Il Niger, la Libia, Tripoli in fiamme per i bombardamenti e l’arrivo in Italia nel 2011

di Pietro Giovanni Panico – L’incontro è fissato per le undici del mattino ed io arrivo con tre minuti di ritardo.
“Pè”, mi sento chiamare da una voce squillante. Mi volto e trovo Mohammed che mi saluta a dieci metri di distanza.
E’ alto almeno venti centimetri più di me e ben piazzato, ma un viso da bambino cresciuto troppo in fretta si fa spazio nei suoi lineamenti adulti.
“Cominciamo” gli dico. “Cominciamo” mi risponde.

Quanti anni hai?
Ho 32 anni.

Da che nazione vieni?
Arrivo dal Niger e sono in Italia da 8 anni.

Qual è stato il motivo che ti ha spinto a partire dal tuo Paese per arrivare in Europa?
In Niger lavorava mio papà, era falegname. Quando c’era lui si stava bene: si occupava dell’arredamento delle case universitarie. Dei mobili, delle sedie, dei letti.
Noi siamo una famiglia numerosa e lo aiutavamo nel suo lavoro: ci pagava bene.
Quando lui è morto, mio fratello ha preso il suo posto: abbiamo avuto degli attriti perché lui non è come papà, ci ha trattato diversamente. Poiché non volevo problemi con lui, ho cercato di andare via e di trovare un altro lavoro.
Così mi sono detto “vado in Libia” ed ho iniziato a lavorare a Tripoli. Avevo quasi 15 anni.
Ho optato per la Libia per la vicinanza territoriale: la poca distanza mi permetteva di fare andata e ritorno. Stavo un anno lì, tornavo al mio Paese per trovare la mia famiglia e poi riprendevo il mio lavoro in Libia.
Facevo avanti e indietro, perché comunque avevo i giorni di ferie come accade qui. Prendevo le mie cose e me ne andavo.

In Libia come si stava?
Guarda, ti dico la verità, stavo proprio bene. Molto meglio che qui in Italia. Lavoravo bene.
Ho preso i loro documenti ed ero regolarmente soggiornante. Quando è arrivato il momento della guerra, però, loro mi volevano militare. Ma quello era uno scontro voluto da gente che non voleva Gheddafi. Al mio Paese io non ho mai fatto la guerra, al paese degli altri non ne faccio.
Alcuni miei amici sono proprio partiti come militari e sono diventate milizie libiche, ma io ho deciso che non volevo.
La Libia è un paese molto particolare e delicato: quando è scoppiato il conflitto le prime persone ad essere ammazzate erano i ragazzi di colore. Questo è successo perché lì ci sono razzisti molto più che in Italia. 
In Libia c’è molto, molto razzismo.
L’Italia al confronto è zero.

Come se non si sentissero africani?
No, no. Loro si sentono africani ma pensano “sto bene e posso fare quello che voglio”: si sentono superiori rispetto al resto dell’Africa, superiori agli europei.
Quando c’era Gheddafi stavano tutti molto bene, ognuno poteva permettersi cioè che desiderava.

In Libia in che anno sei arrivato e che lavori hai fatto?
Sono arrivato agli inizi del 2000, nel mese di Agosto.
Ho fatto un bel po’ di lavori: muratore, falegname, cuoco e guardia del corpo. Accompagnavo la persona in questione con sua moglie durante i loro spostamenti, mi occupavo di tutte le cose che lo riguardavano.

19 Marzo 2011: la Francia bombarda la Libia. Poche ore dopo, seguono i missili britannici. 25 Marzo 2011: comincia l’Operazione Unified Protector guidata dalla NATO. Come hai vissuto questo avvenimento?
Io ho visto una cosa che non dimenticherò mai nella mia vita: la guerra.
E la guerra non la dimenticherò mai, mai, mai, mai.
Perché ci sono gli aerei che bombardano e subito dopo le persone ammazzate come fossero cani. E nelle case? Sai quante persone sono state ammazzate? Solo perché dicevano di non voler andare in guerra.

Ma quindi le cosiddette bombe intelligenti…
Puh, puh, puh… Io ero dentro Tripoli! Nel cuore della città! Ho sentito come un terremoto quando hanno gettato le bombe.
E’ stata una cosa paurosa. P-a-u-r-o-s-a.

