Dossier Libia https://dossierlibia.lasciatecientrare.it Abusi e violazioni sull'altra sponda del Mediterraneo Fri, 10 Jan 2020 21:21:28 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.3.2 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/wp-content/uploads/2018/09/cropped-Dossier_Libia_logo_icon-32x32.jpg Dossier Libia https://dossierlibia.lasciatecientrare.it 32 32 Abbandonati nel deserto. La rivolta dei migranti di Agadez finisce nelle prigioni nigerine https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/abbandonati-nel-deserto-la-rivolta-dei-migranti-di-agadez-finisce-nelle-prigioni-nigerine/ Fri, 10 Jan 2020 18:39:58 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1808 Stanchi di attendere una risposta dall’Unhcr, il 16 dicembre 1585 persone, tra cui donne e bambini, esausti, hanno deciso di abbandonare il campo profughi di Agadez. Più volte, in questi ultime mesi, ci avevano denunciato la drammaticità della loro situazione che si consumava nell’attesa di una risposta che non arrivava mai. Alcuni di loro sono […]

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Stanchi di attendere una risposta dall’Unhcr, il 16 dicembre 1585 persone, tra cui donne e bambini, esausti, hanno deciso di abbandonare il campo profughi di Agadez. Più volte, in questi ultime mesi, ci avevano denunciato la drammaticità della loro situazione che si consumava nell’attesa di una risposta che non arrivava mai. Alcuni di loro sono confinati tra quelle mura da circa 3 anni, senza neppure una idea di come sarà il loro futuro. Una situazione che sembra pesare soprattutto sui confinati di Agadez. “I profughi di Niamey sono più fortunati – ci hanno spiegato quando li abbiamo incontrati nell’ottobre del 2019, mentre cercavano un po’ di frescura sotto uno dei rari alberi nelle vicinanza del campo -. I ricollocamenti nella capitale del Niger sono più veloci. Noi siamo sempre fermi qui”. I profughi erano stati inizialmente ricollocati in alcuni in appartamenti ad Agadez, ma la protette di cittadini della città nigerina li aveva fatti sloggiare.  

La soluzione trovata dall’Unhcr è un campo in mezzo al deserto, a 15 chilometri dalla città dove la temperatura sale anche a 50 gradi. Ci sono medici, psicologi e mediatori e l’Unhcr è riuscita ad ottenere che potessero chiedere asilo ed essere ricollocati. Ma questo significa accettare di stare in niger anche molto tempo. Sono quasi mille e cinquecento persone tra cui un centinaio di minori o bambini. “Fa talmente caldo che non possiamo stare nelle baracche e preferiamo stare sotto quest’albero tutta la giornata” spiegano. “Non facciamo nulla perché non abbiamo nulla da fare. Se avessimo soldi partiremmo. Alcuni di noi non sanno nemmeno cosa è successo alle loro famiglie in Darfur. Non abbiamo nessuna possibilità di comunicare. Attendiamo la decisione di una commissione che non arriva mai. E quelli di noi che sono stati diniegati? Che ne sarà di loro?”

Ogni profugo ha diritto a 25 litri di acqua al giorno che gli viene messa in un bidone. “Con quell’acqua ci laviamo, prepariamo il te, laviamo i vestiti e beviamo”.

I colloqui per la valutazione della concessione d’asilo sono al massimo due. Entrambi gestiti dalla medesima commissione. Nessuna possibilità di ricorso. In Niger, del resto, il diritto d’asilo non è contemplato. Tutto è demandato alle scelte insindacabili dell’Unhcr. Due rifiuti implicano la consegna del diniegato all’Oim che si incarica dei “rimpatri volontari”. Da scrivere tra virgolette perché questi rimpatri sono tutto fuorché volontari. 

Ma anche per i “fortunati” che superano l’esame dell’agenzia Onu per i rifugiati, c’è da aspettare tutta la lunghissima trafila per i ricollocamenti. E comincia l’attesa infinita. “Qui non siamo più uomini. Siamo fermi. Immobili. Siamo più fermi noi di questo albero sotto cui ci ripariamo”. Man mano che passano i giorni, i mesi e gli anni, l’orizzonte si fa sempre più lontano mentre cresce un senso di insicurezza e di confusione. Quando potrò uscire da questo campo e tornare a vivere? A che punto la mia trafila? Quali problemi ci sono e, soprattutto, chi è che deve decidere? 

“Anni e mesi fermi nel niente. Non vediamo nessun futuro davanti a noi. E questa è una tortura paragonabile a quelle fisiche che ci hanno inferto in Libia. E’ terribile veder crescere i nostri figli in mezzo a questo niente”. 

Il 16 dicembre, uomini, donne e bambini dei campo di Agadez hanno deciso di mettersi in marcia. Più di mille e trecento persone si sono caricati sulle spalle il poco bagaglio che hanno, sono usciti dal campo e, finalmente “abbiamo ricominciato a vivere. A risentire il nostro sangue scorrere nelle vene. Indietro non vogliamo più tornare”. La marcia dei disperati è cominciata nelle primissime ore del mattino, quando il caldo asfissiante del deserto concede ancora qualche pausa. Qualche ora dopo hanno raggiunto la sede degli uffici dell’Unhcr di Agadez. E lì si sono seduti, in un presidio pacifico, chiedendo all’Unhcr risposte concrete alle loro domande. Un assedio che dura quasi tre settimane, sino a che le autorità nigerine decidono di sgomberare il presidio con l’uso della forza. 

Il 4 gennaio, alle 5 del mattino, la polizia carica il presidio sparando in aria e picchiando chi opponeva resistenza anche passiva. I richiedenti asilo sono brutalmente riportati nel campo dal quale avevano giurato che non sarebbero mai più tornati. Gli scontri però continuano anche nel campo. Le baracche vengono date alle fiamme, secondo quanto racconta la polizia, dai profughi stessi e l’80 per cento del campo di Agadez viene devastato dall’incendio. 335 migranti, per lo più sudanesi, vengono arrestati e tradotti in carcere. Si tratta prevalentemente di sudanesi. L’Unhcr sta provvedendo agli avvocati per le persone imprigionate.

Gli attivisti locali si sono rivolti ad Amnesty International affinché vigili che vengano garantiti i diritti dei detenuti dei quali non si hanno più notizie. Durante la conferenza stampa del procuratore di Agadez inoltre, è stato impedito l’accesso alla stampa indipendente ed ai rappresentanti della società civile. 

Un situazione, questa che si sta vivendo nel Niger che va imputata alle politiche europee di esternalizzazione delle frontiere. Esternalizzazione che altro non è che una forma moderna di colonialismo, in cui l’uomo bianco decide chi può muoversi e chi no, e che trasforma donne, uomini e bambini in una merce da valorizzare o da buttare a seconda delle esigenze del momento. 

Una arroganza che va demolita sin dalle sue basi in nome del basilare diritto della persona a spostarsi a suo piacimento per cercare di costruirsi una vita dove meglio crede. L’impegno sul posto di figure professionali come quelle messe in campo dall’Unhcr, pur con le migliori intenzioni, non potranno mai rappresentare  una soluzione alla questione dei profughi senza che cada prima questo nuova forma di colonialismo dei Paesi ricchi nei confronti dei Paesi poveri.

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Fuga dalla Libia: esclusivo parla un testimone delle torture in Libia (anche psicologiche) https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/fuga-dalla-libia-esclusivo-parla-un-testimone-delle-torture-in-libia-anche-psicologiche/ Fri, 10 Jan 2020 10:49:52 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1802 di Gianluca Palma – Non solo violenze fisiche, come molte volte mostrato e dimostrato da media internazionali e nazionali, sui migranti che cercano di fuggire dalla Libia. Anche quelle psicologiche che molto probabilmente lasciano segni ancora più indelebili su chi cerca di sfuggire ai propri torturatori. Lo rivela in esclusiva Euronews che si è recata a Cosenza, in Calabria, […]

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di Gianluca Palma – Non solo violenze fisiche, come molte volte mostrato e dimostrato da media internazionali e nazionali, sui migranti che cercano di fuggire dalla Libia. Anche quelle psicologiche che molto probabilmente lasciano segni ancora più indelebili su chi cerca di sfuggire ai propri torturatori.

Lo rivela in esclusiva Euronews che si è recata a Cosenza, in Calabria, dove un team multidisciplinare di medici formatosi nel 2012, grazie a un memorandum siglato tra le associazioni La KasbahAuser, l’Ospedale provinciale e la Provincia di Cosenza, si occupa proprio dei trattamenti psicologici ai migranti in fuga dai centri di detenzioni libici che hanno subito violenze.

Qui abbiamo incontrato uno dei sopravvissuti dal Gambia che è scappato dalla Libia arrivando in Italia nel 2016. Il suo nome è Ibrahim (un alias di fantasia scelto per proteggerlo) e ha scelto l’anonimato per paura di ritorsioni. “Ibrahim” ha 25 anni e 10 mesi fa ha iniziato la terapia nel centro condotto dal team di medici multidisciplinare.

“La seconda destinazione (dopo Tamaranset – Algeria) dove tengono prigioniere le persone, è Talanda, in Libia”, dice Ibrahim. “Lì è pieno di gente, pieno, ed è come un campo militare. La maggior parte del territorio è sotto il controllo dei Touareg. Sono per la maggioranza libici, non conoscono umanità: trattano le persone come animali”.

