell’ampia mole di articoli, report e testimonianze dirette dei migranti nel sito Dossier Libia.

L’OIM chiede inoltre al governo libico di aprire un’inchiesta su questo incidente per identificare e arrestare i responsabili. E’ evidente che la Libia non può essere considerato un paese sicuro, ed è perciò altrettanto evidente come sia necessario stralciare immediatamente l’accordo tra l’Italia e la Libia e inserire nell’agenda del mini-summit del 23 settembre a Malta, al quale parteciperanno Germania, Francia, Malta, Italia e Finlandia, un piano immediato di evacuazione dei migranti verso i Paesi dell’Unione europea.

DossierLibia lancia un appello perché vengano aperti immediatamente dei corridoi umanitari

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Migranti torturati, violentati e lasciati morire in un centro di detenzione della polizia in Libia, tre fermi a Messina https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/migranti-torturati-violentati-e-lasciati-morire-in-un-centro-di-detenzione-della-polizia-in-libia-tre-fermi-a-messina/ Mon, 16 Sep 2019 09:31:51 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1685 A riconoscere e denunciare i carcerieri sono state alcune delle vittime, arrivate in Italia con la nave Alex di Mediterranea. Per la prima volta viene contestato il reato di tortura. Patronaggio: “Crimini contro l’umanità, agire a livello internazionale”. Gli orrori a Zawiya, in una struttura ufficiale gestita dalle forze dell’ordine di Tripoli di Alessandra Ziniti […]

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A riconoscere e denunciare i carcerieri sono state alcune delle vittime, arrivate in Italia con la nave Alex di Mediterranea. Per la prima volta viene contestato il reato di tortura. Patronaggio: “Crimini contro l’umanità, agire a livello internazionale”. Gli orrori a Zawiya, in una struttura ufficiale gestita dalle forze dell’ordine di Tripoli

di Alessandra Ziniti – PALERMO.  Lasciati morire, torturati, violentati, ricattati in un centro di detenzione della polizia libica. È un condensato di orrori, ma soprattutto una tragica conferma di quanto denunciato nei giorni scorsi da un rapporto dell’Onu il racconto di alcuni dei migranti soccorsi e sbarcati a Lampedusa dalla nave Alex della Ong Mediterranea che hanno consentito alla squadra mobile di Agrigento diretta da Giovanni Minardi di avviare l’inchiesta che questa mattina ha portato al fermo di tre persone, altri migranti giunti in Italia con precedenti sbarchi, che erano ancora ospitate nell’hotspot di Messina.

L’inchiesta, coordinata dalla Procura di Agrigento e poi passata alla Dda di Palermo che ha firmato il provvedimento di fermo, per la prima volta contesta in Italia il reato di tortura oltre a quelli di sequestro di persona e tratta di esseri umani. “Questo lavoro investigativo – spiega il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio – è suscettibile di ulteriori importanti sviluppi e ha dato conferma delle inumane condizioni di vita all’interno dei cosiddetti capannoni di detenzione libici e la necessità di agire, anche a livello internazionale, per la tutela dei più elementari diritti umani e per la repressione di quei reati che, ogni giorno di più, si configurano come crimini contro l’umanità”.

I torturatori

I tre arrestati, Mohamed Condè, detto Suarez, 27 anni della Guinea, Hameda Ahmed, 26 anni, egiziano e Ashuia Mahmoud, 24 anni, egiziano anche lui, sequestravano i migranti al loro arrivo in Libia e li lasciavano partire solo dopo mesi e mesi di drammatiche violenze e dopo aver ricevuto il riscatto pagato dai familiari. O dopo aver rivenduto come schiavi chi non poteva pagare. Le vittime, che coraggiosamente hanno dato la loro testimonianza, hanno raccontato di aver assistito a omicidi, ma anche di aver visto morire di stenti loro compagni di detenzione. Hanno riconosciuto gli autori delle violenze nelle foto che gli agenti della Mobile di Agrigento hanno mostrato loro, come fanno ad ogni sbarco nelle prime indagini condotte negli hotspot proprio alla ricerca di eventuali componenti le organizzazioni di trafficanti che spesso arrivano anche loro in Italia sui gommoni.