Dopo il 19 Marzo 2011 le cose non sono andate meglio? Non è stata una cosa positiva?
No, assolutamente. Anche perché già era una situazione complessa, delicata, ingarbugliata. Un sacco di miei amici sono morti: uno è stato ucciso mentre era dentro la sua macchina, uno a casa sua per una bomba, un altro ammazzato da un proiettile. In Libia non si capisce niente, chi ha ragione e chi non ha ragione.
C’è un bordello, non sai neanche dove puoi passare. Quindi mi sono detto: “Meglio andare via. Io non voglio andare in guerra. Non voglio fare la guerra.”

Tu hai fatto una scelta molto decisa.
Ho fatto una scelta molto decisa, si. Grazie anche ad amici in Libia che mi vogliono molto bene, che mi hanno ben consigliato, che mi hanno voluto aiutare. Anche perché io avevo documenti libici, il passaporto regolare, ero un uomo libero.

Tu volevi venire in Europa?
No, non volevo. Mi hanno mandato insieme ad altre 700 persone. Desideravo ritornare a casa mia ma non è stato possibile. Speravo di andare a trovare mia mamma, perché nel mio cuore avevo paura di morire. Vedere gente ammazzata come cani è dura. Da quel momento, non ho neanche pensato di arrivare, pensavo sarei morto.

Pensavi di morire?
No! Io pensavo “sono già morto” vedendo quante persone sono state ammazzate.
Non c’era nessuno che respirava. Le strade erano deserte, senza persone che camminavano. Rischiavi di essere sparato senza sapere il perché, chi fosse.
In quel momento ho pensato: “io muoio in Libia”.

Ho la pelle d’oca…
Si…
Noi avevamo le armi. Mi hanno dato kalashnikov, pistole.. tutto. Ero armato proprio come un militare. Quindi ho detto: “Muoio”. Perché quando c’è la guerra, tu non sai cosa succede. Ho visto tantissimi libici, amici miei, militari, a terra: nessuno era più vivo.
Tutti morti.

Tu conoscevi quindi persone al fianco di Gheddafi?
In Libia c’era un pezzo grosso, era parte della famiglia di Gheddafi. Io lavoravo per lui, era il mio capo.

Era il tuo datore di lavoro?
Si, era il mio capo: ci dirigeva, ci comandava. Era il nostro responsabile. Durante i bombardamenti mi ha detto: “Andate via!
Mi ha dato dei soldi e mi ha detto: “Cerca di tornartene al Paese tuo”. 
Ma dove potevo tenerle tutte quelle banconote? Le ho nascoste sotto terra, le ho davanti agli occhi ancora adesso. Ma non potevo prendere quel denaro, non potevo camminare con quei soldi. Quindi li ho lasciati.

Fammi capire, lui ti ha dato i soldi e ti ha detto “tu devi andare via”?
Scappa, scappa via!

Questo nel 2011…
Si! “Scappa via” e io gli ho risposto “E dove scappo?

Incredibile…
Si! Gli ho detto “E dove, dove scappo?
Perché, essendo la sua guardia del corpo, abitavo dentro casa sua. Ho scavato una buca ed ho messo i soldi dentro una valigia sotto terra. Ma non serviva a niente, perché io dove andavo con quel denaro? Era un problema: le banche non lavoravano più, tutte rovinate o distrutte. Tutte chiuse. Non c’era più movimento. Pure i supermercati erano chiusi.

Una città fantasma?
Una città che non serve più a niente e non vale più niente.

Quindi sostanzialmente ti hanno dato dei soldi e ti hanno messo in una barca?
No, no, no… I soldi li ho lasciati lì, non ci facevo niente.
Ho cercato in tutti i modi di andare via. Poi una persona mi ha detto: “Vai coi militari, vai via con loro e noi cerchiamo un posto per mandarti via”. 
Ho risposto di si, che andava bene. Loro mi hanno munito di tutto, anche delle armi.
La sera mi hanno portato, c’erano circa 50 persone. Tra questi erano presenti anche libici che volevano venire con noi perché fuggivano dalla guerra e desideravano una vita normale.
Quando è arrivata la notizia di una barca libera, c’hanno preso tutte le armi che avevamo: con 50 kalashnikov e con le pistole ci fanno i soldi. Poi hanno caricato me e gli altri su un pullman e quando siamo arrivati al luogo stabilito, c’hanno cacciato i vestiti e dato indumenti normali.
Abbiamo fatto un giorno di cammino e poi trovato la barca coi trafficanti che ci aspettava.
Erano organizzati.
Siamo saliti su una barca dove c’erano più di 600 persone a bordo.
Sono partito da Tripoli ed arrivato a Lampedusa. Il viaggio è durato sei giorni.