Emilia Corea, co-fondatrice dell’equipe medica si occupa di esaminare le persone che possono beneficiare del trattamanto e riferisce: “Le persone arrivano qui devastate. Spesso basta solo guardarli negli occhi per realizzare quanto siano traumatizzati”

Soffro ancora di incubi, attacchi di panico e depressione cronica a causa delle torture e delle violenze sessuali subite

“Ibrahim” Emigrato dal Gambia nel 2013 e fatto prigioniero 2 volte in Algeria e Libia

Dai colloqui che i medici effettuano con questi pazienti, le descrizioni delle violenze subite corrispondono sempre alle ferite sui loro corpi. “C’è una coincidenza notevole tra la descrizione delle torture subite e gli esiti fisici delle torture stesse. Ma c’è anche un riscontro psichico notevole, è questo il problema”, afferma Gianfranca Gentile, dirigente medico dell’azienda sanitaria di Cosenza.

Nonostante le torture e le violenze subite, la Commissione ministeriale rifugiati in Italia ha negato a molti di loro la protezione internazionale. 

Abbiamo provato a interellare per un commento i rappresentanti della Commissione territoriale di Crotone, i quali però non hanno dato disponibilità a rilasciare interviste. 

“La Commissione è espressione del ministero dell’Interno, quindi dopo che è stato chiuso il memorandum con la Libia, sarebbe stato imbarazzante chiedere ai migranti in fase di colloquio cosa fosse successo in Libia. Non l’hanno fatto piu”, indica Francesco Cirino, operatore legale de La Kasbah.

tratto da EuroNews

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Dopo la marcia, l’incendio. Continua la protesta dei rifugiati di Agadez https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/dopo-la-marcia-lincendio-continua-la-protesta-dei-rifugiati-di-agadez/ Thu, 09 Jan 2020 14:10:54 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1799 Riceviamo e pubblichiamo qui articolo di Ibrahim Manzo Diallo di AIR INFOAgadez / Centro umanitario ad Agadez. I fatti dopo l’incendio : 335 richiedenti asilo arrestati Dopo l’incendio nel centro di accoglienza avvenuto sabato mattina e attribuito a un gruppo di richiedenti asilo, M. Seini, procuratore della Corte suprema di Agadez ha tenuto una conferenza […]

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Riceviamo e pubblichiamo qui articolo di Ibrahim Manzo Diallo di AIR INFO
Agadez / Centro umanitario ad Agadez. I fatti dopo l’incendio : 335 richiedenti asilo arrestati

Dopo l’incendio nel centro di accoglienza avvenuto sabato mattina e attribuito a un gruppo di richiedenti asilo, M. Seini, procuratore della Corte suprema di Agadez ha tenuto una conferenza stampa in cui la stampa. Indipendente non è stata invitata.
Per informare i nostri lettori, forniamo i contenuti della conferenza stampa.

“Il 16 dicembre 2019, diverse decine di richiedenti asilo hanno iniziato una marcia di protesta che li ha portati all’ufficio locale dell’UNHCR di Agadez. Avevano deciso di occupare illegalmente spazi pubblici intorno a detto ufficio e di mantenere un sit- che è durato fino al 4 gennaio 2020.
Poiché occupavano questi spazi in violazione della legge, la questione era inclusa nella riunione del consiglio di sicurezza regionale del 2 gennaio 2020. Durante questa riunione, si è deciso di rispettare la legge E se necessario riportarli nel campo a 15 km da Agadez . Pertanto, il 4 gennaio 2020, le autorità regionali e municipali sono andate in scena accompagnate dalle forze di sicurezza. Dopo essere stati convocati dal sindaco, gli agenti di sicurezza, avendo constatato che queste persone non volevano lasciare il presidio, sono intervenuti per prenderli a bordo e riportarli nel loro campo. Una volta lì, appena scesi dagli autobus e dai camion che li trasportavano, hanno appiccato il fuoco al centro e ci sono stati scontri con la polizia che ha sparato contro di loro. Dalle osservazioni fatte dai servizi risulta che delle 331 abitazioni che si chiamano RHU, 290 sono completamente bruciate. Oltre all’infermeria. I parabrezza degli autobus erano rotti e due persone erano leggermente ferite. I dimostranti avevano con sé 162 telefoni cellulari, 31 coltelli e 12 sbarre di ferro. Tra questi, 335 identificati come capi della protesta dai vigili del fuoco sono stati arrestati e consegnati agli investigatori della polizia.
Queste persone che dovrebbero essere lì per protezione si comportano così e commettono gravi reati secondo il diritto penale in niger tra cui l’assemblea pacifica sulla strada pubblica, la ribellione, la distruzione volontaria di beni mobili e immobili, e l’ incendio doloso di un luogo adibito a dimora.
Quindi, nonostante il loro numero molto elevato, e data la gravità dei fatti di cui sono accusati, abbiamo deciso di perseguirli in modo che siano responsabili delle loro azioni. Dato che si tratta di stranieri, gli avvisi di procedimento giudiziario saranno comunicati alle autorità competenti. “

Molte persone ad Agadez sono preoccupate per il destino di centinaia di altri richiedenti asilo che sono senzatetto e tra questi donne e bambini.

Per Athan, uno di questi richiedenti asilo: “l’Alta Commissione per i rifugiati (HCR) di Agadez è il solo responsabile di ciò che ci sta accadendo ad Agadez”.

La visita pianificata ad Agadez della signora Alexandra Morelli, rappresentante dell’UNHCR in Niger, porterà una soluzione a questo problema?
Aspettiamo.

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L’appello di Taggazte Nagadoum, l’associazione dei tuareg per i migranti di Agadez https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/lappello-di-taggazte-nagadoum-lassociazione-dei-tuareg-per-i-migranti-di-agadez/ Wed, 18 Dec 2019 20:36:34 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1793 Nella mia veste di presidente dell’associazione Taggazte Nagadoum con sede ad Agadez, lancio un appello vibrante a organizzazioni nazionali, internazionali, ONG locali o internazionali per aiutare e sostenere le donne rifugiate e i loro bambini minori che trascorrono giorni e notti davanti all’Ufficio delle Nazioni Unite per i rifugiati ad Agadez. Aiutiamo queste donne e […]

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Nella mia veste di presidente dell’associazione Taggazte Nagadoum con sede ad Agadez, lancio un appello vibrante a organizzazioni nazionali, internazionali, ONG locali o internazionali per aiutare e sostenere le donne rifugiate e i loro bambini minori che trascorrono giorni e notti davanti all’Ufficio delle Nazioni Unite per i rifugiati ad Agadez.
Aiutiamo queste donne e questi bambini prima che sia tardi, dando loro stuoie, vestiti, coperte per il freddo e altri regali per i bambini.


Alhassane Bilalane, presidente dell’associazione Taggazte Nagadoum Agadez Niger.

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Cominciata la diaspora dei profughi in Niger – Proteste sotto la sede UNHCR: la marcia verso Agadez di migliaia di persone https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/cominciata-la-diaspora-dei-profughi-in-niger-proteste-sotto-la-sede-unhcr-la-marcia-verso-agadez-di-migliaia-di-persone/ Tue, 17 Dec 2019 10:10:49 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1774 di Pietro Panico, Yasmine Accardo, Alhassane Bilalane Agadez, alba del sedicesimo giorno di Dicembre. Natale è alle porte, ma non per i 1585 profughi sudanesi che hanno deciso di lasciare il campo di prima accoglienza, in cui alcuni stavano anche da due anni. Sono stanchi di aspettare nel nulla. Vite bloccate. Nel Niger ricoperto di […]

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di Pietro Panico, Yasmine Accardo, Alhassane Bilalane

Agadez, alba del sedicesimo giorno di Dicembre.

Natale è alle porte, ma non per i 1585 profughi sudanesi che hanno deciso di lasciare il campo di prima accoglienza, in cui alcuni stavano anche da due anni. Sono stanchi di aspettare nel nulla. Vite bloccate. Nel Niger ricoperto di oro ed armi dagli Stati membri UE, succede che inizia la diaspora di migliaia di uomini donne e bambini in condizioni di estrema povertà e vulnerabilità.

Ci parlano del futuro che non c’è, di voler tornare ad essere uomini liberi. Di fronte al passo il deserto e le frontiere imposte dagli interessi dei Governi europei.

Piegati dalla snervante attesa di una fantomatica protezione internazionale, colpiti dalla povertà estrema, massacrati da un sogno Europa divenuto incubo.

Un palmo di sguardo più avanti, la traversata dell’infernale Sahara e il suo girone più crudele, la Libia. E chi oggi marcia, lì andrà o da lì è passato, per poi essere catapultato nell’hotspot Niger: sono uomini in cerca di giustizia contro i poteri del mondo dorato in cui viviamo noi dall’altra sponda del mare. Quei poteri che li condannano ad attese infinite, alla detenzione, alla morte.

Lo sanno bene perché in tanti i lager di tortura libici li hanno già vissuti e ne sono scappati. Eppure ricominciano il loro cammino verso il Mediterraneo, su cui si specchia con vanesia l’Europa diventata narcisista.

In questo momento, magari, una donna starà vestendo col miglior vestito rosso la sua bambina, pronta alla traversata: quando si attraversa il mare, ci si mette il vestito migliore, per poter almeno morire con dignità. Quella dignità di cui le “democrazie” hanno spogliato gli obiettivi (divenuti utopie) dei profughi. Di chi scappa dalla leva a tempo indeterminato, dai lavori forzati, da una vita che “è meglio la morte”.

La loro permanenza in Niger si chiama esternalizzazione delle frontiere.

C’è chi si arroga il diritto di fermarli, farli aspettare forse per sempre, in un “altrove” con le sembianze vivide del limbo appena prima dell’inferno.

Un crudele gioco di “avanti ed indietro” che spezza in mille pezzi, sfibra, snerva ed annichilisce anche la psiche più forte.

