Dossier Libia https://dossierlibia.lasciatecientrare.it Abusi e violazioni sull'altra sponda del Mediterraneo Fri, 27 Mar 2020 14:14:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.3.2 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/wp-content/uploads/2018/09/cropped-Dossier_Libia_logo_icon-32x32.jpg Dossier Libia https://dossierlibia.lasciatecientrare.it 32 32 La Turchia invia armi alla Libia. Sulla nave libanese Bana presenti armi e servizi segreti turchi passati da Genova sotto mentite spoglie. Un’azione di una gravità inaudita https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/la-turchia-invia-armi-alla-libia-sulla-nave-libanese-bana-presenti-armi-e-servizi-segreti-turchi-passati-da-genova-sotto-mentite-spoglie-una-azione-di-una-gravita-inaudita/ Fri, 27 Mar 2020 13:45:29 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1908 Di navi turche che trasportano armi passando dall’Italia, se ne registrano ogni mese a decine: toccano prevalentemente il porto di Trieste (1) per poi scaricare il cargo in Anatolia, a due passi dal conflitto siriano. Ma passare armi sottobanco e farlo in Italia è gravissimo: il protagonista è ancora una volta Erdogan. Succede che la […]

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Di navi turche che trasportano armi passando dall’Italia, se ne registrano ogni mese a decine: toccano prevalentemente il porto di Trieste (1) per poi scaricare il cargo in Anatolia, a due passi dal conflitto siriano.
Ma passare armi sottobanco e farlo in Italia è gravissimo: il protagonista è ancora una volta Erdogan.
Succede che la nave Bana, battente bandiera Libano ed adibita al trasporto di veicoli (e non Cargo A – Major, ossia armi) segue una rotta che desta sospetti: parte da Genova (09/01/20) ed attracca in Libia cinque giorni dopo (14/01/20), a Misurata, una città di circa 400.000 abitanti sul golfo Sirte.
E’ snodo fondamentale della guerra civile libica: proprio qui si registrano negli ultimi due mesi gli scontri più feroci tra il fronte LNA e quello GNA. Ossia: l’avanzata di Haftar e l’opposizione di Al Sarraj.
Mentre l’ONU e l’intera comunità internazionale spingeva per il cessate il fuoco ed il suo conseguente mantenimento, una nave libanese viaggiava nel Mediterraneo ed attraccava in Libia rimanendovi almeno cinque giorni.
La Bana lascerà il porto libico ed attraccherà a Beirut solo una settimana dopo (21/01/20): la distanza tra Libano e Libia è un tiro di schioppo, immaginando per eccesso 48 ore di navigazione, restano cinque giorni in cui l’imbarcazione si è fermata a Misurata.
Premettendo il sospetto per una nave che resta cinque giorni in Libia, la vicenda assume contorni inquietanti: sulla nave libanese transitata da Genova erano presenti militari e servizi segreti turchi.

Il carico delle armi pare sia avvenuto a Mersin, provincia dove ripetutamente le navi si riforniscono di armamenti (la Un Instanbul, la Ephesus Seaways (2), la Und Atilim e Assos Seaways (3)).
Emergono tre punti: primo, la Turchia passa dall’Italia segretamente con armi e servizi segreti al seguito. Senza avvertire gli esponenti del Governo italiano ne la Capitaneria di porto di Genova: cercando di farli fessi.
E questo è un atto di stampo terroristico verso il nostro Paese. Entrare nel porto ligure sotto mentite spoglie, senza registrarsi, senza segnalamento è simile ad un atto di guerra, ad un’invasione. Un ladro che entra in una casa, uguale.
Perché quanto successo non ha visto protagonisti spuri criminali di nazionalità turca, cani sciolti. Ma forze militari che fanno capo proprio ad Erdogan.
Secondo: il sultano viola la tregua in Libia, rifornisce le truppe nazionali libiche di armamenti e fa sbarcare soldati e servizi segreti a Misurata.
Terzo: Ankara viola la nostra normativa, quella internazionale nonché quella marittima. E non attenersi alla legge del Paese dove si va equivale a non rispettarlo.
Sintesi dei tre punti: il Presidente della Turchia va processato.
La nave libanese, di fatto, era una nave turca: le armi che sono state caricate a Mersin sono bombe, jeep con cannoni, mitra e razzi. Un arsenale al servizio dei libici per violare il cessate il fuoco.
Dopo essersi caricata in Turchia ed arrivata in Libia, con tappa intermedia di Genova, la Bana ha attraccato a Beirut (21/02/20) ed è tornata in Italia (02/02/20) dove rimane ferma a seguito dell’arresto del libanese Jousseff Tartiussi, accusato di traffico internazionale di armi.
Inquieta il modus operandi adottato da Ankara: di navi turche con cargo di armi il Mediterraneo è pieno, ma un’azione così segreta pone interrogativi enormi sulle azioni del Governo turco.
Trasportare sottobanco armi, militari e servizi segreti su una nave libanese che passa in Italia è un’azione di una gravità inaudita che, nel nostro Paese, non ha precedenti dalla Seconda Guerra Mondiale.
E’ lecito esortare gli organi governativi competenti a chiedere immediate delucidazioni al Governo turco e, visto quanto successo, sbarrare l’accesso dei porti italiani a qualunque nave battente bandiera Turchia: l’Italia non può accettare questi comportamenti.
L’Italia non è la colonia del delirante Governo turco.

NOTE:
(1) https://www.meltingpot.org/Erdogan-carica-o-porta-armamenti-a-Trieste.html
(2) https://www.meltingpot.org/I-porti-italiani-approdo-di-navi-cariche-di-armamenti.html#.Xn3SN4hKjIU
(3) https://www.meltingpot.org/Un-altra-nave-turca-PERICOLO-A-in-Italia.html

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Libia: primo caso Covid-19, sanità collassata e civili in quarantena volontaria uccisi dalle bombe di Haftar https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/libia-primo-caso-covid-19-sanita-colassata-e-civili-in-quarantena-volontaria-uccisi-dalla-bombe-di-haftar/ Wed, 25 Mar 2020 14:57:23 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1898 Mentre si registra il primo caso di Coronavirus in Libia, un saudita di 73 anni giunto in loco attraverso la Tunisia, il popolo libico si rintana nelle case per evitare di contrarre il virus in una quarantena volontaria che rischia di essere una trappola per topi. A Tripoli, infatti, ormai si è giunti ad un […]

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Mentre si registra il primo caso di Coronavirus in Libia, un saudita di 73 anni giunto in loco attraverso la Tunisia, il popolo libico si rintana nelle case per evitare di contrarre il virus in una quarantena volontaria che rischia di essere una trappola per topi.
A Tripoli, infatti, ormai si è giunti ad un livello di drammaticità senza precedenti e la gente di fatto sceglie come morire: in strada per i proiettili e/o rischiando di contrarre l’infezione o in casa in quarantena mentre contemporaneamente Haftar sgancia le bombe sulle case massacrando uomini donne e bambini. Strade senza via d’uscita.
La situazione in Libia resta gravemente drammatica: il cessate il fuoco del 12/01/2020 non è stato rispettato nonostante l’emergenza sanitaria che ormai ha varcato le porte della nazione.
Da una parte il fronte GNA di Al Sarraj, sostenuto dalla comunità internazionale e con sede nella capitale. Dall’altra il LNA, del comandante della Cirenaica Haftar.
La tregua non è stata rispettata e si registrano bombardamenti a Tripoli, sulla prigione al-Rweni nel distretto di Ain Zara, nella parte meridionale della città. Da segnalare inoltre l’abbattimento di un drone GNA di proprietà turca (e fabbricazione francese?)(1).