Sei giorni?
Sei giorni in mezzo al mare, senza mangiare assolutamente nulla.
Alcune persone sotto di noi sono praticamente morte perché non c’era aria, non c’era niente. Non respiravano. Sopra era meglio, sotto invece c’era solo un buco per prendere aria, c’era il caldo asfissiante del motore, avevano noi sopra, quindi…

Era una barchetta molto piccola?
Si, una barchetta piccolina con due piani minuscoli.

Tu eri di sopra?
Ero sopra, si, perché il mio gruppetto è arrivato alla fine: Tripoli era l’ultima tappa prima di arrivare in Europa.
C’hanno portato dai trafficanti. 
I militari sanno che c’è gente che fa business portando la gente in Europa e gli hanno detto: “Vogliamo 50 posti” e loro hanno risposto: “ci sono”.

E’ una domanda un po’ stupida all’apparenza ma non nella sostanza. Cosa hai pensato durante quei sei giorni in mare?
In mare non ho pensato a niente.. Paura, non c’è niente. 
Avevo comunque la speranza che il guidatore sapesse la strada giusta, visto che fa questa rotta spesso.
Quindi non ho pensato di morire in mare. Ma arrivato al quinto giorno ho pensato di non farcela, io insieme a tutti gli altri, perché non c’era niente. Non c’erano persone che parlavano. 
Silenzio assoluto. 
E’ stato molto complicato, non c’era niente di niente.
Ho pensato direttamente: “siamo morti”.
Se fossimo stati sette giorni saremmo morti sicuramente.

Invece dopo sei giorni hai visto Lampedusa, la terra ferma..
Dopo sei giorni un ragazzo della Somalia, mi ricordo di lui, ha scorto una nave che si avvicinava: si è spaventato molto, temeva fossero soldati, non lo so.
Invece era la Guardia Costiera che ci ha scortato fino al porto.
A Lampedusa mi hanno detto che avevo bevuto troppa acqua marina ed ho iniziato a vomitare: non so neanche cosa sia successo a chi era a bordo.
Sono stato male, molto male: dolore di stomaco fortissimo, nausea. Mi hanno portato all’ospedale e mi hanno ricoverato: non so chi è arrivato e chi no tra i miei amici. Non lo so proprio.
Zero.

A Lampedusa quanto ti sei fermato?
A Lampedusa sono stato due settimane in un centro di prima accoglienza.

Come ti hanno trattato?
Lì mi hanno trattato benissimo.
Guarda, siamo arrivati proprio…mi hanno salvato la vita. C’hanno salvato la vita.
Vedi le cose diverse proprio: ho ritrovato alcune persone del mio Paese messe in salvo.
Ovunque mi mettono qui, meglio in Italia che in Libia. Meglio il carcere qui, non me ne frega niente. Meglio il carcere qui che tornare a Tripoli.
Nel caso, male che va, mi rispediscono a casa mia. 
Ma meglio che fermarsi in Libia.

Meglio andare in carcere che tornare in Libia?
Si, meglio andare in carcere che ritornare in questo momento lì. E’ una fase storica dove dicono che dobbiamo ritornare in Libia oppure respingere i barconi: questo equivale a dire “voi dovete morire”.
Se succede io mi butto dentro l’acqua, perché in Libia non si sta, non si vive più. Lì regna il caos. C’è molta, troppa guerra.

Dopo Lampedusa com’è andata?
Dopo Lampedusa è andata bene! Siamo arrivati a Taranto, lì c’è un centro di accoglienza. Sono stato un mese dentro una tenda allestita dalla Protezione Civile: c’era l’aria condizionata, tutte le cose di cui avevamo bisogno.
Stavo bene, non c’era problema.
Dopo un mese ci hanno diviso e sono arrivato in provincia di Cosenza.
Sono rimasti quasi tre anni in un centro di accoglienza.

Com’era il CAS?
Lì non ci davano nulla, niente proprio. C’erano sempre dei problemi perché chi gestiva la struttura era un ladro. Non erano persone che si prendevano seriamente cura e responsabilità dei migranti. 
Volevano solo mangiare soldi. Si “mangiavano” tutto, non gli fregava niente della vita e della salute delle persone. Era un “mangia-mangia”. Poi però è venuta la polizia ed ha sistemato tutto. Siamo perfino scesi fino a Cosenza a piedi (circa 20 km) per riappropriarci della nostra vita e della nostra libertà: abbiamo manifestato.