A circa 15 km da Agadez, i profughi lasciano il centro di UNHCR e si dirigono verso la città. Altri si fermano davanti la sede dell’Ente per protestare o solo per ricevere una risposta alle loro domande: perché le nostre vite restano fuori la porta? Perché le vostre vite procedono e le nostre no?

Tutti hanno nello sguardo la paura di guardare avanti verso un futuro che non c’è, tutti hanno nello sguardo la paura di guardare indietro verso un passato di violenza che purtroppo c’è.

Una busta di plastica con dentro qualche vestito, tappine scadenti, il passo dondolante dell’incertezza: un uomo tira dritto, seguito da un bambino con passo felpato.

Persone con il diritto di asilo che vengono rispedite indietro come un pacco: “ti saluto, chi si è visto, si è visto”.

Un fila di persone, almeno trecento metri, abbandono la periferia di Agadez.

E’ una diaspora di dimensioni bibliche.

“No life in desert”, dicono. “Non è vita quella del centro”, ripetono. Un bambino mostra un cartello “we are victims of war”, dietro si scorge una giovane madre con in braccio una bambina di al massimo un anno.

Mohammed dice:

“Noi partiamo. Qui non ci sta nulla. Non vediamo nulla nel futuro. Andiamo, anche se moriremo. Se soffriremo. Andiamo. Abbiamo già subito guerra e torture. Ma qui non siamo più uomini. Andiamo.”

L’ennesimo atto tragico dell’Africa del XXI secolo.

Stanotte restano in presidio di fronte agli uffici UNHCR di Agadez.

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Un business da 423 miloni di euro. Così la Francia viola l’embargo e vende armi alla Libia https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/un-business-da-423-miloni-di-euro-cosi-la-francia-viola-lembargo-e-vende-armi-alla-libia/ Fri, 06 Dec 2019 17:02:18 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1766 Succede che a luglio 2015 viene ratificato l’embargo verso la Libia, che impone il divieto agli Stati membri UE di vendere armi al Paese nord africano. Tuttavia la Francia continua il suo business di armi con Tripoli. Succede infatti che il Governo francese se ne infischia: nel 2018 ha venduto armi alla Libia per 295.070.000 […]

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Succede che a luglio 2015 viene ratificato l’embargo verso la Libia, che impone il divieto agli Stati membri UE di vendere armi al Paese nord africano. Tuttavia la Francia continua il suo business di armi con Tripoli.

Succede infatti che il Governo francese se ne infischia: nel 2018 ha venduto armi alla Libia per 295.070.000 €, di fatto quasi 300 milioni di euro. Soldi da ritenersi sporchi ed illegittimi, essendo lo Stato compratore una polveriera, un concentrato di violenza, il centro della tortura. E non avendo alcuna certezza dell’uso che viene fatto degli armamenti.

Nello specifico, la Francia ha venduto alla Libia armamenti categoria ML5 (295 milioni), ossia apparecchiature per la direzione del tiro, per allarme ed allertamento, congegni di mira e calcolatori per il bombardamento, sistemi di acquisizione telemetria sorveglianza e inseguimento del bersaglio.

E categoria ML22 (70.000 €) , ossia tecnologia utilizzata per lo sviluppo, la produzione e l’uso delle apparecchiature AMA (Autre Matériels Assimilés) 1 e 2, ossia satelliti di rilevazione, telecomunicazione e tiro nonché razzi e lanciatori spaziali con capacità ed attrezzature balistiche militari.

Nel 2016, anno del pieno embargo, Parigi fa affari con Tripoli per 128.011.324 €.

Vende licenze di armi categoria ML06 (387.324 €) ed ML09 (127.624.000 €). Di fatto vende veicoli terrestri equipaggiati con supporto di armi nonchè carri armati (ML06) e navi da guerra, sottomarini e attrezzature correlate (ML09).

Dall’anno dell’embargo un giro di soldi di quasi mezzo miliardo, precisamente 423.081.324 euro.

E questo è non solo illegittimo, ma anche illegale.

E’ infatti stato attuato l’embargo nei confronti della Libia da parte delle Nazioni Uniti con la risoluzione 1970 successivamente rinsaldata dalle modifiche 2009, 2095, 2144, 2174, 2278, 2292, 2357,2362, 2420 e 2441.

Anche l’Europa ha avviato questo iter, con la decisione del Consiglio 2015/1333/PESC modificata con la 2016/933 / PESC: nello specifico vengono adottate misure restrittive in considerazione della situazione in Libia e viene quindi abrogata la 2011/137/PESC, formulando una nuova normativa più severa e limpida. Ossia: in Libia non devono arrivare armi europee.

Infatti, vige il divieto per “la fornitura, la vendita o il trasferimento diretti o indiretti alla Libia di armamenti e materiale connesso di qualsiasi tipo — compresi armi e munizioni, veicoli e materiale militari, materiale paramilitare e relativi pezzi di ricambio — nonché materiale che potrebbe essere utilizzato a fini di repressione interna, da parte di cittadini degli Stati membri o in provenienza dal territorio degli Stati membri o con transito nel territorio degli Stati membri ovvero mediante navi o aeromobili battenti bandiera degli stessi, siano originari o meno di detto territorio.” (art.1).

Questo significa che non solo non si possono vendere armi ai libici, ma è severamente vietato anche ospitare il transito di Paesi extra UE che hanno carichi diretti a Tripoli.

Unica clausola: trasferimento di materiale per scopi umanitari, chiaramente non è il caso della tipologia di esportazione di Parigi.

Lo Stato avrebbe altresì il dovere di ispezionare nei propri porti ed aeroporti i carichi destinati a Tripoli, per verificare il pieno rispetto dell’embargo (e dell’art. 1 2016/933/PESC).

Vendere armi alla Libia, violare l’embargo, trarre profitto trafficando con governanti responsabili di crimini umanitari: è eticamente scorretto, è un atto di profonda immoralità, è violare la normativa internazionale, europea ed anche nazionale.

Ed è un business killer, un’azione criminale.

In Francia la legge statale prevede delle restrizioni per quanto concerne la vendita di armi: la triade di leggi 2011/702, 2012/304 e D.L. 2012/731 disciplina e vieta di fare questo tipo di affari con nazioni instabili e belligeranti.

In questo quadro si aggiunge il  D.L. 2015/837 “Régime des transits de matériels de guerre” ed il D.L. 2017/909 “Exportation d’armes à feu, munitions et leurs éléments”: tutte poggiate sul fulcro normativo, il Décret n° 2011-978 du 16 août 2011”, che vieta espressamente le esportazioni e le importazioni di beni utilizzabili per infliggere pena capitale, tortura o altre pene e trattamenti crudeli, inumani e degradanti.

Il Governo francese traffica con i libici, è dentro un business sporco di sangue ed unto di ingiustizie, tradisce la propria Costituzione e vende armi ai libici: è questa la democratica Francia?

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La vergogna dell’Europa è rinchiusa in Libia https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/la-vergogna-delleuropa-e-rinchiusa-in-libia/ Thu, 05 Dec 2019 09:06:27 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1757 di Jérome Tubiana* – L’odore delle feci diventa sempre più forte mentre ci avviciniamo all’entrata dell’edificio principale del centro di detenzione di Dhar-el-Jebel, circa 150 chilometri a sud-ovest di Tripoli tra i monti del Nefusa. È un problema di acque reflue, ci spiega il direttore del centro scusandosi. Apre la porta in metallo di un […]

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di Jérome Tubiana* – L’odore delle feci diventa sempre più forte mentre ci avviciniamo all’entrata dell’edificio principale del centro di detenzione di Dhar-el-Jebel, circa 150 chilometri a sud-ovest di Tripoli tra i monti del Nefusa. È un problema di acque reflue, ci spiega il direttore del centro scusandosi.

Apre la porta in metallo di un magazzino in cemento dove vivono circa 500 persone in detenzione, quasi tutte provenienti dall’Eritrea. I richiedenti asilo sono distesi su materassi grigi sparsi sul pavimento. Alla fine di un corridoio lasciato libero, gli uomini sono in fila per urinare in uno degli 11 secchi.

Nessuno in questa stanza – mi racconta un detenuto durante la mia prima visita nel maggio 2019 – ha visto la luce del sole dal settembre 2018, quando circa 1.000 migranti sono stati trasferiti qui da un altro centro di detenzione per essere al sicuro dai combattimenti in corso a Tripoli.

Zintan, la città più vicina, è lontana dalle violenze tra le milizie, ma anche dagli occhi delle agenzie internazionali. I migranti dicono di essere stati dimenticati.

In Libia, circa 5.000 richiedenti asilo sono ancora detenuti per un tempo indefinito nei circa 10 principali centri di detenzione ufficiali, nominalmente gestiti dal Dipartimento per combattere l’immigrazione illegale (DCIM) del Governo di accordo nazionale (GNA), riconosciuto a livello internazionale.

In realtà, dalla caduta del dittatore Gheddafi nel 2011, la Libia non ha più avuto un governo stabile e l’amministrazione di questi centri è finita nelle mani di diverse milizie. Senza un governo funzionante, i migranti in Libia vengono regolarmente rapiti, costretti a lavorare come schiavi e torturati al fine di richiedere un riscatto.

Dal 2017 l’Unione Europea finanzia la Guardia costiera libica per impedire ai migranti di raggiungere le coste europee, dove molti chiedono asilo. Con le attrezzature e l’addestramento dell’UE, le forze di sicurezza libiche catturano e bloccano i migranti nei centri di detenzione, alcuni in zone di guerra, altri in luoghi dove è noto che le guardie li vendono ai trafficanti.

Molti dei migranti fuggiti da regimi oppressivi si sentono abbandonati dalle agenzie internazionali e non hanno soldi per permettersi una via d’uscita.