Lunedì le bombe sganciate da Haftar hanno causato la morte di cinque civili, tra cui una donna. In soli tre mesi scarsi si registrano più di mille vittime e 150.000 sfollati.
Negli ospedali, obiettivi insieme alle scuole della violenza cieca del fronte Haftar-Arabia Saudita – Russia- Egitto, c’è carenza di macchinari e sistemi di protezione. In Libia orientale, roccaforte del fronte LNA, gli stipendi erogati dalla banca centrale di Bengasi (creata in contrapposizione a quella tripolitana) sembra non siano stati versati e i medici, di risposta, si rifiutano di andare a lavoro anche per totale assenza di mascherine e guanti protettivi.
I civili libici, coscienti del vicino focolaio europeo, hanno provato ad adottare misure preventive quali la quarantena volontaria: i due leader della nazione, Al Sarraj ed Haftar, incuranti delle sofferenze del proprio popolo invece continuano a violare la tregua massacrando le persone e giocando al patetico crudele ed infantile gioco “è stato lui ad iniziare”.
Un modus operandi che porterà alla violenta diffusione del virus ed atrocità senza precedenti.
Il sistema sanitario libico non può reggere l’epidemia. E’ carente sotto ogni ambito.

Per misurare la sanità di un Paese esistono sei parametri che generano una sintesi finale (2). E tre classificazioni (in ordine di efficienza): “most prepared” la prima, “more prepared” la seconda e “least prepared” la terza.
Primo parametro: “Prevention of the emergence or release of pathogens”, ovvero la prevenzione alla comparsa e/o rilascio di agenti patogeni. La Libia è al 145° posto (su 195 nazioni) con punteggio 23.2 e rientrante nella categoria “least prepared”, la peggiore.
Il secondo, “Early detection & reporting for epidemics of potential international concern”. Trattasi della capacità del sistema sanitario di individuare/segnalare in tempo le epidemie potenzialmente preoccupanti a livello internazionale: 111° posto (punteggio 36.0) e seconda fascia, more prepared.
Terzo parametro: “Rapid response to and mitigation of the spread of an epidemic”. Ovvero la prontezza in una risposta rapita per mitigare la diffusione dell’epidemia. Il sistema sanitaria libico non è in grado, si attesta al 185° posto (18.9). La fascia è l’ultima, impreparata.
Quarto punto,“Sufficient & robust health system to treat at the sick & protect health workers”. Quindi la capacità della sanità nazionale di proteggere la salute dei lavoratori: 170° posto (9.1.) ed ultima fascia anche qui.
Quinto, “commitments to improving national capacity, financing and adherence to norms”, gli sforzi volti a migliorare la capacità nazionale, il finanziamento ed il rispetto delle leggi: 177° posto (31.0) ed ultima fascia.
Sesto ed ultimo parametro“overall risk environment and country vulnerability to biological threats”. Trattasi del rischio/vulnerabilità dinanzi ad armi biologiche: 159° posto (39.0) e seconda fascia.
Infine il punteggio complessivo (“overall score”), sintesi dei sei parametri precedenti.
La Libia ed il suo sistema sanitario sono al 168° posto (25.7) dietro a nazione che nel corso dei decenni hanno vissuto epidemie, drammi e violenze. Per esempio, è dietro al Sudan (163°), all’Iraq (167°), Zambia (152°), Niger (132°) e perfino dietro l’Afghanistan (130°) per rendere l’idea dell’impreparazione della sanità libica.
In questo scenario s’inserisce la gravissima emergenza migranti, intrappolati negli illegali centri di detenzione.
Le forze parastatali e di stampo mafioso della Libia fanno capo a Bija e scagnozzi: hanno assunto il potere della sedicente Guardia costiera, sono i guardiani delle carceri, fanno soldi a tonnellate nel ruolo di trafficanti e prendono per la cravatta Al Sarraj. Per rendere l’idea, come se in Italia venisse dato il compito di gestire i flussi in entrata/uscita dal Brennero e delle carceri al boss di un’organizzazione mafiosa.
Il doppio ruolo di trafficante/Guardia costiera ha consentito al boss libico Bija due cose: la prima, nel ruolo di trafficante estorsione di denaro ai migranti e nel ruolo di Guardia costiera ai Paesi europei.
La seconda, di avere un enorme potere contrattuale sia a livello regionale sia internazionale: testimonianza i vari memorandum stipulati dagli Stati occidentali ufficialmente con il GNA ma ufficiosamente con l’organizzazione parastatale. Oppure il decreto libico 1034/2019 (3), normativa ad personam (Bija) che denota una violenta aggressione verso le ONG europee ed altrettanto violenta presa di posizione verso l’Europa intera.

La sintesi di questa escalation/scalata di poter si traduce in una cosa: i migranti sono interamente alla mercé di Bija e con l’aggravarsi dell’epidemia saranno ancora di più carne da macello nelle mani di un mafioso senza scrupoli.
Le organizzazioni internazionali hanno il dovere di intervenire per un immediato cessate il fuoco, non solo a parole: bisogna fare pressione concreta per la liberazione dei migranti rinchiusi nelle carcere detentive e tutelare i civili libici dalla follia Al Sarraj – Haftar.
Gli Stati occidentali devono cessare la vendita miliardaria di armi alle nazioni implicate nel conflitto libico: non solo per rispettare le proprie normative nazionali, non solo per rispettare le convenzioni internazionali, ma anche per non essere complice della razzia di Arabia Saudita e company in Libia.
Il popolo libico ed i migranti non possono reggere al binomio catastrofico guerra – Covid19.

(1) https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/la-francia-vende-armi-a-erdogan-per-un-miliardo-di-euro/
(2) GHS INDEX, Global Health Security Index, Building Collective Action and Accountability, 2019
(3) https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/laccordo-con-tripoli-non-va-rinnovato-e-un-finanziamento-alla-mafia-libica/

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“Sono solo bambini”. Un report di Human Rights denuncia le torture che la polizia egiziana infligge ai minori https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/sono-solo-bambini-un-report-di-human-rights-denuncia-le-torture-che-la-polizia-egiziana-infligge-ai-minori/ Tue, 24 Mar 2020 18:53:37 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1904 L’esercito e la polizia egiziana arrestano arbitrariamente, uccidono e torturano anche i bambini. Lo afferma una particolareggiata inchiesta pubblicate dall’ong Human Rights Watch e dall’associazione per i diritti umani Belady.  Il report, dal significativo titolo di “A nessuno importava che fosse un bambino”, documenta terrificanti abusi compiuti contro una ventina di ragazzi di età compresa […]

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L’esercito e la polizia egiziana arrestano arbitrariamente, uccidono e torturano anche i bambini. Lo afferma una particolareggiata inchiesta pubblicate dall’ong Human Rights Watch e dall’associazione per i diritti umani Belady

Il report, dal significativo titolo di “A nessuno importava che fosse un bambino”, documenta terrificanti abusi compiuti contro una ventina di ragazzi di età compresa tra i 12 e i 17 anni arrestati dalle forze dell’ordine egiziane. 

Di fronte a tali crimini contro dei minori, Human Rights Watch chiede a tutti gli Stati “alleati degli egiziani, in particolare gli Stati Uniti, ma anche la Francia e gli altri Paesi dell’Unione Europea, di interrompere il sostegno alle forze di sicurezza egiziane fino a quando l’Egitto non prenderà tutte le misure necessarie per porre fine a questi abusi e punire i responsabili”. 

Aya Hijazi, responsabile dell’associazione Belady, ha sottolineato come “quando si tratta di minori o di bambini, le autorità egiziane agiscono come se non dovessero rendere conto a nessuno delle loro azioni. Si sentono superiori alla legge ed agiscono in totale impunità”. Parole che fanno pensare  quanto accaduto, sia nell’esecuzione dell’omicidio sia nei successivi depistaggi, nel caso del nostro Giulio Regeni. Adesso, grazie al dossier di Human Rights Watch, sappiamo che questo accade anche quando le vittime sono bambini. 

Le testimonianza che si possono leggere nel dossier, liberamente scaricabile da questa pagina del sito di Human Rights, sono degne di un film dell’orrore. Sette bambini hanno  riferito che gli agenti di sicurezza li hanno torturati con l’elettricità e facendo anche uso di pistole stordenti.

Altri sette minori hanno spiegato che i poliziotti li hanno sospesi con una corda al soffitto dalle braccia che gli avevano legato dietro la schiena e li hanno strattonati sino a slogare loro le spalle.  