Dopo tre anni hai deciso di spostarti a Cosenza, in città?
No, dopo neanche un anno ho trovato lavoro presso una ONG.
C’era un ragazzo senegalese che ci lavorava già e mi ha parlato del responsabile, Tommaso. Ho iniziato un brevissimo periodo di prova, un tirocinio. 
Ha visto i miei movimenti e le mie qualità lavorative: montare, smontare, aggiustare. Come ti dicevo sono bravo nel lavorare il legno, avendo fatto il falegname in Niger.
Così, Tommaso mi ha fatto immediatamente un contratto di lavoro regolare e mi sono fermato a Cosenza. Non sono uscito dalla Calabria.

Come ti trovi a Cosenza?
Mi trovo molto bene, ho conosciuto molte persone che mi hanno dato una mano.
Adesso faccio un nuovo lavoro, il buttafuori, che mi ha permesso conoscere un po’ di gente, un po’ di poliziotti, perché noi lavoriamo tutti insieme. Mi danno anche indicazioni e consigli.
Sai, quando instauri una bella amicizia dove il colore delle pelle non conta e dove non esiste razzismo, è molto bello.
Quando lavoro nelle discoteche e mi chiamano “negro di merda”, sai che succede? Tutti coloro che mi vogliono bene mi tutelano e mi difendono da questi atteggiamenti razzisti.

Praticamente, tu quando sei in Italia hai sempre lavorato, giusto?
Io appena sono entrato in Italia, quasi subito, ho cominciato a lavorare. Da 8 anni pago i contributi allo Stato Italiano. Pago le tasse.

Questo è molto interessante, perché io spiego una cosa a coloro che asseriscono che i migranti siano un peso al bilancio statale. Spiego cioè che senza gli immigrati l’Italia va in default. Gli stranieri, infatti, versano 8 miliardi di contributi sociali, ricevendone 3. Il saldo in attivo è di 5 miliardi di euro. Hanno versato ad oggi circa 1 punto di PIL.
Dal momento in cui sono arrivato in Italia, credimi, pago le tasse e non ho mai preso la disoccupazione in 8 anni. 
Non sono un vagabondo. Penso solo a lavorare e pagare le tasse, il resto non m’interessa. Penso a sistemare la mia vita.

Quali sono i tuoi sogni ed i tuoi progetti per il futuro?
Il mio sogno è sposarmi, fare una famiglia ed avere dei figli.
Ho la possibilità di andare in America, in Canada: dei miei amici che risiedono lì mi hanno invitato più volte a trasferirmi. Ma io mi trovo bene qui, in Calabria.

Non hai voglia di spostarti?
No, non voglio. Non ho mai pensato di andare via: non so cosa trovo all’estero, non so che tipo di gente incontro. Anche perché, oltretutto, dovrei imparare nuove lingue, ripartire da zero.
Qua con le persone mi trovo molto bene.

Ti piace lavorare come buttafuori?
Si, mi piace. Mi piace riportare la calma se ci sono problemi di ordine pubblico. Non voglio che le persone litighino, voglio che tutto il mondo rimanga tranquillo.

Invece qual è la tua paura più grande?
Io ho avuto paura solo in Libia.
Ma qui.. sono in Paradiso!
In Libia, invece, ci sono paure. Perché capita che tu stai dormendo tranquillo a casa ed all’improvviso vedi la terra sbriciolarsi sotto i piedi, tutto che cade e si frantuma. Poi le bombe che cadevano dappertutto.
Lì avevo proprio paura di morire. Ma qui non ho nessun timore: trattate le persone bene. Qui io non penso “domani qualcuno mi ammazza”.
Dormo tranquillo.

Ora ti volevo parlare di una cosa: la presenza italiana in Niger.
Tra il 2017 ed il 2018 l’Italia ha mandato 470 uomini, 150 mezzi e 2 aerei per una spesa totale annua di 50 milioni di euro. L’obiettivo è: addestrare alle frontiere le guardie nigerine, creare una base di controllo tra Niger e Ciad, presidiare quanto più possibili i confini, costruire una pista per gli aerei che trasportano le persone rimpatriate ed infine l’allestimento di un nuovo centro di accoglienza.
Un commento?