L’Europa dice che ci portano qui per la nostra sicurezza. Perché non ci lasciano morire in mare, senza dolore? Per noi è meglio che lasciarci qui a morire. Gebray*Eritreo detenuto a Dhar-el-Jebel

Dhar-el-Jebel

A differenza di altre strutture di detenzione che ho visitato in Libia, il centro di Dhar-el-Jebel non sembra una prigione. Prima del 2011 questa serie di grandi case di campagna era un centro di addestramento per “bambini, cuccioli e braccia armate del Grande Liberatore”, secondo la definizione ufficiale, a cui veniva insegnato il “Libro verde” di Gheddafi, un breve manuale di insegnamenti obbligatori a firma del dittatore. Quando nel 2016 è stato costituito il GNA a Tripoli, il centro è stato sottoposto all’autorità del DCIM.

MSF, con cui collaboravo in Libia come coordinatore di progetto, ha iniziato a visitare i migranti a Dhar-el-Jebel nell’aprile 2019. Allora il centro deteneva circa 700 persone, in maggioranza registrate come richiedenti asilodall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), anche seper la legge libica erano solo migranti “illegali” e potevano essere detenuti per un tempo indefinito.

Con poche speranze di andarsene, diversi di loro hanno tentato di suicidarsi toccando cavi elettrici. Altri hanno riposto fiducia in Dio, nei social media o nelle loro capacità di sopravvivenza. La maggior parte dei detenuti eritrei sono cristiani, sul muro di fronte alla porta hanno costruito una chiesa ortodossa etiope con cartoni colorati per alimenti, stuoie verdi dell’UNHCR e candele di cera in forma di croci.

Su altri materassi hanno scritto, usando concentrato di pomodoro e peperoncino, frasi come “Siamo vittime dell’UNHCR in Libia”. Con i cellulari hanno postato foto sui social media in cui posano con le braccia incrociate per mostrare il loro stato di prigionia.

Una settimana dopo, i loro sforzi hanno attirato un po’ di attenzione. Il 3 giugno l’UNHCR ha evacuato 96 richiedenti asilo a Tripoli. L’affollato magazzino in cui avevo incontrato per la prima volta i migranti è stato svuotato, ma altri 450 eritrei sono rimasti stipati in altri edifici del complesso. Oggi, 20 persone sono ammassate in ognuna delle oltre 20 stanze più piccole, anche se molti detenuti preferiscono dormire nei cortili in tende fatte di coperte.

La maggior parte degli eritrei a Dhar-el-Jebel ha storie simili: prima di finire intrappolati nel sistema di detenzione arbitrario in Libia, sono fuggiti dalla dittatura nel loro paese dove il servizio militare è obbligatorio.

Nel 2017, Gebray, un uomo sui trent’anni, ha lasciato moglie e figlio in un campo rifugiati in Etiopia e ha pagato ai trafficanti 1.600 dollari per attraversare il deserto sudanese con altre decine di persone. Ma i trafficanti li hanno venduti ad altri trafficanti libici che li hanno tenuti prigionieri e torturati con scosse elettriche fino a quando non hanno telefonato ai loro parenti per chiedere il pagamento di un riscatto.

Dopo 10 mesi di prigione, mi ha detto Gebray, la sua famiglia ha trasferito quasi 10.000 dollari per il suo rilascio: “Mia madre e le mie sorelle hanno dovuto vendere i loro gioielli. Ora devo ripagarle. È molto difficile parlarne”.

I migranti eritrei vengono presi di mira perché molti trafficanti libici credono che possano ottenere sostegno economico dalla ricca diaspora in Europa e nel Nord America. Siamo i più poveri, ma i libici pensano che siamo ricchi. Ci chiamano dollari o euro mi racconta un altro richiedente asilo eritreo.

Sopravvissuti alla tortura, in molti, come Gebray, hanno pagato di nuovo per attraversare il Mediterraneo ma sono stati intercettati dalla Guardia costiera libica e messi nei centri di detenzione.

Alcuni dei compagni di cella di Gebray sono stati incarcerati per oltre due anni in cinque centri diversi. Man mano che la traversata del mare è diventata più pericolosa, alcuni si sono arresi a restare nei centri di detenzione, sperando di essere registrati lì dall’UNHCR.

Nel magazzino di Dhar-el-Jebel, Gebray ha incontrato un suo ex compagno di scuola di nome Habtom, diventato dentista. Con il suo background medico, Habtom si è auto-diagnosticato la tubercolosi. Dopo quattro mesi con la tosse, è stato spostato dal deposito in una casa più piccola, dove mettevano gli eritrei malati. Gebray, che a quel punto “non era più in grado di camminare, nemmeno per andare in bagno”, come lui stesso racconta, lo ha presto seguito. Al momento della mia visita, circa 90 eritrei, in maggioranza casi sospetti di tubercolosi, erano confinati nella casa dei malati, dove non ricevevano cure adeguate.

Un tempo rara in Libia, la TB si è diffusa rapidamente tra i migranti nelle prigioni sovraffollate. Quando ho parlato con Gebray, mi ha consigliato di mettermi una maschera: “Ho dormito e mangiato con persone malate di TB, compreso Habtom.”

Habtom è morto nel dicembre 2018. “Se riesco a raggiungere l’Europa, aiuterò la sua famiglia, è mia responsabilità” ha detto Gebray. Tra settembre 2018 e maggio 2019, sono morti almeno 22 detenuti da Dhar-el-Jebel, la maggior parte per TB.

C’erano dei dottori nel centro di detenzione, alcuni dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), altri dell’International Medical Corps (IMC), un’organizzazione fondata da UNHCR e UE. Un ufficiale libico mi ha detto: “Li abbiamo pregati di portare i detenuti in ospedale, ma hanno risposto di non avere budget”. I trasferimenti verso centri di cura sono stati pochi.

Invece circa 40 dei detenuti più malati, in maggioranza cristiani, sono stati trasferiti in un altro centro di detenzione a Gharyan, più vicino a un cimitero cristiano. “Le persone venivano mandate a Gharyan per morire” ha detto Gebray. Otto di loro sono morti tra gennaio e maggio.

Gharyan

Al contrario di Dhar-el-Jebel, Gharyan ha l’aspetto di un vero centro di detenzione, con una serie di container circondati da alte recinzioni metalliche. Yemane* è stato trasferito qui a gennaio: “Il direttore del centro di detenzione e lo staff di IMC ci hanno detto che ci avrebbero portati in un ospedale di Tripoli. Non hanno nominato Gharyan… Quando siamo arrivati qui, siamo stati subito chiusi in un container.”

Secondo Yemane, una donna ha provato a impiccarsi quando ha scoperto di essere a Gharyan, invece che in un ospedale come i medici di IMC avevano promesso. Molti avevano brutti ricordi di Gharyan: nel 2018 uomini armati col volto coperto avevano forzato l’entrata, legato l’unica guardia e rapito almeno 150 migranti, poi venduti a centri di tortura. I loro aguzzini chiedevano 20.000 euro a ognuna delle loro famiglie. Dopo quel rapimento, i migranti rimasti si sono rifiutati di tornare nelle loro celle e hanno chiesto alle Nazioni Unite di essere evacuati. Per tutta risposta, le milizie locali hanno sparato a cinque di loro.

A quel punto il GNA ha chiuso per breve tempo il centro di detenzione, che però ha riaperto dopo poco con un nuovo direttore. È stato lui a dirmi che i trafficanti lo chiamavano per provare a comprare alcuni dei migranti che erano sotto la sua custodia.

Nell’aprile 2019, le forze di Haftar hanno lanciato un’offensiva contro le forze pro-GNA a Tripoli e hanno preso Gharyan. Le truppe di Haftar si sono stabilite vicino al centro di detenzione e gli aerei del GNA hanno bombardato ripetutamente l’area. Le guardie, verosimilmente spaventate dagli attacchi aerei, hanno disertato.

Ogni volta che ho visitato il centro, abbiamo raggiunto il direttore del centro nella sua casa in città e abbiamo guidato fino al cancello del centro, dove lui chiamava un migrante perché ci aprisse. I migranti avevano chiesto un lucchetto per poterlo chiudere. Le forze pro Haftar passavano a volte per chiedere ai migranti di lavorare per loro. Yemane racconta che una volta hanno prelevato 15 uomini che non hanno visto mai più.

MSF ha chiesto che l’UNHCR evacuasse le persone detenute a Gharyan.L’agenzia delle Nazioni Unite ha prima negato che Gharyan fosse in una zona di guerra, poi ha ceduto e suggerito che fossero trasferite al centro di detenzione Al-Nasr a Zawiya, a ovest di Tripoli. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha accusato le forze che controllano la struttura di traffico di migranti e ha sanzionato due dei loro capi. Ma alla fine i detenuti sono rimasti lì.

Il 26 giugno, le forze del GNA hanno ripreso Gharyan. Il giorno dopo, hanno sfondato il cancello del centro con un’auto e hanno chiesto ai migranti di combattere per loro. I detenuti spaventati hanno mostrato i loro farmaci per la TB e hanno pronunciato parole in arabo che gli operatori UNHCR avevano insegnato loro – kaha (tosse) e darn (tubercolosi). Gli uomini armati sono andati via, ma non prima che uno di loro li avvertisse: “Se siete malati, torneremo ancora e vi spareremo. Dovete morire!”

Vivere per strada a Tripoli

Il 4 luglio, l’UNHCR finalmente ha evacuato a Tripoli le persone che erano rimaste nel centro. Le Nazioni Unite hanno dato ai migranti 450 dinar (circa 100 dollari) per coprire le spese in una città che non conoscevano. Ma il posto che doveva ospitarli è risultato troppo costoso, e si sono spostati in uno più economico, che di solito ospitava pecore.