“Altri bambini sono stati torturati col waterboarding (una forma di tortura che consiste nel tenere fermo il bambino a testa in giù e versargli acqua nella bocca e nel naso sino a simulare l’annegamento. Ndr) e con scariche di elettricità nei genitali e nella lingua – ha denunciato Bill Van Esveld, direttore di Human Rights Watch -. Tutto questo viene compiuto nella più totale impunità”.

Alcuni bambini sono stati tenuti arbitrariamente in detenzione per 13 mesi, senza che venisse dato alla famiglia la benché minima informazioni sulla sorte dei loro figli. In tre casi, tra quelli documentati nel rapporto, i minori sono stati trattenuti in isolamento, negandogli anche le visite dei genitori, per più di un anno. Altri bambini, sono stati rinchiusi con adulti in celle così sovraffollate che erano costretti a dormire a turni, senza cibo e cure mediche.

“Avevo 17 anni quando gli agenti della sicurezza nazionale mi hanno arrestato – racconta Belal B. – Gli agenti mi hanno tenuto per tre giorni legato stretto ad una sedia, in isolamento. Non mi hanno detto nulla e i miei genitori non sapevano che fossi stato fermato”. Ricordiamoci che l’Egitto, in violazione al diritto internazionale, ha già condannato a morte un minore. 

“La legge egiziana impone alla polizia di segnalare a un pubblico ministero i soggetti fermati entro 4 ore dall’ arresto – si legge nel rapporto –  ma è una pratica comune che le date siano falsificate dagli stessi magistrati, in modo da  coprire detenzioni molto più lunghe. In nessuno dei casi che abbiamo esaminato le autorità hanno presentato un mandato di arresto o arrestano i minori in modo lecito”. 

Ci sono casi di ragazzini trattenuto senza processo per più di 30 mesi, quando il limite per la legge egiziana è di due anni. 

“Un minore è stato accusato di aver partecipato ad una protesta avvenuta mentre era in detenzione e si sono rifiutati di lasciargli sostenere gli esami di scuola, minando le sue possibilità di proseguire gli studi”. Il sistema giudiziario penale egiziano non si è mai preoccupato di indagare seriamente sulle accuse di tortura e maltrattamenti da parte dei bambini. “In un caso che abbiamo esaminato – si legge –  il pubblico ministero ha persino minacciato il minore di riconsegnarlo all‘agente che lo aveva torturato se avesse rifiutato di sottoscrivere la confessione che gli volevano imporre”.

E non solo giudici civili! In due casi tra quelli esaminati nel rapporto, i bambini sono stati processati e condannati addirittura da un tribunale militare

“Il sistema giudiziario egiziano invece di proteggere i bambini dai maltrattamenti, copre i torturatori – ha affermato Hijazi -. I Governi dei Paesi che sostengono di avere a cuore i diritti umani, dovrebbero porre fine ad ogni sostegno ai servizi di sicurezza egiziani, altrimenti non sono altro che complici di questi orrori”. 

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La Francia vende armi a Erdogan per un miliardo di euro https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/la-francia-vende-armi-a-erdogan-per-un-miliardo-di-euro/ Mon, 23 Mar 2020 16:48:44 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1891 Prima l’ingerenza ed i bombardamenti, poi i rifornimenti ad Ankara coinvolta nella guerra civile a Tripoli Anno 2010: Gheddafi ragiona seriamente su una moneta unica africana in stile euro per sostituire il franco CFA, utilizzato da 14 Stati dell’aerea francofona. La tesi è avvalorata dalle mail nella posta elettronica dell’allora segretario di Stato Hillary Clinton, […]

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Prima l’ingerenza ed i bombardamenti, poi i rifornimenti ad Ankara coinvolta nella guerra civile a Tripoli

Anno 2010: Gheddafi ragiona seriamente su una moneta unica africana in stile euro per sostituire il franco CFA, utilizzato da 14 Stati dell’aerea francofona. La tesi è avvalorata dalle mail nella posta elettronica dell’allora segretario di Stato Hillary Clinton, rilasciate pubblicamente dal Dipartimento di Stato americano il 31/12/2015 per ordine di un Tribunale locale.
Una mail in particolare, la “UNCLASSIFIED U.S. Department of State Case No. F-2014-20439 Doc No. C05779612 Date: 12/31/2015” si spinge nel chiarire il motivo dell’intervento della Francia in Libia. Si parla della disponibilità finanziaria del Raìs, 143 tonnellate di oro e uguale quantità di argento (circa sette miliardi di dollari), spostato nella città centro-meridionale di Shaba, al confine con Niger e Ciad: l’oro in questione “è stato accumulato prima della ribellione corrente e doveva essere utilizzato per la creazione di una valuta africana sulla base di una moneta libica: il piano è progettato per fornire ai Paesi francofoni un’alternativa al franco francese (CFA)”(1).
I francesi, secondo la mail, intervengono per cinque altri motivi: ottenere un quota maggiore nella produzione petrolifera in Libia (scavalcando peraltro l’Italia), aumentare l’influenza in Nord Africa, migliorare la situazione internazionale dello Stato francese ed accrescere il prestigio dell’esercito. In ultimo, affrontare la problematica inerente al rischio che Gheddafi possa soppiantare la Francia come potenza dominatrice nella parte settentrionale africana.


19 marzo 2011: la Francia bombarda la Libia, poche ore dopo seguono i raid inglesi.
25 marzo 2011: inizia l’operazione Unified Protector guidata dalla NATO.
20 ottobre 2011: Gheddafi muore.
2011 – giorni nostri: scontro cruento da frazioni regionali libiche.
Il vuoto lasciato dal dictator Gheddafi apre due problematiche: la prima, un vuoto di potere che si tramuta in aspra guerra civile. La seconda: prima la Libia rappresentava per molti migranti economici e politici l’ultima tappa al progetto migratorio per le opportunità lavorative che offriva Tripoli, adesso simboleggia soltanto una frontiera da valicare il prima possibile.
Lo scontro è tra Haftar governatore della Cirenaica ed Al Sarraj capo del Governo riconosciuto attualmente dalla comunità internazionale.
La Francia ha un atteggiamento ambiguo in questa situazione: appoggia ufficialmente Al Sarraj, mentre sottobanco il rischio di sostenere Haftar è concreto.
Perchè la Francia è partner di Emirati Arabi, Arabia Saudita ed Egitto, ossia del fronte che in Libia appoggia il Governatore della Cirenaica. Se il sostegno in Yemen è ufficiale, essendo Parigi partner attiva della coalizione che sta massacrando il popolo yemenita, in Libia sembra probabile una riproposizione della coalizione.
In Libia, l’appoggio, appare ufficioso.
Un ginepraio di alleanze e tradimenti in stile serie tv.
Il fronte arabo di cui fa parte Parigi nella questione libica si scontra col Qatar e con la Turchia.
Proprio il Parlamento turco, in data 02/01/2020, ufficializza l’intervento in Libia al fianco di Al Sarraj, dopo averlo finanziato con armi e mercenari per lungo tempo.
E la Francia, per non saper ne leggere ne scrivere, fa affari anche con loro: armi.


