Si torna a combattere il Libia. Fonti ufficiali del Consiglio di Presidenza parlano di 6 morti – di cui perlomeno due civili – e 38 feriti in un un conflitto scoppiato martedì nella zona sud di Tripoli e che si è intensificato nella giornata di ieri. La ripresa dei combattimenti tra le milizie fedeli al presidente Fayez al Serraj e i rivali della settima fanteria controllate dal Governo della Tripolitania, mette di fatto fine alla tregua stipulata in settembre. 

Secondo il Libya Herald, la causa del conflitto va imputata al tentativo delle truppe presidenziali di prendere il controllo dell’aeroporto per consegnarlo al consorzio di imprese italiane cui sono stati appaltati i lavori di ricostruzione. Appalto che nel nostro Paese è stato propagandato come uno dei “successi del Governo Conte” che non ha però fatto i conti con il precario equilibrio in cui versa il Paese. Un appalto che Serraj avrebbe sottoscritto senza consultare gli altri membri del Governo e che è stata una delle principali cause della mozione di sfiducia nei suoi confronti presentata lunedì dai tre vice presidenti in carica – Abdul Salam Kajman, Ahmed Maiteeq e Fathi Magbari – che ha scatenato il conflitto armato. I tre vice hanno indicato nel protagonismo di Serraj principale causa della frammentazione che impera nel Paese e del crollo degli equilibri che dovevano garantire un percorso costituzionale di pacificazione sotto l’egida dell’Onu.

Percorso che oggi sembra improponibile. Al momento in cui scriviamo, continuano i combattimenti nella zona aeroportuale di Gaser Benghashir. “I civili sono terrorizzati a causa di scontri tra gruppi armati non controllati e abbandonano le case per rifugiarsi a Tripoli” si legge in una nota ministeriale. Allarme anche al centro di detenzione dei migranti dove centinaia di eritrei e somali sono rinchiusi. Tra loro ci sono 44 minorenni, 12 neonati e circa 45 donne. A loro non è concesso possono neppure scappare a Tripoli.