L’UNHCR dice che vivremo al sicuro in questa città, ma per noi la Libia non è né libera né sicura”. Yemane

La maggior parte dei 29 migranti evacuati da Gharyan oggi sono bloccati, non al sicuro, nelle strade di Tripoli, attaccati alla speranza che riceveranno asilo.

Mentre i combattimenti a Tripoli continuano, le milizie hanno chiesto a Yemane di arruolarsi con loro per 1.000 dollari al mese. “Ho visto molti migranti reclutati in quel modo e poi feriti” mi ha detto di recente su WhatsApp. Due dei suoi compagni di stanza sono stati imprigionati di nuovo dalle milizie e hanno dovuto pagare 200 dollari ognuno.

I migranti di Gharyan sono così spaventati di vivere nelle strade di Tripoli che hanno chiesto di tornare in detenzione, uno di loro è riuscito a entrare nel centro di detenzione di Abu Salim. Molti di loro hanno la tubercolosi. Anche Yemane a fine ottobre ha scoperto di essere positivo e deve ancora ricevere una qualunque cura.

False promesse

Al contrario di Gharyan, Dhar-el-Jebel è lontano dai combattimenti. Ma da aprile, i migranti si sono rifiutati di essere trasferiti lì per paura di essere dimenticati a Zintan. Secondo un ufficiale di Zintan, “il nostro unico problema qui è che l’UNHCR non sta facendo il suo lavoro. Hanno fatto a queste persone false promesse per due anni.

La maggior parte delle persone detenute a Dhar-el-Jebel sono state registrate come richiedenti asilo dall’UNHCR, quindi sperano di essere ricollocati in paesi sicuri. Gebray si è registrato nell’ottobre 2018: “Da allora, non ho mai visto l’UNHCR. Ci hanno dato la falsa speranza che sarebbero tornati dopo poco per intervistarci e ricollocarci fuori dalla Libia.”

I 96 eritrei e somali che a giugno l’UNHCR ha trasferito da Dhar-el-Jebel al proprio “centro di raccolta e partenza” a Tripoli sono stati convinti che sarebbero stati tra i pochi fortunati ad avere priorità nei ricollocamenti in Europa o Nord America. Ma secondo alcune testimonianze, a ottobre l’UNHCR avrebbe respinto circa di 60 di loro, tra cui 23 donne e sei bambini. La loro scelta oggi è tra provare a sopravvivere nelle strade di Tripoli o accettare un “ritorno volontario” nei paesi dalla cui violenza sono fuggiti.

Il rapporto sulla visita di giugno delle Nazioni Unite a Zintan avvertiva: “Il numero di persone che l’UNHCR sarà in grado di evacuare sarà molto piccolo rispetto al totale della popolazione restante, dati i limitati posti offerti dalla comunità internazionale.”

A oggi, l’UNHCR ha registrato 60.000 richiedenti asilo in Libia, ma è riuscita a ricollocarne solo 2.000 circa all’anno. La capacità dell’agenzia dei rifugiati di ricollocare i richiedenti asilo dalla Libia dipende dalle offerte da parte di paesi ospitanti sicuri, soprattutto in Europa.

Anche i paesi UE più aperti ad accoglierli stanno ospitando solo poche centinaia delle persone che vengono bloccate in Libia ogni anno. E il sempre minore impegno degli Stati Uniti a ricollocare i migranti non aiuta.

Le persone detenute a Dhar-el-Jebel lo sanno bene: durante un’altra protesta i loro slogan, scritti sui materassi col concentrato di pomodoro, erano rivolti all’Europa: “Condanniamo le politiche dell’Unione Europea contro rifugiati innocenti detenuti in Libia.”


Nota: I nomi sono stati cambiati

*Capo progetto MSF. E’ un ricercatore e giornalista che ha coperto conflitti in Ciad e Sudan per più di 20 anni, oltre che autore di “Guantanamo Kid: La vera storia di Mohammed El-Gharani”.

Tratto da Medici Senza Frontiere

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Riconosciuto il diritto ad entrare in Italia a chi è stato respinto illegittimamente in Libia https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/riconosciuto-il-diritto-ad-entrare-in-italia-a-chi-e-stato-respinto-illegittimamente-in-libia/ Wed, 04 Dec 2019 17:32:00 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1763 Il Tribunale di Roma accoglie il ricorso promosso da Amnesty international in collaborazione con Asgi. L’azione portata avanti formalmente dagli avvocati Cristina Laura Cecchini e Salvatore Fachile è il frutto di un lavoro congiunto, che ha visto coinvolti anche le avv.te Giulia Crescini, Lucia Gennari e Loredana Leo. A seguito di un respingimento collettivo operato […]

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Il Tribunale di Roma accoglie il ricorso promosso da Amnesty international in collaborazione con Asgi.
L’azione portata avanti formalmente dagli avvocati Cristina Laura Cecchini e Salvatore Fachile è il frutto di un lavoro congiunto, che ha visto coinvolti anche le avv.te Giulia Crescini, Lucia Gennari e Loredana Leo.

A seguito di un respingimento collettivo operato dalla Marina militare italiana nel 2009 ai danni di un gruppo di cittadini eritrei, poi ricondotto nelle carceri libiche, il Tribunale di Roma per la prima volta ha accertato il diritto dei ricorrenti a fare ingresso in Italia per formalizzare la propria domanda di asilo, oltre a riconoscere a ciascuno di loro un risarcimento di 15.000 euro. La pubblica amministrazione viene condannata a consentire l’ingresso in Italia ai ricorrenti, da anni bloccati nel territorio di Israele, con le forme che saranno ritenute più idonee, al fine di esercitare di diritto di richiedere asilo in diretta applicazione dell’art. 10 comma 3 della Costituzione. I ricorrenti sono infatti bloccati in Israele dal 2010, anno in cui vi hanno fatto ingresso nel tentativo di raggiungere l’Europa via terra per evitare di mettere nuovamente a rischio le proprie vite in mare con l’elevata probabilità di essere ancora respinti.

Il Giudice, la dott.ssa Velletti, qualifica la domanda di ingresso, che si accompagnava alla richiesta di accertamento della illiceità della condotta di respingimento, nei termini di una domanda di accertamento del diritto a presentare domanda di protezione internazionale. Dopo una approfondita ricostruzione dei principi di protezione di cui all’art 10 e attraverso un richiamo alla giurisprudenza più rilevante della Cassazione tra cui la decisione SS UU del 24.09.2019, il Giudice afferma che, qualora il richiedente protezione internazionale non possa presentare la relativa domanda in quanto non presente sul territorio italiano, per circostanze allo stesso non imputabili ed anzi riconducibili ad un fatto illecito commesso dalle autorità italiane, sussiste il diritto all’ingresso in Italia finalizzato alla formalizzazione della domanda d’asilo.

In caso contrario, secondo il Tribunale, si determinerebbe un vuoto di tutela inammissibile in un sistema che a più livelli riconosce e garantisce il diritto di asilo nelle sue diverse declinazioni. Sulla base dell’art. 10 Cost. sussiste dunque la necessità di “espandere il campo di applicazione della protezione internazionale volta a tutelare la posizione di chi, in conseguenza di un fatto illecito commesso dall’autorità italiana si trovi nell’impossibilità di presentare la domanda di protezione internazionale in quanto non presente nel territorio dello Stato, avendo le autorità dello stesso Stato inibito l’ingresso, all’esito di un respingimento collettivo, in violazione dei principi costituzionali e della Carta dei diritti dell’Unione europea”.

In chiusura il Giudice ribadisce che accertato il diritto all’ingresso, le conseguenti determinazioni sulle modalità per consentirlo (tra cui il rilascio di un visto per motivi umanitari ex art. 25 regolamento dei visti) sono a carico dell’Amministrazione a cui tuttavia ribadisce come non possono essere di ostacolo la mancanza di documenti di riconoscimento validi.

Oltre ai principi sanciti dalla decisione, riteniamo che tutta la vicenda processuale sia stata particolarmente interessante. L’istruttoria ha permesso di conoscere molti dettagli sull’evento, ma anche sulle modalità con cui venivano effettuati i respingimenti. Ad esempio è stato acclarato e accertato, anche attraverso documentazione fotografica, non soltanto l’uso della forza per attuare il respingimento (molte persone sono state riconsegnate dalle autorità italiane ai libici gravemente ferite) ma anche che a bordo delle motovedette libiche era presente personale della Guardia di Finanza italiana che ha coadiuvato le operazioni anche allo sbarco a seguito del quale, come sempre, tutti sono stati detenuti in condizioni gravissime.

Moltissimi dei ricorrenti prima del respingimento e successivamente all’interno dei centri di detenzione erano stati intercettati dall’UNHCR. Alla richiesta di fornire documentazione utile alla identificazione dei richiedenti per accelerare in via cautelare il loro ingresso, l’Alto Commissariato si è inizialmente dichiarato impossibilitato per l’avvenuta distruzione della documentazione durante il colpo di stato del 2011/2012 in Libia. Successivamente, nel corso del processo, il Giudice ha viceversa avuto notizia, per il tramite dello stesso Ministero, dell’esistenza di una rilevante corrispondenza tra quest’ultimo e l’UNHCR. Pertanto in fase istruttoria il magistrato ha ordinato all’Alto Commissariato l’esibizione di tale documentazione, che tuttavia non è stata acquisita poiché l’UNHCR ha eccepito la propria immunità, limitandosi a produrre un Press Statement e un rapporto di visita e dichiarando impossibile il reperimento di documentazione ulteriore.