Il business di armamenti è remunerativo quanto quello della droga, è una fonte di guadagno di proporzioni enormi.
I rapporti economici Parigi-Ankara per quanto concerne le armi sono assai remunerativi.
Nel 2018 Erdogan compra da Makron armamenti per 968.977.242 €: una barca di soldi che puzzano di malaffare. Vendere armamenti a nazioni belligeranti, e la Turchia lo è, non è un’azione eticamente accettabile. E non è neanche in linea con la legge nazionale e comunitaria.
Nello specifico, gli affari più remunerativi li fanno con le “Licences spatiales” (disciplinate dalla normativa n° 0151 30 giugno 2018): trattasi di apparecchiature fabbricate per essere installate su veicoli militari aeronautici e/o spaziali e capaci di mantenere temperature inferiori a 170°. La Turchia li ha acquistati per 232.500.002 €.
Poi, apparecchiature per l’intensificazione delle immagine e quindi per la visione all’infrarosso o radar o termica (categoria ML 15), venduti ad Ankara per 155.859.800 €.
Corazzature o equipaggiamenti di protezione (ML13) per 112.595.000 €, apparecchiature per la direzione del tiro e congegni di mira nonché calcolatori per il bombardamento (ML05) fatturano 112.133.671 €.
Non è finita: veicoli terrestri (ML06) venduti per 89.953.373 €, bombe siluri razzi granate bombe incendiarie (ML04) per 69.254.908 €, apparecchiature elettroniche e veicoli spaziali (ML11) per 49.540.000 €, munizioni e dispositivi di graduazione per armi di calibro inferiore a 20mm ed armi automatiche di calibro uguale oppure inferiore a 12 mm (ML03) per 36.845.000 €.
Ed ancora: navi da guerra (ML9) per 35.933.024 €, aeromobili velivoli senza pilota UAV e relative attrezzature (ML10) per 23.602.500 €, tecnologie (ML22) per 22.857.006 €, apparecchiature di produzione per propellente (ML18) per 16.731750 €, agenti chimici per la cosiddetta “guerra chimica” e materiale radioattivo (ML07) per 7.105.500 €, fusioni e prodotti semilavorati per navi da guerra o UAV o bombe (ML16) per 2.188.450 €, materiali energetici e sostanze connesse (esempio miscele “esplosive” come BNCP, CL-14, DADE, DATB) rientranti in categoria ML08 e venduti per 1.253.258 €.
Infine, software militari (ML21) per 624.000 €.
Totale 968.977.242 €, praticamente un miliardo di euro.
Lecito aspettarsi che il “Made in France” sia a Tripoli.

(1)UNCLASSIFIED U.S. Department of State Case No. F-2014-20439 Doc No. C05779612 Date: 12/31/2015This gold was accumulated prior to the current rebellion and was intended to be used to establish a pan-African currency based on the Libyan golden Dinar. This plan was designed to provide the Francophone African Countries with an alternative to the French.franc (CFA).”

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Le migrazioni ai tempi del Coronavirus. In aumento il trend dei contagi in Africa (+326) e in diminuzione gli sbarchi in Europa (18.717) https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/le-migrazioni-ai-tempi-del-coronavirus-in-aumento-il-trend-dei-contagi-in-africa-326-e-in-diminuzione-gli-sbarchi-in-europa-18-717/ Fri, 20 Mar 2020 18:25:22 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1882 Il Covid-19 arriva a 209.839 casi nel mondo, 8.778 vittime e 169 nazioni ormai raggiunte (1). L’Europa è ormai il focolaio principale, l’Italia il Paese più ferito, non solo del continente ma del globo.In Africa il virus si sta espandendo, non rapidamente come i bollettini odierni dell’Occidente, ma comunque velocemente: nella fase embrionale del contagio i […]

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Il Covid-19 arriva a 209.839 casi nel mondo, 8.778 vittime e 169 nazioni ormai raggiunte (1). L’Europa è ormai il focolaio principale, l’Italia il Paese più ferito, non solo del continente ma del globo.
In Africa il virus si sta espandendo, non rapidamente come i bollettini odierni dell’Occidente, ma comunque velocemente: nella fase embrionale del contagio i numeri rimangono inizialmente contenuti per poi aprirsi in tutta la loro violenza cieca.
I contagi nel continente africano sono 644 (+326 rispetto al 16/02/20) ed in costante crescita rispetto ai giorni scorsi: aumentano a braccetto anche il numero degli Stati in cui il virus si è subdolamente insediato, 36 (+10 in meno di una settimana).
In 24 casi la diffusione è per “imported cases only”, ovvero causata da persone esterne alla nazione di riferimento e quindi esportato dai Paesi occidentali e/o orientali. In 12 casi invece è “local trasmission”, ovvero a trasmissione locale.
Gli ospedali insufficienti ed inefficienti fanno salire il livello di allerta, perché se in Europa è una tragedia immane in Africa il rischio concreto è quello di un’ecatombe(2): emergono ed emergeranno a galla le criticità del continente africano e l’inutilità degli aiuti passati dell’UE.
La cooperazione internazionale, sostituita goffamente da finanziamenti discutibili, porterà alla luce la disfunzione delle amministrazioni locali ed interregionali africane colpite dalla più feroce corruzione. Di conseguenza, la completa assenza di coperture sanitarie che porteranno alla morte migliaia se non milioni di persone con un reddito misero. Quindi, la stragrande maggioranza della popolazione.
L’UE frammentata mostra debolezza internamente, l’ha dimostrato ampiamente nei giorni dell’emergenza Coronavirus: le scellerate dichiarazioni della Lagarde che portavano la Borsa di Milano a chiudere al -16,9% nella peggiore seduta della sua storia, il blocco infame alle esportazioni di materiale sanitario verso il nostro Paese, i tentennamenti per i finanziamenti da versare agli Stati preda dell’attacco del Covid-19, Italia in primis. Situazione così acre che il Presidente della Repubblica pubblicava una dura nota in cui si auspicava politiche di solidarietà “e non mosse che possono ostacolarne l’azione”(3).
Questa visione cinica dell’UE è il modus operandi anche in politica estera: è di fatto il riflesso a quanto succede in politica internazionale. Ovvero trattare il problema mostrando freddo cinismo oppure cercando scorciatoie che, prima o poi, portano ad un vicolo cieco.
E’ un triste tratto distintivo dell’Europa e dei suoi Stati membri.
Dall’accordo fallimentare UE-Turchia(4) al nuovo finanziamento di 663 milioni ad Erdogan(5), dal mezzo miliardo di euro sborsato dagli italiani ai libici per il mantenimento dei centri detentivi(6) alla vendita illegale di armi alla Libia da parte della Francia(7). Oppure gli accordi milionari della Germania con Egitto(8) e Turchia(9), o quelli dell’UE con l’Eritrea di Afewerki(10).
La lista è infinita: dare miliardi di euro a chi genera profughi per tenere buoni i dittatori e bloccare quegli stessi profughi generati dalla violenza dei cofirmatari.
Questa visione miope dettata dalla fobia degli sbarchi porta all’incremento degli stessi: è un’equazione abbastanza elementare che se si finanziano gli autori delle guerre e dei regimi repressivi aumentano le persone che cercano di fuggire proprio da quelle guerre e e da quelle repressioni.
Se invece s’improntasse una lungimirante cooperazione che punta al miglioramento del welfare state, i tanto temuti sbarchi oltretutto diminuirebbero. E’ elementare.

