Babacar N’Diaye, attivista senegalese, ci racconta di come, anche nei territori controllati dal Marocco, i migranti vengono depredati di tutti i loro averi e abbandonati sino ad impazzire nel deserto

Babacar N’Diaye è il rappresentante della comunità senegalese a Laâyoune (El Aaiún), la “capitale” del Sahara occidentale. Termine da scrivere tra le virgolette perché attualmente tutta l’area è controllata dal Marocco. Babacar ha fondato un centro di orientamento ed assistenza attivo sin dal 2012 che è da sempre l’unico punto di riferimento per i migranti che vi arrivano in seguito a refoulement (respingimenti) o durante i transiti. Oltre che essere il presidente dell’association pour l’assistance des immigrants, Babacar è un instancabile mediatore sanitario e culturale!

Da quanto tempo  ti occupi dei migranti in transito?

Dal 2011, come referente in loco della comunità senegalese. In quel periodo avevamo due case di accoglienza e non c’erano tanti arrivi. Poche decine al massimo. Riuscivamo a fornire a tutti beni di prima necessità, ma soprattutto a combattere con loro per l’assistenza sanitaria.
Qui in Marocco non c’è il diritto alla salute per tutti, ed all’inizio era davvero complicato: i migranti non riuscivano a farsi curare in ospedale. Ci siamo attivati come comunità e dopo innumerevoli riunioni con medici e  responsabili degli ospedali e della sanità oggi a Laâyoune il diritto alla salute è stato esteso anche ai migranti così tutte le persone possono fare interventi chirurgici e visite gratuite.
Ma oggi sta diventando sempre più difficile: negli ultimi 3 anni, in seguito agli accordi con gli Stati europei sono arrivati migliaia refoulements. La gendarmeria gli ruba ogni cosa e diventa sempre più difficile trovare alloggi. 
Per avere un tetto sopra la testa, debbono adattarsi a vivere in numero elevatissimo in case dove le condizioni igieniche sono a dir poco precarie. In questo modo, si diffondono malattie contagiose come la Tbc.

Quanti migranti ci sono attualmente a Laâyoune?

Circa 1500 e se ne cominciano a vedere tanti per strada, anche donne, che sono le più vulnerabili e già fortemente provate dalle sofferenze del viaggio e dalle violenze. Anche qui continuano a subire violenza e sono facilmente sfruttabili: non hanno altra possibilità! Considera che chi non ha un documento, donna o uomo che sia, non ha diritto neppure a sporgere denuncia, perché verrebbe subito imprigionato, mentre lo sfruttatore rimane impunito e libero. Le donne ed i bambini sono quelli che stanno peggio. A Laâyoune ci sono moltissimi ragazzini non accompagnati di 14-15 anni sottoposti ad un pesantissimo sfruttamento lavorativo.

Di che nazionalità sono i migranti a Laâyoune?

Quelli che arrivano qui sono prevalentemente nigeriani, maliani, guineiani, ivoriani, camerunensi o gambiani. Non ci sono sudanesi ed eritrei. Chi arriva qui rimane bloccato: non possono tornare indietro perché non hanno più soldi, hanno perso tutto o sono stati derubati di tutto dalle stesse guardie che li riportano indietro appena provano a raggiungere la Spagna da Tanger o la Gran Canaria da El Aaiún. Nelle zone di frontiera c’è una vera e propria caccia all’uomo, proprio come nel nord est, a Nador, d’altra parte.

Mi racconti meglio cosa succede: come vengono gestiti i refoulements?

Se sei al sud ti portano al nord, se sei al nord ti portano al sud. Fanno di tutto per impedire alle persone di partire, allontanandole dalle zone di frontiera. Quando la gendarmeria ti ferma, ti arresta e ti prende le impronte. Ogni tanto rimanda indietro, ai Paesi d’origine, 4 o 5 persone ma ci vogliono troppi soldi per farlo con tutti. Tutti gli altri vengono trasferiti in bus in zone lontane da quelle da cui intendevano partire per “l’agognata Europa”, in una sorta di refoulement a metà, togliendogli soldi, borse, ogni cosa. Qualche volta, chi ha soldi sufficienti, riesce a comperarsi la libertà, evitando l’arresto e la rilevazione delle impronte.

Come funziona la giustizia?

Esiste in Marocco il diritto di difesa, anche se i processi non si fanno in presenza degli imputati. Quando sono disponibili avvocati d’ufficio, questi spesso non parlano le lingue dei migranti. Il processo in questi casi è un semplice verbale della polizia. All’arresto può seguire il trattenimento in carcere per un massimo di 26 giorni. Uomini e donne sub sahariani si ritrovano insieme in attesa di poter uscire. A Laâyoune il carcere per migranti è una ex scuola: le persone stanno tutte insieme nelle vecchie aule, normalmente per un massimo di 15 giorni. Poi vengono ributtati in strada dove riprovano a riorganizzare la partenza. Altro non  gli resta da fare.Considera che chi entra in Marocco in maniera irregolare, anche solo per transito, o tenta di uscire  in maniera “fraudolenta “ può essere imprigionato fino a sei mesi e non si può opporre alla deportazione pena il carcere fino a due anni. Ma le deportazioni restano tutti sul territorio marocchino, come dicevo, poiché il Paese non ha soldi per organizzare deportazioni verso i paesi d’origine[1].

Ma questi migranti hanno possibilità di fare domanda d’asilo?

No. Nessuno di loro. Non vengono nemmeno informati a riguardo. Eppure tanti tra loro sono vulnerabili. Anche i minori non accompagnati sono trattati come gli adulti. Non gli viene concessa alcuna tutela.

E la popolazione locale? Come si comporta di fronte ai refoulements?

L’incremento di refoulements negli ultimi 3 anni ha portato 1500 persone a Laâyoune. Prima era una città ospitale, oggi è fortemente razzista; sono frequenti le aggressioni ai danni dei migranti. Le politiche europee hanno determinato un peggioramento delle relazioni tra le persone, in un Paese che in tempi passati non era certo così inospitale. 
Alcuni refoulements vengono portati verso Casablanca ed Agadir, in pieno territorio marocchino. Qui non esiste una vera legge che garantisca gli immigrati e la discriminazione aumenta di giorno in giorno. Come dicevo, anche il diritto alla salute per i migranti qui non c’è. Qui, a Laâyoune, abbiamo dovuto sostenere molte lotte per ottenerlo, ma altrove non è affatto così. A Casablanca ti lasciano morire per strada ma non ti portano in ospedale. Però, in queste città, perlomeno arrivano le grandi Ong, l’Unhcr e l’Oim. A Laâyoune no, perché questa è zona considerata non stabile (per via dell’occupazione marocchina ndr.) e non possono accedervi. Così siamo in grande difficoltà. Avremmo davvero bisogno del sostegno di più attivisti e dell’attenzione internazionale. Noi facciamo il possibile, ma è davvero dura adesso. 

E l’Europa cosa fa?

L’Europa sta pagando polizia e militari per respingere e derubare viaggiatori che restano così spezzati sia nei sogni che nel corpo. Uomini, donne e bambini che si ritrovano ancora una volta alle porte del deserto, senza nemmeno più quel  piccolo fondo che avevano duramente messo da parte per la partenza e sul quale facevano tanto affidamento. In tanti impazziscono. 

[1]https://www.globaldetentionproject.org/immigration-detention-in-morocco