Il centro di detenzione

 Il lager in cui avvenivano le torture oggetto dell’inchiesta è quello di Zawiya, un centro di detenzione ufficiale gestito dalla polizia libica e nel quale, stando alle testimonianze dei migranti, ha accesso anche l’Oim, l’organizzazione internazionale delle migrazioni. “C’erano anche donne e bambini. Sostanzialmente era una prigione della polizia libica. Presso questa ultima struttura, malgrado – racconta uno dei migranti ai poliziotti – c’erano funzionari dell’Oim, la stragrande maggioranza di noi migranti pativa la fame e la sete. Nessuno veniva curato e quindi lasciato morire in assenza di cure mediche. Personalmente ho assistito alla morte di tanti migranti non curati. Molti di noi aveva malattie alla pelle”.

Le testimonianze: “Ci davano da bere solo acqua di mare”

“Tutte le donne che erano con noi, una volta alloggiate all’interno di quel capannone, sono state sistematicamente e ripetutamente violentate da due libici e tre nigeriani che gestivano la struttura. Eravamo chiusi a chiave. I due libici e un nigeriano erano armati di fucili mitragliatori, mentre gli altri due nigeriani avevano due bastoni”. È il racconto di una delle vittime dei carcerieri del campo di prigionia di Zawiya.

 “Le condizioni di vita, all’interno di quella struttura, erano inaudite. Ci davano da bere acqua del mare – racconta – e, ogni tanto, pane duro. Noi uomini, durante la nostra permanenza, venivamo picchiati per sensibilizzare i nostri parenti a pagare denaro in cambio della nostra liberazione. Ci davano un telefono col quale dovevamo contattarli per dettare loro le modalità di pagamento. Durante la mia prigionia ho avuto modo di vedere che gli organizzatori hanno ucciso a colpi di pistola due migranti che avevano tentato di scappare”.

“I carcerieri erano spietati – spiega ancora il testimone – Il capo del campo si chiama Ossama ed è un libico. Vestiva in abiti civili ed aveva delle pistole sempre con sé”. “Ho visto morire tanta gente, – racconta – in particolare due fratelli della Guinea morti per le ferite subite nel campo. Con me all’interno di quel carcere c’era mia sorella Nadege che purtroppo è morta lì per una malattia non curata. Mia sorella aveva al seguito le due figlie di 7 e 10 anni che sono ancora detenute in Libia. Ho visto che molte donne venire violentate da Ossama e dai suoi seguaci”.

L’atto d’accusa

 “Sistematiche percosse con bastoni,  calci di fucili, tubi di gomma, frustate e somministrazione di  scariche elettriche”, ma anche “ripetute minacce gravi” messe in atto “con l’uso delle armi o picchiando brutalmente altri migranti quale gesto dimostrativo”, “accompagnate dalla mancata fornitura di beni di prima necessità, quali l’acqua potabile, e di cure mediche per le malattie lì contratte o le gravi lesioni riportate in stato di  prigionia- acute sofferenze fisiche e traumi psichici e un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona”. Ecco alcune delle  torture subite dalle vittime nei cambi di detenzione in Libia, scrivono i magistrati nel provvedimento di fermo firmato dal procuratore aggiunto Marzia Sabella e dai sostituti Ferrara e Caputo.

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Onu: in Libia la polizia vende i profughi ai trafficanti, ma l’Europa tace https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/onu-in-libia-la-polizia-vende-i-profughi-ai-trafficanti-ma-leuropa-tace/ Fri, 13 Sep 2019 08:10:44 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1682 Un meccanismo diabolico che produce guadagni illeciti, torture, stupri e sparizioni di massa senza che nessuno si senta in dovere di intervenire di Nello Scavo – L’Onu ha le prove: «La Guardia costiera libica trasferisce migranti in centri di detenzione non ufficiali», dove si ritiene che funzionari del governo «vendano i migranti ai trafficanti». Non […]

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Un meccanismo diabolico che produce guadagni illeciti, torture, stupri e sparizioni di massa senza che nessuno si senta in dovere di intervenire

di Nello Scavo – L’Onu ha le prove: «La Guardia costiera libica trasferisce migranti in centri di detenzione non ufficiali», dove si ritiene che funzionari del governo «vendano i migranti ai trafficanti». Non prima di avere torturato, schiavizzato, stuprato. L’ultimo rapporto del segretario generale sulla Libia è già sul tavolo del procuratore del Tribunale internazionale dell’Aja. E non piacerà ai leader europei.