L’emergenza Coronavirus in un primo momento sta portando una flessione alla curva degli sbarchi migratori, ma è una situazione transitoria: se il virus prenderà piede, la curva subirà un incremento esponenziale e non ci saranno frontiere che tengano.
Il tappo, la Libia, è pronto ad esplodere nonostante i milioni di euro che vengono sganciati ripetutamente. Nel Paese nord-africano non si registrano casi, ma è una statistica farlocca: non esistono controlli, gli ospedali sono a pezzi, autoctoni e migranti già prima dell’esplosione dell’epidemia non rientravano nelle cure sanitarie.
Ad oggi si registrano 18.717 sbarchi, di cui 15.543 via mare (Italia, Grecia, Spagna, Cipro e Malta) e 3.174 via terra (Grecia e Spagna) con una stima di 181 morti.
Il punto di arrivo più gettonato è la Grecia (9.369), poi Spagna (5.234), Italia (2.708), Malta (989), Cipro (363) e Bulgaria (54).
Le nazionalità più rappresentate sono Afghanistan (2.396) Siria (1.393), Bangladesh (440), D.R. Congo (359), Algeria (319), Iraq (288), Costa d’Avorio (283), Sudan (245) e Palestina (219).
Secondo questi dati, le proiezioni statistiche di sbarchi da Marocco, Libia. Tunisia ed Egitto (i trampolini più gettonati dai trafficanti) sono 74.868, escludendo l’incremento tipico che si registra durante i tardo periodi primaverili ed estivi.
Numeri nettamente inferiori, anche arrotando per eccesso ed abbondando, agli sbarchi registrati nel 2019 (123.663), 2018 (141.472), 2017 (185.139), 2016 (373.652), 2015 (1.032.408) e 2014 (224.445).
In Italia il trend è in aumento: a gennaio 2020 gli sbarchi erano 1.275 (+1.073 rispetto all’anno precedente), a febbraio il totale 2.553 (+2.291) ed a marzo 2.738 unità (+2.340).
Questo significa due cose.
Uno: i flussi migratori in Europa attraversano la curva di decrescita ma è una fase transitoria. Le popolazioni africane, se il Covid-19 attecchisce, cercheranno l’approdo in Europa. Con l’ebola sono in molti ad essere scappati davanti al tasso di mortalità alto. Il Coronavirus sarà più devastante, l’esodo sarà di proporzioni bibliche.
L’obiezione “perchè dovrebbero venire da noi se siamo il focolaio?” è un castello di sabbia: noi stiamo piangendo i morti ma abbiamo accesso alle cure, alla battaglia per restare in vita. In Africa non esisteranno terapie intensive, non esisteranno mascherine adatte, non esisteranno posti letto e non esisteranno farmaci adatti: la povera gente morirà. Questo sarà un trampolino, magari irrazionale ma unica soluzione, a spingere a giocarsi la carta flebile della sopravvivenza e salpare il Mediterraneo.
Con tutte le complicazioni più drammatiche che questo comporterà: frontiere africane più inaccessibili, ricatti per varcarle più violenti, pericolo di contagio più ampio.
Due: le politiche comunitarie UE e le singole iniziative degli Stati membri per prevenire gli sbarchi sono fallimentari. Il fenomeno non si restringe stringendo patti con forze paramafiose o con dittatori. E’ stato ampiamente dimostrato. E’ controproducente.
Gli sbarchi diminuiranno soltanto quando l’Occidente interverrà in maniera strutturale e con azione di natura macroeconomica alla (ri)costruzione di un welfare state che consenta ai propri cittadini di non morire per la malaria, il morbillo ed altre malattie comuni.
Diminuiranno quando restare in Eritrea non significherà servizio militare a vita come espediente per diventare schiavi alle mercé del FPDG di Afewerki, quando si smetterà di stringere accordi con Al-Sisi o Erdogan.
Quando si smetterà di dare soldi alla Guardia Costiera libica, colta più volte in fragranza nelle psicopatica veste di trafficante/Guardia. O a quella turca, autrice di speronamenti e manovre killer verso poveri Cristi che tentano di non annegare.
Quando si eviterà di sporcarsi le mani col sangue dei carnefici, facendo così che la cappa della dittatura possa finalmente essere spazzata dal profumo della libertà e di una condizione di vita migliore.

NOTE
1 World Healt Organization,Rapporto sulla situazione – Aggiornato al 20/03/2020 ore 10:27
2 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/il-coronavirus-in-africa-sara-una-strage-annunciata-il-sistema-sanitario-privatizzato-dei-paesi-africani-non-puo-reggere-la-pandemia/
3 Nota del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Roma 12/03/2020
4 https://www.meltingpot.org/Io-non-ho-sogni-L-accordo-UE-Turchia-genesi-applicazione.html#.XnSoqohKjIU
5 https://www.meltingpot.org/L-Europa-ci-ricasca-663-milioni-ad-Erdogan.html
6 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/mezzo-miliardo-di-euro-ecco-quanto-e-costato-allitalia-mantenere-i-campi-di-tortura-in-libia-negli-ultimi-due-anni/
7 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/un-business-da-423-miloni-di-euro-cosi-la-francia-viola-lembargo-e-vende-armi-alla-libia/
8 https://www.meltingpot.org/Germania-Egitto-un-accordo-disumano.html
9 https://www.meltingpot.org/La-Germania-in-febbraio-ha-sganciato-altri-32-milioni-di.html
10 https://www.meltingpot.org/L-Europa-e-la-sindrome-di-Stoccolma-20-milioni-al-dittatore.html

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Il Coronavirus in Africa sarà una strage annunciata. Il sistema sanitario privatizzato dei Paesi africani non può reggere la pandemia https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/il-coronavirus-in-africa-sara-una-strage-annunciata-il-sistema-sanitario-privatizzato-dei-paesi-africani-non-puo-reggere-la-pandemia/ Mon, 16 Mar 2020 16:27:59 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1880 Il Coronavirus in Europa è un massacro, in Italia è la nuova Caporetto. In Africa rischia di essere un ‘ecatombe.I casi di positività confermati nel mondo sono 164.837, i morti 6.476 ed ha attaccato ormai 146 Paesi nel mondo(1).In Europa si registrano 39.768 casi(2), con il nostro Paese (24.727 casi)(3) in prima linea in questa […]

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Il Coronavirus in Europa è un massacro, in Italia è la nuova Caporetto. In Africa rischia di essere un ‘ecatombe.
I casi di positività confermati nel mondo sono 164.837, i morti 6.476 ed ha attaccato ormai 146 Paesi nel mondo(1).
In Europa si registrano 39.768 casi(2), con il nostro Paese (24.727 casi)(3) in prima linea in questa battaglia contro l’infame nemico ribattezzato COVID-19.
L’OMS ha traslato l’epidemia in pandemia, ovvero problema che riguarda tutto il mondo come suggerisce l’etimologia della parola pân (tutto) e dêmos (popolo).
In Italia il nostro sistema sanitario, nonostante le vessazione subite nell’ultimo decennio, sta combattendo con principi di solidarietà ed abnegazione il nemico, mostrando segni di cedimento per il sovraffollamento dei casi ma riuscendo comunque a combattere il COVID-19 con i “soldati della medicina”, ovvero medici infermieri e farmacisti in prima linea.
Cosa succede se il virus attecchisce in Africa dove i sistemi sanitari presentano gravi squilibri nell’accesso tra ricchi e poveri?

Il Coronavirus nel continente africano sta cominciando ad espandersi e con numeri probabilmente più alti di quelli registrati ufficialmente.
Due i motivi: il primo, a differenza di Cina e nazioni europee, gli strumenti per verificare eventuali positività sono largamente più ridotte. Il secondo, l’accesso alle cure per le persone dei ceti medio-bassi sono assai più complicate e presentano barriere estremamente più alte. Barriere economiche: chi non ha soldi non si cura, muore. E nel continente la stragrande maggioranza versa in questa situazione, essendo la forbice tra ricchi (pochi) e poveri (molti) assai larga. Di fatto, il ceto medio è praticamente inesistente.
I casi in Africa accertati vedono in testa l’Egitto (110), Algeria (49) e Sud Africa (38).
A seguire Marocco (28), Senegal (26), Tunisia (18), Burkina Faso (3), Camerun (3), Costa d’Avorio (3), Repubblica Democratica del Congo (2), Ghana (2), Namibia (2), Nigeria (2), Repubblica Centrafricana (1), Congo (1), Guina Equatoriale (1), Etiopia (1), eSwatini (1), Gabon (1), Guinea (1), Kenya (1), Mauritania (1), Rwanda (1), Sudan (1), Togo (1).
Il welfare state nei Paesi più contagiati presenta criticità, è praticamente inesistente.

Nell’Egitto di Al-Sisi, alle Presidenziali farlocche i voti sono stati comprati con la violenza e per 3 $ egiziani, ovvero i nostri 0,14 €(4). Questo rende l’idea del tasso di povertà presente nel paese e permette di dire con totale sicurezza quanto l’accesso alla sanità per la stragrande maggioranza della popolazione sia utopia.
La “Current Health Expenditure as % of GDP”, ossia la spesa sanitaria (in % sul PIL) si attesta a livelli bassissimi: 4,2%, sintomo di una popolazione “lower-middle income”, ossia reddito medio-basso.
La sanità è bene esclusivo dei ricchi, il sistema sanitario universale annunciato da Al-Sisi è di fatto una promessa di cartone: nel Paese infatti ad essere ampliato è il sistema privato, con il rinforzo delle strutture esclusiva dei ricchi.
In Egitto per ogni mille abitanti ci sono soltanto 1,6 posti letto, parametri inferiori per esempio alla vicina Tunisia. I finanziamenti virano alla costruzione di centri privati: Suez, Ismailia per arrivare a Beni Suef. Un programma decennale che dovrebbere vedere la sua conclusione nel 2032 e dove l’accesso alle prestazioni sanitarie è previsto per chi ha soldi nel portafogli, chi non ne ha non potrà accedervi.
E’ difficile pensare che l’emergenza Coronavirus possa essere gestita come il modello Italia dove, tra tante criticità, ogni vita vale come l’altra e non si fanno distinzioni tra ricchi e poveri.