Decisivo, dal punto di vista probatorio, la collaborazione con l’avv. Carmen Cordaro di ASGI che sta portando avanti un procedimento per il risarcimento del danno per altre persone coinvolte nello stesso evento ed oggi pendente dinanzi alla Corte d’Appello. E’ grazie al continuo scambio con lei che in questo procedimento ha potuto fare ingresso il contenuto di un cd prodotto dall’Avvocatura dello Stato e contenente oltre 300 foto (tra cui le foto segnaletiche) del respingimento e che ha permesso di provare la legittimazione attiva delle persone rappresentate.

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À Tripoli, les gens continuent de mourir. Avec l’indifférence complice de l’ Europe https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/a-tripoli-les-gens-continuent-de-mourir-avec-lindifference-complice-de-leurope/ Wed, 04 Dec 2019 11:10:23 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1747 La Commission européenne revendique comme succès les accords ambigus et félicite les garde-côtes libyens, déclarés trafiquants meme par l’ONU. La Libye est le bouchon de bouteille des flux migratoires africains. Les migrations naissent avec l’homme, elles constituent un phénomène à lui intrinsèque. Les fermer est un acte contre nature, une violation, une violence. Le méthode […]

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La Commission européenne revendique comme succès les accords ambigus et félicite les garde-côtes libyens, déclarés trafiquants meme par l’ONU.

La Libye est le bouchon de bouteille des flux migratoires africains. Les migrations naissent avec l’homme, elles constituent un phénomène à lui intrinsèque. Les fermer est un acte contre nature, une violation, une violence. Le méthode de fonctionnement de l’Europe consiste à tomber sur une bouteille en fermentation, à la secouer. En pensant qu’elle pourrait rester ainsi, sans savoir (ou faisant semblant de ne pas savoir) que la bouteille va exploser tôt ou tard.

Au milieu de cette image, les victimes sacrifiées comme des chevreaux sur l’autel de la Patrie au nom d’une sécurité en carton. Les migrants.

L’Europe suit ce chemin en se bouchant les oreilles. En Ferment les yeux et la bouche. La Libye est une poudrière: d’un côté, Haftar, gouverneur de Cyrénaïque, recruteur de mercenaires et réfugiés sous la torture. De l’autre côté, Al Sarraj, chef du gouvernement reconnu par la communauté internationale. Au milieu, le Pontius Pilates en devoir, prêt à déposer des millions d’euros pour empêcher les réfugiés d’arriver et pour vendre l’âme au diable, considérant la Libye comme un pays tiers sûr.

En ce sens, les politiques européennes sont insérées: deux sont les accords criminels avec Erdogan pour maintenir les Syriens sur le territoire turc. Le premier, de 6 milliards (1). Le secondieme, de 663 millions d’euros (2). Ou encore le financement de 20 millions d’euros à Afewerki (3), le Kim Jong-un Erythréen. Ou encore, l’accord Merkel-Al Sisi (4): 500 millions d’euros au pharaon pour bloquer les voyages des migrants. Ou encore le récent renouvellement du mémorandum Italie-Libye (5), qui a coûté un demi-milliard de dollars à notre État (6). Et le Niger qui “bloque tout” avec la loi 046 du 2015.

La liste est interminable: le seul dénominateur commun est de bloquer les migrants dans les sables mouvants de Tripoli, dans le Sahara nigérian et algérien ou de les laisser mourir dans les prisons d’Alexandrie en Égypte. La nouvelle politique de Bruxelles est insérée dans ce cadre: l’objectif est de bloquer le projet migratoire des personnes le plus rapidement possible. D’où le renforcement des pratiques médiévales au Soudan ou en Érythrée: le shoot-to-ki, la militarisation de la frontière soudanaise, la “taxation de la diaspora”, les prisons féroces de Kassala.

Les dictateurs africains savent qu’ils ont l’Occident de leur côté, qu’ils peuvent faire ce qu’ils veulent et qu’en bloquant les gens, ils auront de l’argent: ils envoient des migrants aux travaux forcés ou dans des cellules, ils les massacrent,les faisant tomber dans l’oubli derrière le murs des centres de détention souvent légitimés par les mêmes organisations internationales qui devraient protéger les réfugiés. Les États européens inventent un financement et débloquent l’argent à la vitesse de la lumière, quand ils en ont besoin.

Les États membres de l’UE se vautrent, font des affaires, financent. Le message est unique et sans doutes: “peu importe comment: les migrants ne doivent pas arriver”.

Et enfin, il arrive qu’entre les années 2017 et 2018, l’Italie envoie 470 hommes, 150 véhicules et 2 avions, pour une dépense annuelle totale de 50 millions d’euros, à Niamey. L’objectif est de «former» les gardes-frontières nigériens, de créer une base de contrôle entre le Niger et le Tchad, de patrouiller les frontières, de construire une piste d’atterrissage pour les avions de transport des rapatriés et de mettre en place un nouveau centre d’accueil. Pas seulement notre pays: la France accuse l’ingérence italienne et renforce le financement. Une compétition pour obtenir la faveur du président-dictateur du moment.

Résultat: ceux qui veulent se rendre en Europe doivent faire face à des routes “illégaux” de plus en plus difficile et coûteux. Certains disent que le barrage a posé des problèmes pour le transit des armes: plusieurs personnes que nous avons entendues continuent de répéter que c’est faux, en effet celui du trafic des armes fonctionne à merveille, même mieux qu’avant! Donnent un pouvoir énorme à ceux qui font du trafic et le feront toujours, à ceux qui savent toujours comment échapper aux contrôles et surmonter les frontières et le désert du Sahara.

À Agadez, les groupes criminels continuent de tromper les migrants en disant qu’ils savent comment échapper aux gardes-frontières: on leur donne l’argent pour les corrompre et les tuent, ou les abandonnent dans le désert. “Rien de nouveau sous le ciel, cher ami Horace”.

Paradoxe: le Niger est donc considéré comme une nation qui bloque les réfugiés et les incite à rester en attendant le début de la procédure de protection internationale et / ou de rapatriement. Ils attendent des mois et années. Une attente contre le mur de leurs cauchemars, de leur douleur. Le Niger reste l’un des pays les plus pauvres du monde, celui où l’enfance est la plus menacée et où la vie est très dure, sous le poids de laquelle brisent le dos des femmes qui cherchent un fil de blé à écraser chaque jour. .

Rappelons que des enfants bloqués en Afrique de l’Ouest au cours de leur migration sont envoyés ici. Il y a eu 2 000 entre le mois de novembre 2017 et le mois de septembre 2018.

À Tripoli, la situation est intolérable, une répétition continue des crimes, des tortures, des Traitements inhumains et dégradants. Et de plus en plus va augmenter le pouvoirs de chefs locaux, tels que Bija et la législation émise par Al Sarraj pour l’ériger à chef des garde-côtes en jouent un rôle de premier plan dans la liaison avec les ONG européennes (7).

Et l’impression est que les organisations qui auraient le devoir de protéger la vie des migrants s’alignent en réalité sur les actions de l’Europe: ils jetent l’éponge, en fait.

La conclusion des accords bilatéraux ou de mémorandums, impliquant un financement substantiel, comporte une équation obligatoire: le pays avec lequel vous signez doit être sécurisé.

Et la Libye n’est pas.

En ce sens, nous enregistrons une déclaration des Médecins sans frontières 

dans laquelle est annoncé le transfert de presque 500 migrants vers un centre pour refugees dans le quartier de Monti Nafusa, à cause de l’aggravation des conflits au sud de Tripoli. La situation est dramatiquement critique car “22 migrants sont morts de tuberculose et certains ont tenté de se suicider au camp des refugiés, tandis que d’autres ont refusé de suivre un traitement médical” (8).

Il existe de nombreux témoignages sur le caractère critique de la situation en Libye: de la protestation des bougies (9) à la suite du décès d’un enfant, aux témoignages des massacres et des tortures révélés également grâce à certaines condamnations prononcées en Italie (Jugement Matammud (10) et arrêts de Messine (11)). Tortures que nous les militants et les personnes qui soignent les personnes qui arrivent connaisons depuis de nombreuses années  nous; des histoires horribles qui se répètent et empirent avec le temps. Des histoires qui semblent fausses, comme quand ils nous ont parlé de l’holocauste des Juifs, des histoires qui sont censées être réduites à des inférences, des fantasmes, des histoires à effacer, car “combien de vérité un homme peut-il supporter?” Des histoires de vérité dont nous ne nous lasserons jamais de crier.

L’Europe continue de revendiquer de tels accords comme étant positifs et “louables”. Comme l’accord avec la Turquie, celui avec la Tunisie et avec l’Égypte  .

Dans le rapport 2019 (12) de la Commission (26/11/2019) au Parlement européen et au Conseil ont demandé de l’aide en Syrie et en Libye et du “soutien aux réfugiés syriens et aux communautés d’accueil (notamment au Liban, en Jordanie et en Turquie) par le biais du Fonds fiduciaire régional de l’Union européenne en réponse à la crise syrienne “: en fait, l’accord avec le président Erdogan est considéré comme positif, ce qui a donné lieu à des faillites absolues et à la pauvreté de 3.6 millions de personnes. Et en fait, la Libye est citée comme une “crise”, alors que dans les accords, elle est jugée dans le sens opposé (elle est souvent considérée comme un pays tiers sûr).

Commission européenne, communication (16/10/2019) au Parlement européen, au Conseil européen et au Conseil (13): mention spéciale pour le démantèlement des réseaux de traite sur toutes les routes (y compris celles du Niger) ayant conduit à la baisse des arrivées dans le sud de la Libye.