I crimini sono stati documentati e riassunti nelle 17 pagine che costituiscono un pesante atto d’accusa che Antonio Guterres ha messo nero su bianco, dopo avere raccolto le informazioni di tutte le agenzie Onu sul campo, coordinate dall’Unsmil, la missione delle Nazioni Unite a Tripoli. La sequenza di violazioni chiama in causa la responsabilità di quei Paesi, come l’Italia, che finanziano ed equipaggiano a fondo perduto le autorità libiche, senza mai riuscire a ottenere neanche il minimo impegno per il rispetto dei diritti fondamentali. Il 7 giugno l’Alto commissario per i diritti umani «ha invitato il governo di accordo nazionale – rivela Guterres – a lanciare immediatamente un’indagine indipendente per individuare le persone scomparse». Centinaia di migranti intercettati in mare, infatti, vengono regolarmente fatti sparire. Ma dell’inchiesta, nessuno sa nulla.

Alle donne, specialmente le più giovani, tocca il trattamento più infame. «Continuano a essere particolarmente esposte a stupri e altre forme di violenza sessuale». E stavolta le fonti non sono le organizzazioni umanitarie, ma gli osservatori delle Nazioni Unite a cui si sono aggiunti nell’ultimo anno gli investigatori della Corte penale dell’Aja. «L’Unsmil ha continuato a raccogliere resoconti da donne e ragazze migranti – si legge nel dossier – che erano state vittime di abusi sessuali da parte di trafficanti, membri di gruppi armati e funzionari». Nel periodo osservato sia le donne libiche che le straniere «hanno continuato a rischiare di subire abusi sessuali da parte delle guardie carcerarie».

Entro novembre il procuratore internazionale Fatou Bensouda depositerà un aggiornamento sulle investigazioni, ma dalla relazione di Guterres è facile prevedere alcuni dei capi d’accusa: «Perdita della libertà e detenzione arbitraria in luoghi di detenzione ufficiali e non ufficiali; tortura, compresa la violenza sessuale; rapimento per riscatto; estorsione; lavoro forzato; uccisioni illegali. I migranti hanno continuato a essere detenuti in sovraffollamento, in condizioni disumane e degradanti, con cibo, acqua e cure mediche insufficienti e servizi igienico-sanitari molto scarsi».

I colpevoli, secondo il segretario generale, sono indistintamente «funzionari statali, membri di gruppi armati, contrabbandieri, trafficanti e membri di bande criminali». Un cartello criminale che può contare sul ruolo decisivo dei guardacoste. I “soccorsi” in mare, infatti, riforniscono di migranti i boss del traffico internazionale, moltiplicando gli introiti. Le operazioni della cosiddetta Guardia costiera, fieramente sostenuta da Bruxelles e da Roma, sono una delle principali cause delle violazioni. Non è un caso che Guterres si guardi bene dal parlare di «soccorsi». «Il numero di prigionieri – si legge – è cresciuto a seguito dell’aumento delle intercettazioni in mare e della chiusura delle rotte marittime». Una manna per i contrabbandieri di vite umane.

Tutto alla luce del sole. «L’Unsmil ha continuato a ricevere segnalazioni credibili di detenzione prolungata e arbitraria, torture, sparizioni forzate, cattive condizioni di detenzione, negligenza medica e rifiuto di visite da parte di famiglie e avvocati da parte di i responsabili delle carceri e di altri luoghi di privazione della libertà». Al momento si contano 4.900 rifugiati e migranti detenuti nelle prigioni del governo, «ma un ulteriore numero sconosciuto di persone è detenuto in altre strutture» clandestine.

Il 29 luglio, vista «l’assenza di misure per far fronte a queste condizioni», l’Onu aveva chiesto «la chiusura di tutti i centri di detenzione». Invano.

Tratto da Avvenire

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