In Algeria la situazione non è diversa, ma comunque è migliore.
La spesa sanitaria è del 7,1%, sinonimo di “upper-middle income”, ovvero reddito medio-alto (2° categoria dopo l’“High Income” tipico dei Paesi europei). Tuttavia si registrano comunque criticità gravissime: un medico e due posti letto ogni mille abitanti. Tuttavia, la sanità è di stampo comunque pubblico, i medicinali sono garantiti gratuitamente alla fascia più vulnerabile e i redditi medio-alti garantiscono col pagamento delle tasse la copertura. Le strutture sanitarie carenti, specie nelle zone periferiche del Paese, fanno sì che malattie come tubercolosi e morbillo siano mortali: la paura è che il Coronavirus possa mettere in ginocchio totalmente il welfare state.

In Sud Africa la spesa sanitaria è 8,2%, superiore quindi ad Egitto ed Algeria, rientra nella seconda categoria anch’essa. Nonostante questo la situazione è comunque critica: quasi una persona su cinque ha l’HIV (17%) e quasi una persona su cento ha la tubercolosi (950/100.000), l’84% della popolazione non ha l’assicurazione sanitaria(5) ed il National Health Insurance, ovvero la fruizione universale ai servizi sanitari, sta migliorando ma con estrema lentezza la situazione.
Se la pandemia si estende con decisione qui, sarà un massacro.

Diffusione del Coronavirus nel continente africano

In Marocco, la spesa sanitaria è del 7,7% ma la situazione è pesante anche qui. E’ il terzo Paese dell’Africa per numero di contagi (28) e desta preoccupazione la situazione degli ospedali: un medico ogni 2.000 persone, un letto per ogni 1000.
In teoria ogni persona, in Marocco, può curarsi. Nella pratica non è così.
Il sistema assicurativo obbligatorio AMO (Assurance Maladie Obligatorie) è diviso in due sezioni: pubblico e privato. I dipendenti pubblici rientrano nel Caisse Nationale des Organismes de Prévoyance Sociale (CNOPS), i privati nel Caisse Nationale de Sécurité Sociale (CNSS).
Chi invece ha un reddito annuo inferiore a 5.650 dirham, ovvero la maggioranza, fruisce delle scarse cure del Régime d’Assistance Médicale (RAMED). Il sistema sanitario è fragile e debole, il COVID-19 è una minaccia gravissima.

In Senegal (26 casi) la situazione è peggiore di Egitto, Algeria e Marocco.
La spesa sanitaria è il 4% del PIL, tra le più basse del mondo e dell’Africa (peggio solo Sud Sudan 2,5%, Eritrea 3,3%, Repubblica del Congo 3,4% e Nigeria 3,5%).
E’ in quarta categoria, “low Income”, reddito basso.
Nel Paese il sistema è formalmente pubblico ma nella pratica privato: i costi per prestazioni mediche e farmaci in una nazione prevalentemente rurale sono altissimi, il che significa che la maggior parte delle persone non può accedervi (anche per questioni logistiche causa la distanza pronunciata dai centri).
0,06 medici e 0,42 personale infermieristico per 1000 abitanti(6): se la diffusione del COVID si espande, sono problemi seri.

Capitolo Tunisia: la spesa sanitaria è del 6,7% e rientra nella “lower-midlle income”. Nonostante in molti dicono che il sistema sanitario è simile a quello europeo, non è così.
Per i malati oncologi le spese possono arrivare a 260 euro mensili, non riescono ad usufruire del servizio i titolari di pensione minima (circa 170 euro). Ci sono 2 posti letto ogni mille abitanti(7) e sta prendendo piede il servizio sanitario privato, che ospita anche europei ma dove non rientra la maggioranza del popolo tunisino.

Negli altri Paesi africani dove sono presenti casi di COVID-19 la situazione è critica: Burkina Faso 7,2% (low income), Camerun 5,1 % (lower-middle income), Costa d’Avorio 5,4% (lower-middle income), Congo 3,4% (lower-middle income), Ghana 5,9% (lower-middle income), Namibia 8,9% (upper-middle income), Nigeria 3,5% (lower-middle income), Etiopia 4,0% (low income), Kenya 5,2 (lowe-middle income), Rwanda 7,5 % (low income), Togo 6,6% (low income)(8).
Il quadro che emerge è drammatico: in Europa il Coronavirus sta facendo migliaia su migliaia di vittime nonostante un sistema sanitario comunque all’avanguardia. La spesa sanitaria sul PIL in Italia è al 9% e la classe è “high income”, ovvero “classe alta”. Categoria in cui rientrano Germania (21,4%), Francia (11.1%) e Spagna (9,0%).
Nei Paesi africani, di fatto di terza e quarta classe, cosa succederà?

NOTE:
1 Dati aggiornati al 16/03/2020 ore 11:05
2 Dati aggiornati al 15/03/2020 ore 08:00
3 Dato aggiornato al 16/03/2020 ore 11:11
4 https://raiawadunia.com/crescono-gli-affari-italiani-con-gli-assassini-di-giulio-regeni/
5 www.saluteinternazionale.info
6 Centro Salute Globale – Regione Toscana www.centrosaluteglobale.eu/
7 Dati al 2014, Index Mundi
8 Fonte World Health Organization

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Incendio in centro di detenzione, muore uomo di 26 anni https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/incendio-in-centro-di-detenzione-muore-uomo-di-26-anni/ Wed, 04 Mar 2020 15:46:06 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1875 Un uomo eritreo di 26 anni è morto tragicamente in un incendio divampato nel centro di detenzione di Dhar el Jebel, a sud di Tripoli, nella notte tra sabato 29 febbraio e domenica 1° marzo. L’uomo è stato avvolto dalle fiamme mentre dormiva in una delle celle sovraffollate del centro, dove oltre 500 rifugiati e migranti sono […]

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Un uomo eritreo di 26 anni è morto tragicamente in un incendio divampato nel centro di detenzione di Dhar el Jebel, a sud di Tripoli, nella notte tra sabato 29 febbraio e domenica 1° marzo.

L’uomo è stato avvolto dalle fiamme mentre dormiva in una delle celle sovraffollate del centro, dove oltre 500 rifugiati e migranti sono detenuti arbitrariamente nella regione montuosa del Gebel Nefusa.

Stiamo supportando i sopravvissuti offrendo assistenza psicologica e distribuendo beni di prima necessità per sopperire agli oggetti andati persi nell’incendio. L’incendio ha distrutto un edificio in cui erano ammassate 50 persone e ne ha danneggiato parzialmente un secondo.

Un incidente simile, legato alle disastrose condizioni di vita, si era già verificato a dicembre, senza provocare vittime.

Il nostro psicologo riferisce di un livello di disperazione molto elevato. Le persone sono sotto shock, paralizzate da traumi di cui non vedono la fine. L’incendio e la tragica morte del giovane uomo si sommano al terribile ciclo di abusi ed eventi traumatici che i nostri pazienti affrontano in Libia. Ci dicono di sentirsi soli e indifesi, dopo mesi o addirittura anni in detenzione. La loro unica speranza è di vedere accolte le loro richieste di asilo. Devono uscire da qui”. Christine NivetCoordinatrice di MSF nel Gebel Nefusa.

Attualmente la maggior parte delle persone che sono detenute arbitrariamente nel centro di detenzione di Dhar el Jebel sono richiedenti asilo, eritrei e somali, già registrati dall’UNHCR.

Sono persone fuggite dai loro paesi d’origine per cercare sicurezza e asilo e non possono tornare indietro. Hanno vissuto esperienze terribili durante il loro viaggio, soprattutto in Libia. Alcuni sono stati rapiti e torturati da trafficanti di esseri umani per estorcere denaro ai loro parenti.

Altri hanno tentato di attraversare il Mediterraneo per cercare un luogo sicuro in Europa e sono stati riportati indietro dalla Guardia costiera libica, supportata dall’UE, e poi condotti nei centri di detenzione, soprattutto a Tripoli.