Premier point: au Niger, le système d’accueil “commence à fonctionner”, mais il continue à représenter pour nous une abomination, une violation du droit sacro-saint de se déplacer, d’être libre et non emprisonné dans des politiques éloignées des personnes et de leurs désirs; il continue à représenter le « se plier » au pouvoir des gouvernements, des systèmes d’exploitation injustes, du colonialisme du blanc sur le noir, de croire que les Blancs peuvent décider de la vie des Noirs.

Deuxième point: les trafiquants mentionnés, en Libye, sont les garde-côtes. Que la Commission européenne loue implicitement: “les garde-côtes libyennes continuent d’intercepter et d’assister un grand nombre de personnes en mer: jusqu’à présent en 2019, plus de 7 100 ont été signalées (le total en 2018 était d’environ 15 000)“.

Une question se pose: comment est-il possible de démanteler le réseau de trafiquants d’êtres humains si les mêmes trafiquants (garde-côtes libyens) sont félicités à Bruxelles?

La criticité du conflit et son impact sur les migrants sont également soulignés: 3 300 personnes dans des centres de détention qui, en réalité, sont des centres de détention / des lagers où la machine à torturer et à maltraiter continue de fonctionner. Des centres d’horreur dans lesquels des personnes meurent aux mains des criminels ou sous les bombes que nous vendons, comme dans le cas du bombardement du centre / camp de Tajoura, qui a fait plus de cinquante morts et des centaines de blessés. Parce que la torture ne suffit pas!

482 personnes ont cherché refuge dans le centre d’accueil et de départ de HCR à Tripoli, qui semble malheureusement connaître de graves problèmes de gestion.

Le mécanisme de transit d’urgence du HCR financé par l’UE est à nouveau affirmé par la Commission. Malgré les chiffres, le Niger ne semble pas prêt à devenir le point chaud de l’Afrique et de l’Europe. Et bien que dans le pays africain, la vie des enfants soit la plus menacée au monde: depuis septembre 2017, 4 000 personnes ont été évacuées, 3 000 se sont retrouvées au Niger (1 856 migrants réinstallés).

En fait, 1 144 personnes qui ont investi de l’argent et ont risqué leur vie pour réaliser le rêve de l’Europe se retrouvent dans l’enfer du Niger.

En outre, l’accent est mis sur le rapatriement librement consenti, un sujet que l’histoire récente de l’Union européenne doit aborder sur des oeufs. En fait, il sont souvent arrivé ces dernières années des rapatriements considérés comme volontaires mais qui étaient en réalité de véritables contraintes: Afghans de l’ethnie Hazara, violemment donné a manger (“rapatriés”) aux Talibans (14), Syriens renvoyés en Syrie dès que Bruxelles a fini de payer 6 milliards à Ankara (15): 61 000 personnes sont retournées dans leur pays d’origine (total des rapatriements librement consentis depuis la Libye, le Niger, le Mali, la Mauritanie et Djibouti) depuis novembre 2015.

Commission, fin de l’intervention: le rôle du fonds fiduciaire de l’UE pour l’Afrique est mis en évidence. Et “un soutien à la Libye, au Maroc et à la Tunisie pour la gestion de la migration, en particulier dans les activités de lutte contre la migration irrégulière et contre la traite des êtres humains et le trafic de migrants” est précisé.

Réclamer un “soutien à la gestion des migrations” ca veut dire soutenir la construction des prisons libyennes.

Et réclamer de l’aide pour lutter contre la migration irrégulière signifie continuer à donner de l’argent à ceux qui prétendent lutter contre les trafiquants mais qui sont en réalité des trafiquants.

Est-ce ainsi que l’Europe croit écraser le commerce des trafiquants d’êtres humains et aider les migrants?

(Traduction de Yasmine Accardo)

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A Tripoli si continua a morire. Con la complice indifferenza dell’Europa https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/a-tripoli-si-continua-a-morire-con-la-complice-indifferenza-delleuropa/ Mon, 02 Dec 2019 20:47:45 +0000 https://dossierlibia.lasciatecientrare.it/?p=1734 Lire l’article en français – La Commissione europea rivendica come successi gli accordi ambigui ed elogia la Guardia Costiera Libica, dichiarati trafficanti anche dall’Onu La Libia è il tappo della bottiglia dei flussi migratori africani. Le migrazioni nascono con l’uomo, sono un fenomeno intrinseco. Tapparle è un atto contro natura, una violazione, una violenza. Il modus operandi dell’Europa […]

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La Commissione europea rivendica come successi gli accordi ambigui ed elogia la Guardia Costiera Libica, dichiarati trafficanti anche dall’Onu

La Libia è il tappo della bottiglia dei flussi migratori africani. Le migrazioni nascono con l’uomo, sono un fenomeno intrinseco. Tapparle è un atto contro natura, una violazione, una violenza. Il modus operandi dell’Europa è piombare sopra una bottiglia in fermento, agitarla, shakerarla. Pensando di poterla far restare così, senza sapere (o fingendo di non sapere) che la bottiglia esploderà prima o poi.

In mezzo a questo quadro, le vittime sacrificate come capretti sull’altare della Patria in nome di una sicurezza di cartone. I migranti.

L’Europa segue questo percorso, tappandosi le orecchie. Chiudendo gli occhi. E la bocca. La Libia è una polveriera: da una parte Haftar, governatore della Cirenaica, reclutore di mercenari e rifugiati sotto tortura. Dall’altro Al Sarraj, a capo del Governo riconosciuto dalla comunità internazionale. Nel mezzo i Ponzio Pilato di turno, pronti a sganciare milioni di euro per non fare arrivare i profughi e per vendersi l’anima al diavolo considerando la Libia come Paese Terzo Sicuro.

In tal senso s’inseriscono le politiche europee: due accordi criminosi con Erdogan per trattenere i siriani in territorio turco. Il primo, 6 miliardi (1). Il secondo, 663 milioni di euro (2).  Oppure il finanziamento di 20 milioni ad Afewerki (3), il Kim Jong-un eritreo. O ancora, l’accordo Merkel-Al Sisi (4) : 500 milioni al faraone per bloccare il viaggio dei migranti. O il recente rinnovo del memorandum Italia-Libia (5), costato al nostro Stato mezzo miliardo (6). E il Niger che “Blocca tutti” con la legge 046 del 2015.

La lista è infinita: unico comune denominatore è bloccare i migranti nelle sabbie mobili di Tripoli, nel Sahara nigerino ed algerino o lasciandoli crepare nelle carceri di Alessandria d’Egitto. In questo quadro s’inserisce la nuova policy di Bruxelles: l’obiettivo è bloccare il prima possibile il progetto migratorio della persona. Da qui il rinsaldamento di pratiche medioevali del Sudan o dell’Eritrea: lo shoot-to-ki, la militarizzazione del confine sudanese, la “diaspora taxation”, le carceri feroci di Kassala. 

I dittatori africani sanno di avere dalla loro parte l’Occidente, sanno che possono fare quello che vogliono e che bloccando le persone avranno soldi a vagonate: spediscono i migranti ai lavori forzati oppure in cella, li massacrano, facendoli cadere nell’oblio dietro le mura dei centri di detenzione legittimati spesso e volentieri dalle stesse organizzazioni internazionali che dovrebbe tutelare i profughi. Gli Stati europei s’inventano un finanziamento e sbloccano i soldi alla velocità della luce, quando gli serve.

Gli Stati Membri UE ci sguazzano, fanno affari, finanziano. Il messaggio è unico ed inequivocabile: “non importa come: i migranti non devono arrivare”.

Ed allora succede che l’Italia tra il 2017 ed il 2018 manda  470 uomini, 150 mezzi e 2 aerei per una spesa totale annua di 50 milioni di euro a Niamey. Con l’obiettivo di “addestrare” le guardie di frontiera nigerine, creare una base di controllo tra Niger e Ciad, presidiare i confini, costruire una pista per gli aerei per il trasporto delle persone rimpatriate, allestire un nuovo centro di accoglienza. Non solo il nostro Paese: la Francia accusa l’ingerenza italica, rafforza i finanziamenti. Una gara per ingraziarsi il Presidente-dictator di turno.

Risultato: chi vuole arrivare in Europa passa per vie “illegali” sempre più difficili, sempre più care. Qualcuno dice che il blocco abbia dato problemi al transito delle armi: eppure diverse persone che abbiamo ascoltato ci continuano a ripetere che è falso, anzi proprio quello di traffico funziona a meraviglia, anche meglio di prima! Dando così enorme potere a chi traffica e trafficherà sempre, chi da sempre sa come eludere i controlli e superare i confini ed il deserto del Sahara. 

Ad Agadez i gruppi criminali continuano ad imbrogliare i migranti dicendo di saper eludere le guardie  dei confini: si fanno dare i soldi utili a corromperli e li ammazzano, poi li/le abbandonano nel deserto. “Nulla di nuovo sotto il cielo, caro amico Orazio”. 

Paradosso: il Niger viene visto quindi come nazione per bloccare i profughi e farli soggiornare attendendo l’avvio dell’iter per la protezione internazionale e/o il rimpatrio. Attese di mesi, anni. Attesa contro il muro dei propri incubi, del proprio dolore.  Il Niger resta uno dei paesi più poveri del mondo, quello in cui l’infanzia è maggiormente minacciata e dove la vita è durissima, sotto il peso della quale si spaccano le schiene delle donne che cercano un filo di grano da schiacciare nei pestoi ogni giorno.

Ricordiamo che i bimbi bloccati nell’Africa Occidentale durante il loro percorso migratorio, vengono mandati proprio qui. Sono 2 mila tra novembre 2017 e settembre 2018.