Dopo gli scontri tra milizie scoppiati nella capitale libica nell’agosto 2018, molti sono stati trasferiti dai centri di detenzione a Tripoli a quelli nel Gebel Nefusa, più lontani dalla linea del fronte ma remoti e isolati, in condizioni disperate e praticamente senza assistenza.

A maggio 2019 avevamo riscontrato una situazione medica catastrofica. Dopo un’epidemia di tubercolosi durata mesi, almeno 22 migranti e rifugiati sono morti per questa e altre malattie, tra settembre 2018 e maggio 2019.

Stop alla detenzione arbitraria

Almeno 2.000 migranti e rifugiati in Libia sono ancora rinchiusi per un tempo indefinito e senza alcun processo legale in orribili centri di detenzione, dove sono esposti ad abusi e condizioni pericolose.

Il meccanismo di evacuazione dei rifugiati dalla Libia è al momento estremamente limitato, soprattutto per la mancanza di posti per l’accoglienza offerti da paesi sicuri. Nonostante l’aggravarsi del conflitto in Libia, continua senza sosta il sostegno dell’Unione Europea alla Guardia costiera libica, che intercetta le persone che fuggono via mare e li riporta in un paese in guerra dove subiscono pericolose e ben note condizioni di violenza.

Le persone in cerca di sicurezza sono sempre più in trappola in Libia. Alcuni dei nostri pazienti sono bloccati nel centro di Dhar el Jebel da tre anni. Quello che possiamo fare come medici per alleviare la loro sofferenza è molto limitato perché i nostri pazienti rimangono nelle stesse difficili condizioni per un periodo prolungato, mentre il loro diritto alla protezione internazionale resta inascoltato. Le evacuazioni e i reinsediamenti di rifugiati e richiedenti asilo dalla Libia devono urgentemente essere aumentati” Christine Nivet

Chiediamo della detenzione arbitraria di migranti e rifugiati in Libia.Mentre si organizza la loro evacuazione, devono essere allestiti con urgenza meccanismi di protezione che includano ripari per i più vulnerabili.

Questo può funzionare solo se l’Europa smette di respingere le persone che fuggono via mare e se i paesi sicuri si impegnano ad accogliere un maggior numero di sopravvissuti.

Medici Senza Frontiere

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” Ci ammazzeranno tutti”. Abbandonati anche dall’Onu, i migranti ci scrivono dalla Libia https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/ci-ammazzeranno-tutti-abbandonati-anche-dallonu-i-migranti-ci-scrivono-dalla-libia/ Fri, 14 Feb 2020 12:32:21 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1871 Arianna Poletti – Il centro di gathering and departure (raggruppamento e partenza) di Tripoli gestito dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), dove i migranti erano assistiti in attesa del trasferimento fuori dalla Libia, ha sospeso le operazioni per ragioni di sicurezza. “Come facciamo adesso? Non sappiamo dove andare. Se avremo modo di imbarcarci, ci imbarcheremo. Ma poi ci […]

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Arianna Poletti – Il centro di gathering and departure (raggruppamento e partenza) di Tripoli gestito dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), dove i migranti erano assistiti in attesa del trasferimento fuori dalla Libia, ha sospeso le operazioni per ragioni di sicurezza. “Come facciamo adesso? Non sappiamo dove andare. Se avremo modo di imbarcarci, ci imbarcheremo. Ma poi ci riportano indietro. Siamo bloccati qui”, racconta a ilfattoquotidiano.it un richiedente asilo dalla periferia di Tripoli. Jean-Paul Cavalieri, responsabile della missione dell’Unhcr in Libia, è stato chiaro: “Temiamo che l’intera area possa diventare un obiettivo militare, mettendo in pericolo la vita di rifugiati, richiedenti asilo e altri civili”. Ma proprio le richieste d’aiuto di quei migranti rivolte all’organizzazione internazionale settimane prima sono rimaste senza ripostaIlfattoquotidiano.it è entrato in possesso di una lettera consegnata da un gruppo di migranti assistiti dall’agenzia Onu ai suoi rappresentanti in Libia, due settimane fa. Missiva che l’agenzia ha inizialmente negato di aver ricevuto, per poi cambiare la propria versione. “Noi, i richiedenti asilo nell’area di Tripoli, chiediamo disperatamente aiuto perché le nostre vite possano essere salvate – si legge nella richiesta di assistenza – Due giorni fa, il 10 gennaio, due nostri giovani fratelli sono stati uccisi a Tripoli dieci giorni dopo aver lasciato il vostro centro e aver aderito al programma di assistenza urbana. Piangiamo le loro morti e le morti di molti più rifugiati che hanno perso la vita a Tripoli”.

Secondo quanto riporta il Guardian, i due giovani eritrei uccisi erano stati costretti ad abbandonare il centro a causa del sovraffollamento. Unhcr, che ha confermato che le vittime erano inizialmente ospitate nella struttura, sostiene invece che i due giovani l’avrebbero abbandonata volontariamente, ammettendo solo successivamente di aver incoraggiato gli ospiti del complesso a lasciare la struttura a causa del sovraffollamento. “La situazione attuale rende insostenibile la gestione del centro”, hanno dichiarato dall’organizzazione a Ilfattoquotidiano.it, ammettendo di “essere limitati nelle opzioni che siamo in grado di offrire ai migranti” a causa di un numero insufficiente di posti disponibili per evacuazione e ricollocamento in Paesi terzi. Il centro, che avrebbe potuto ospitare un massimo di 700 persone, ne accoglieva in realtà più di 1200. “Ma non funziona più come un centro di transito”, si spiega nel comunicato diffuso giovedì.

Per questo Unhcr Libia ha creato un programma di “assistenza urbana”: l’organizzazione fornisce soldi e kit d’igiene ai migranti incitandoli però a trovare una sistemazione autonomamente a Tripoli. “Il 20 gennaio, Unhcr ha trasferito 14 persone dal centro di raggruppamento e partenza al Community Day Centre (un centro che fornisce assistenza diurna, ndr), dove hanno ricevuto assistenza e denaro. Il giorno seguente, altre 18 persone sono state trasferite secondo le stesse modalità”, comunicava infatti l’Unhcr Libia il 24 gennaio, confermando che il trasferimento fuori dal Centro di Raggruppamento e Partenza aveva già avuto inizio. Sono proprio i migranti sotto il programma di “assistenza urbana” a firmare la lettera ottenuta dailfattoquotidiano.it: “Da aprile 2019, la Libia non è un posto sicuro né per i libici né per i migranti. In quanto stranieri senza alcun diritto legale, senza la presenza di un governo affrontiamo estorsioni e crimini quotidiani nelle strade di Tripoli da parte delle milizie. Viviamo nella paura dei trafficanti di esseri umani. I criminali entrano regolarmente nelle nostre case, rubano i nostri soldi e abusano di noi. Abbiamo perso i nostri fratelli, ma domani potrebbe toccare a noi”, raccontano coloro che si firmano come “i richiedenti asilo della Libia” e scelgono di restare anonimi per evitare ritorsioni.

Nella lettera, i firmatari spiegano di aver chiesto ai rappresentati dell’organizzazione internazionale un incontro per “provare a trovare una migliore soluzione insieme”: “Abbiamo raccontato tutti i nostri problemi e ci hanno risposto che anche loro ne hanno. Pensano ai loro problemi, non ai nostri“, racconta un richiedente asilo su una chat che ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare. “Non sappiamo cosa fare, non sappiamo dove andare. Abbiamo aspettato di fronte all’ufficio per poter consegnare la nostra richiesta d’aiuto, ma non ci facevano entrare”.

Alla fine, un incontro tra i rappresentanti dell’organizzazione e un gruppo di migranti è effettivamente avvenuto, come confermato al fattoquotidiano.it da Unhcr Libia che ha inizialmente negato di essere a conoscenza della lettera, per poi confermare di averne ricevuta non una, ma ben tre: “Ci contattano regolarmente, ma purtroppo le nostre capacità di fornire assistenza in un Paese in guerra restano limitate”, spiegano. Un incontro che, però, non è andato come i migranti sotto la protezione di Unhcr speravano: “A loro non importa di noi. La guerra si avvicina e noi non sappiamo cosa fare, non sappiamo dove andare”.

La lettera dei migranti si conclude con un appello disperato: “Noi, i rifugiati della Libia, vi chiediamo per favore aiuto. Aiutateci a salvare le nostre vite. Abbiamo un disperato bisogno di trasferimento di emergenza in un rifugio o campo esterno gestito dall’Unhcr, non dai criminali, dove possiamo vivere in sicurezza. Ma soprattutto abbiamo bisogno di maggiori evacuazioni salvavita“.

Arianna Poletti per Il Fatto Quotidiano Tratto da Raiawadunia

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Italia ancora complice di crimini contro l’umanità. Basta accordi con i torturatori https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/italia-ancora-complice-di-crimini-contro-lumanita-basta-accordi-con-i-torturatori/ Fri, 31 Jan 2020 15:11:01 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1868 Fino ad oggi nessuna discontinuità del Governo Conte bis rispetto alle politiche di Salvini e Minniti Domenica 2 febbraio il memorandum tra l’Italia e la Libia, sottoscritto nel 2017 dal Governo Gentiloni con il governo di Tripoli di Fayez al Sarraj, verrà prorogato per altri 3 anni. Il memorandum, voluto dal ministro dell’interno Minniti per […]

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Fino ad oggi nessuna discontinuità del Governo Conte bis rispetto alle politiche di Salvini e Minniti

Domenica 2 febbraio il memorandum tra l’Italia e la Libia, sottoscritto nel 2017 dal Governo Gentiloni con il governo di Tripoli di Fayez al Sarraj, verrà prorogato per altri 3 anni.

Il memorandum, voluto dal ministro dell’interno Minniti per contrastare “l’immigrazione clandestina” (sic!), in questi anni ha ricevuto critiche e condanne da più parti, perfino dalle agenzie internazionali per i diritti umani. Nella sostanza prevede una stretta collaborazione con la Guardia Costiera Libica, ovvero con quelle milizie libiche che sono impegnate nel traffico di esseri umani, di armi e petrolio, perlopiù mercenari al soldo del signore della guerra di turno, come è stato ampiamente documentato in inchieste di giornalisti che hanno fatto venire a galla le scomode verità. E che per questo sono stati minacciati di morte proprio da coloro che ricevono soldi, equipaggiamento e addestramento dalla Stato italiano [1].

Come è dettagliatamente riportato dal nostro “DossierLibia”, nel Paese che si affaccia sul Mediterraneo, non esiste nemmeno una parvenza di rispetto dei diritti fondamentali delle persone migranti: detenzione, torture, violenza, estorsioni, stupri e dallo scorso anno anche bombe che piovono sui centri, sono la normalità.

Questo infame accordo, insieme alla riapertura dei CPR “uno in ogni regione” e l’inizio della campagna di criminalizzazione delle Ong impegnate nei salvataggi nel Mediterraneo, furono il punto più basso, di non ritorno, della politica del centrosinistra di questi ultimi anni. Di fatto, costruirono le fondamenta da cui partirono i pilastri delle politiche criminali portate avanti dal trio Salvini-Di Maio-Conte nei confronti delle persone migranti e in generale contro gli ultimi, i più poveri.

Un’architettura inaccettabile che la nuova compagine governativa PD-Cinque Stelle-Leu avrebbe potuto e dovuto mettere in discussione. Ma che per pavidità e cinismo politico fa finta di non vedere, continuando così a rendersi complice di crimini contro l’umanità.

Ribadiamo per l’ennesima volta che il memorandum Italia-Libia va immediatamente revocato perché la Libia non può essere considerato un “Paese terzo sicuro” e che è necessario un piano immediato di evacuazione verso gli Stati europei delle persone detenute illegittimamente nei centri libici.

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La Guinea sull’orlo della guerra civile. L’opposizione ha scelto di boicottare le elezioni: in piazza si bruciano i manifesti elettorali https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/la-guinea-sullorlo-della-guerra-civile-lopposizione-ha-scelto-di-boicottare-le-elezioni-in-piazza-si-bruciano-i-manifesti-elettorali/ Thu, 23 Jan 2020 22:03:10 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1862 Proteste di piazza, disordini, risposte violentissime da parte della polizia e delle forze armate. In Guinea, i morti, i feriti e le sparizioni si contano con le decine. Nella capitale Conakry e nelle principali città del Paese subsahariano le agitazioni contro il presidente Alpha Condé, in carica dal 2010, sono cominciate alla fina dell’anno scorso […]

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Proteste di piazza, disordini, risposte violentissime da parte della polizia e delle forze armate. In Guinea, i morti, i feriti e le sparizioni si contano con le decine. Nella capitale Conakry e nelle principali città del Paese subsahariano le agitazioni contro il presidente Alpha Condé, in carica dal 2010, sono cominciate alla fina dell’anno scorso e non si sono ancora placate. Il Paese è sull’orlo di una guerra civile che rischia di ripercorrere i tragici binari dello scontro tra diverse culture che troppo spesso hanno insanguinato il continente africano. Tanto il presidente quanto i principali attori del Governo sono di cultura Malinké, così come l’esercito e la polizia, mentre la maggioranza della Guinea è formata da persone di cultura Peuhl. Gli scontri, in altre parole, hanno assunto i contorni di un conflitto inter etnico che è già costato la vita a più di 150 oppositori politici, per lo più assassinati durante gli scontri svoltisi a Ratoma, un sobborgo della capitale interamente abitato da Peuhl. Senza contare le persone incarcerate o fatte sparire e le pressoché costanti violazioni dei diritti umani.

Le proteste sono nate dopo le dichiarazione del presidente Alpha Condé, al suo secondo mandato, di modificare la Costituzione del Paese, scritta secondo lui “troppo in fretta”, in modo da permettergli di essere rieletto per la terza volta consecutiva. Una prospettiva che ha fatto infuriare i Peuhl che speravano di poter rovesciare il Governo in carica, proprio come ha fatto la confinante Guinea Bissau che neppure un mese fa è riuscita a mandare a casa il presidente Domingos Simoes Pereira ed ad eleggere il leader dell’opposizione Umaro Sissoco Embal. 

Diallo Diamant, rifugiato guineano

“Se nel mio Paese si potesse votare regolarmente, avrebbe già vinto il partito di opposizione che si ispira agli insegnamenti di Boubacar Diallo Telli (politico guineano assertore dell’unità africana torturato ed ucciso nel ’77.ndr) – spiega Diallo Diamant -. Purtroppo il partito al potere sta facendo di tutto per inquinare le elezioni che dovrebbero svolgersi il 16 febbraio prossimo, proprio come ha fatto con quelle del 2015 che hanno rieletto in maniera truffaldina Alpha Condé”. Diallo è un giovane migrante che da tre anni vive a Ferrara. E’ dovuto scappare dalla Guinea proprio a causa il suo impegno politico e sul corpo porta ancora i segni delle ferite infertegli dalla polizia di Conakry. Il suo viaggio verso la vita è stato quello di tanti altri ragazzi dell’Africa sub sahariana. Il confine nigerino sino ad Agadez, tre mesi di attesa, e quindi la traversata del deserto sino alla Libia. Poi sette mesi di inferno nei lager libici sino alla tragica traversata del Mediterraneo dove i tre ragazzi che erano con lui hanno lasciato la vita. Venivano dal suo stesso quartiere di Ratoma. 

“Nel mio Paese si lotta per costruire una democrazia che sappia andare oltre le culture Peuhl o Malinké. La nostra è una battaglia per la libertà contro l’incoscienza dei politici che pensano solo a difendere i loro interessi e quelli delle multinazionali straniere, in particolare francesi, che li sostengono – spiega Diallo -. In questi giorni, l’opposizione ha deciso di boicottare le elezioni in tutti i modi, anche bruciando i manifesti elettorali e le liste. Abbiamo bisogno dell’attenzione del mondo. Tutti devono sapere cosa sta accadendo nel mio Paese. Devono sapere dei morti ammazzati, delle persone incarcerate e di quelle fatte sparire. Il principale nemico di noi guineani, oltre che il nostro Governo, è l’indifferenza dell’Europa. Indifferenza che fa da contraltare ai grandi interessi che proprio l’Europa ha nel mio Paese”. 

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