A Tripoli la situazione è intollerabile, un continuo ripetersi di crimini. Di torture. Di trattamenti inumani e degradanti. E di sempre maggior potere da parte dei boss locali, come Bija e la normativa che Al Sarraj ha emanato per erigerlo a Capo della Guardia Costiera con un ruolo di primissimo piano nell’interfacciarsi con le ONG europee (7).

E la sensazione è che le organizzazioni che avrebbero il dovere di tutelare la vita dei migranti, si stiano in realtà livellando alle azioni dell’Europa: gettando la spugna, di fatto.

Fare accordi bilaterali oppure memorandum che implicano finanziamenti ingenti ha un’equazione obbligatoria: il Paese con cui si firma deve essere sicuro. 

E la Libia non lo è.

In tal senso va registrato un comunicato di Medici Senza Frontiere in cui viene annunciato il trasferimento di circa 500 migranti in un rifugio nel distretto dei Monti Nafusa, a seguito dell’inasprimento degli scontri a sud di Tripoli. La situazione è drammaticamente critica poiché “circa 22 migranti sono morti di tubercolosi e alcuni hanno tentato il suicidio nel rifugio, mentre altri hanno rifiutato di conformarsi alle cure mediche” (8) .

Sono numerose le testimonianze della criticità della situazione libica: dalla protesta dei lumini (9) a seguito della morte di una bambina, alle testimonianze di massacri e torture venute fuori anche grazie ad alcune sentenze pronunciate in Italia (Sentenza Matammud (10) e fermi di Messina (11)). Torture che noi attivisti e chi si occupa di assistenza alle persone quando arrivano conosciamo da molti anni; storie orribili che si ripetono e peggiorano nel tempo. Storie che sembrano finte, come quando ci raccontavano dell’olocausto degli ebrei, storie che si vogliono ridurre a illazioni, fantasie, storie da cancellare, perchè ” quanta verità può sopportare un uomo?” Storie verità il cui orrore non ci stancheremo di urlare.

Eppure l’Europa continua a rivendicare tali accordi come positivi e “lodevoli”, da continuare. L’accordo con la Turchia, quello con la Tunisia e con l’Egitto anche.

Nella relazione 2019 (12) della Commissione (26/11/2019) al Parlamento Europeo e al Consiglio viene rivendicato l’aiuto in Siria e Libia ed il “il sostegno ai rifugiati siriani e alle comunità di accoglienza (in particolare in Libano, Giordania e Turchia) attraverso il Fondo fiduciario regionale dell’Unione europea in risposta alla crisi siriana”: di fatto viene visto come positivo l’accordo con il Presidente Erdogan che, numeri alla mano, è stato assolutamente fallimentare ed ha condotto alla miseria 3,6 milioni di persone. E di fatto viene citata la Libia come situazione “di crisi”, mentre invece negli accordi è giudicata in modo opposto (essendo considerata spesso e volentieri come Paese terzo sicuro).

Commissione Europea, comunicazione (16/10/2019) al Parlamento europeo, al Consiglio europeo ed al Consiglio (13): menzione speciale per le azioni di smantellamento delle reti dei trafficanti su tutte le rotte (compresi quelli in Niger) che hanno portato al calo degli arrivi nella Libia meridionale.

Punto primo: in Niger il sistema di accoglienza “sta cominciando a funzionare” ma per noi continua a rappresentare un abominio, un venir meno al sacrosanto diritto di muoversi, di essere liberi e non imprigionati in politiche lontane dalle persone e dai loro desideri; continua a rappresentare un piegarsi al potere dei governi, dei sistemi iniqui di sfruttamento, del colonialismo del bianco sul nero, del credere che il bianco possa decidere della vita del nero.

Punto secondo: i trafficanti menzionati, in Libia, sono la Guardia Costiera. Che la Commissione Europea implicitamente elogia: “la guardia costiera libica continua a intercettare e a soccorrere un ampio numero di persone in mare: finora nel 2019 ne sono state segnalate più di 7.100 (il totale nel 2018 è stato di circa 15 000)”.

Sorge una domanda: com’è possibile smantellare la rete di trafficanti di essere umani se gli stessi trafficanti (Guardia Costiera Libica) vengono elogiati a Bruxelles?

Viene inoltre rimarcata la criticità del conflitto e l’impatto avuto sui migranti: 3.300 persone site in strutture di trattenimento che, in realtà, sono centri detentivi/lager dove continua a lavorare la macchina della tortura e dell’abuso.  Centri dell’orrore in cui si muore per mano dei carnefici o sotto le bombe che noi vendiamo, come  il bombardamento del centro/lager di Tajoura, che ha causato più di cinquanta morti e centinaia di feriti. Perchè la tortura non basta! 

482 persone hanno cercato rifugio nella struttura di raccolta e partenza di UNHCR, a Tripoli, che ahimè sembra stia avendo gravi problemi di gestione. 

Viene nuovamente rivendicato dalla Commissione il meccanismo di transito d’emergenza dell’UNHCR finanziato dall’UE, nonostante numeri alla mano il Niger non sembra sia pronto a diventare l’hotspot dell’Africa e dell’Europa. E nonostante nel Paese africano la vita dei bambini corre il rischio più grande del mondo: da settembre 2017 di 4.000 persone evacuate, 3.000 sono finite in Niger (1.856 i migranti reinsediati).

Di fatto, 1.144 che hanno investito soldi e rischiato la vita per il sogno Europa si ritrovano nell’inferno Niger.

Inoltre, viene posto l’accento sui rimpatri volontari, argomento che la storia recente dell’UE impone di toccare con i piedi di piombo. E’ infatti capitato spesso, negli ultimi anni, di rimpatri considerati volontari ma che in realtà erano vera e propria costrizione: afgani di etnia Hazara violentemente dati in pasto (“rimpatriati”) ai talebani (14), siriani rimandati indietro in Siria appena Bruxelles ha finito di pagare 6 miliardi ad Ankara (15): sono 61.000 sono le persone tornate nel proprio paese di origine (rimpatri volontari totali da Libia, Niger, Mali, Mauritania e Gibuti) da novembre 2015.

Commissione, fine dell’intervento: viene evidenziato il ruolo del Fondo Fiduciario dell’UE per l’Africa. E viene specificato “il sostegno a Libia, Marocco e Tunisia per la gestione della migrazione, in particolare nelle attività di contrasto della migrazione irregolare e di lotta contro la tratta di esseri umani e il traffico di migranti”.

Rivendicare il “sostegno per la gestione della migrazione” equivale a sostenere la costruzione delle carceri libiche. 

E Rivendicare l’aiuto nelle attività di contrasto della migrazione irregolare significa continuare a dare soldi a chi afferma di contrastare i trafficanti ma in realtà trafficante è. 

E’ così che l’Europa crede di stroncare il business dei trafficanti di essere umani ed aiutare i migranti? 

NOTE:
1 Io non ho sogni | L’accordo UE – Turchia: genesi, applicazione, criticità a due anni di distanza https://www.meltingpot.org/Io-non-ho-sogni-L-accordo-UE-Turchia-genesi-applicazione.html#.XeUpxOhKjIU

2 L’Europa ci ricasca: 663 milioni ad Erdogan https://www.meltingpot.org/L-Europa-ci-ricasca-663-milioni-ad-Erdogan.html#.XeUqLuhKjIU

3 L’Europa e la “sindrome di Stoccolma”: 20 milioni al dittatore eritreo Afewerki https://www.meltingpot.org/L-Europa-e-la-sindrome-di-Stoccolma-20-milioni-al-dittatore.html#.XeUqc-hKjIU

4 Germania – Egitto, un accordo disumano

https://www.meltingpot.org/Germania-Egitto-un-accordo-disumano.html#.XeUqtOhKjIU

L’accordo con Tripoli non va rinnovato: è un finanziamento alla mafia libica

Mezzo miliardo di euro. Ecco quanto è costato all’Italia mantenere i campi di tortura in Libia negli ultimi due anni

7 L’accordo con Tripoli non va rinnovato: è un finanziamento alla mafia libica

https://www.libyaobserver.ly/inbrief/msf-voices-concern-over-harsh-conditions-migrants-mount-nafusa-shelter?fbclid=IwAR0vx1Y4JEQyWkNStCx9p8599lMGB0Wym69k6NbGQvlsU-7ypKzxNqnel5I

A Zawiya si muore di botte e di fame. E le scorte alimentari destinate ai profughi, sono rivendute nel mercato locale

10 La sentenza della Corte d’Assise di Milano riconosce le condizioni disumane nei campi libici

11 Migranti torturati, violentati e lasciati morire in un centro di detenzione della polizia in Libia, tre fermi a Messina

12 RELAZIONE DELLA COMMISSIONE AL PARLAMENTO EUROPEO E AL CONSIGLIO Relazione annuale 2019 sull’attuazione degli strumenti dell’Unione europea per il finanziamento delle azioni esterne nel 2018

13 COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE AL PARLAMENTO EUROPEO, AL CONSIGLIO EUROPEO E AL CONSIGLIO Relazione sullo stato di attuazione dell’agenda europea sulla migrazione

14 Anche per Murtaza è stata eseguita la sentenza di condanna a morte.
Le forze di polizia turca, in complicità con l’Unione Europea, l’hanno fatto salire su un aereo come fosse un pacco da rispedire al mittente perché difettoso. Botte e calci e tanti saluti a tutta la famiglia e non farti vedere mai più. Murtaza è un afgano Hazara; e con gli Hazara i Talebani prima abusano del corpo e poi si prendono lo scalpo.
Murtaza morirà, è un dato di fatto.

15 https://www.meltingpot.org/La-Turchia-sospende-l-accordo-con-l-Ue-e-respinge-i-siriani.html#.XeUuRehKjIU

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