Il problema in Niger è la molta gente che muore nei deserti, perché tutti vogliono arrivare in Europa.
Molte persone stanno davvero male, non possiedono neanche i soldi per mangiare e quindi hanno bisogno di trovare anche loro un po’ di fortuna in questa vita.
Non hanno altra possibilità che migrare.
Le madri di molti ragazzi che scelgono di migrare vendono tutto per “alzare” i soldi e per pagare il viaggio. Cosicché una volta entrati in Europa i figli possono aiutare la famiglia rimasta in Africa.
Sulla strada si muore.
Nei deserti si muore.
Questa scelta di bloccare le frontiere è inutile.
Io ho passato il Sahara, ho attraversato il Mediterraneo, però voglio che nessuno dei miei familiari faccia questo viaggio.

Perché?
Perché non sono strade buone, sono passaggi di morte.
Questi sono periodi brutti, ci sono persone che lucrano sulla povera gente: ti dicono “dammi 15.000 euro e ti faccio entrare in Europa”. Ti fanno fare il deserto e se sopravvivi finisci nelle carceri libiche, dove aspetti 3 mesi, 4 mesi, 5 mesi, 6 mesi!
Poi ti mettono dentro la barca e tu non sai se arrivi, perché c’è sovraffollamento.
Se noti, adesso ne muoiono tantissimi nel Mediterraneo.
Escono cinque barche dalla Libia e ne arriva una.
Mi dispiace perché vedo la gente morire in mezzo al mare: donne e uomini. E soprattutto bambini, piccolini, che non sanno niente di che cos’è la vita ed affogano nell’acqua. 
Quel bambino non lo sa chi sarà domani. E non lo saprà mai. 
Perché è annegato, mangiato dai pesci sul fondale marino.
Io sono africano, mi sento male quando un mio fratello muore in mare o nel deserto.
Il deserto è la mia terra. Lo conosco.
Quando uno vuole attraversarlo deve sapere la strada giusta.
In Niger, ad Agadez, non funziona così.
C’è gente che ha creato un business ed ammazza la gente dietro gli angoli della strada: imbrogliano i migranti. Gli dicono di conoscere gli espedienti giusti per arrivare in Libia, che non ci saranno problemi e arriveranno tranquillamente. 
Ma non è così.
Prendono 25.000 euro a persona, li mettono dentro una macchina e girano dietro Agadezi. Prendono una via sbagliata perché non conoscono i passaggi giusti per arrivare in Libia, ammazzano tutta la gente che trasportano.
Tutta.

Bloccare i migranti in Niger, soprattutto i bambini, non sembra una soluzione concreta ed adeguata. Anche perché il Niger, nel “Childhood Index Rankings” [1], risulta all’ultimo posto: è di fatto il Paese al mondo dove l’infanzia è a maggior rischio. 
Il denaro versato dall’Italia per creare le piste per i rimpatri, per gli addestramenti, per i militari inviati e tutto il resto non sembra sia la soluzione congrua.
Loro non possono bloccarli! E’ difficile! Possono mandare tutti i militari che vogliono, possono inviare tutti i soldati del mondo: credimi, non serve a niente.
Riusciranno comunque a passare perché il Sahara e le sue strade sono impossibili da sbarrare: non esiste proprio di bloccarle!
Esiste un’etnia nigerina, i Tuareg: conoscono il deserto come nessuno al mondo! Hanno un creato un business: prendono i migranti e li portano fino alla fine della zona desertica.

Come li blocchi?
E’ impossibile…
E’ difficile! E’ impossibile! Loro sono nati dentro il Sahara, è rarissimo che uno di loro ci muore lì dentro. Alzano con la mano la sabbia e dalla sua tipologia capiscono in che zona sono. Conoscono anche i tipi di granelli: nessuno li ferma.
Dicono che partono? E tranquillo che arrivano!
I militari potranno dire di bloccare la zona, ma vedrai che il Tuareg li chiama e gli dice: “Vedi che io sono passato!
Hai capito come funziona? Al Niger non servono soldi e militari.
Domandassero ai cittadini nigerini cosa realmente vogliono.
Questo si dice: “soldi buttati”. E non si chiama aiuto, bensì “gettare il denaro”.
Perché comunque la gente passa.
Sai quante persone stanno entrando in questo momento? Fiùùùùù…

Unicef ha denunciato che dal Novembre 2017 sono state mandate in Niger più di 8.000 persone dall’Africa Occidentale, tra questi 2.000 minori. Quindi un quarto sono bambini. Inoltre, altre 900 rifugiati e richiedenti asilo provenienti da paesi dell’Africa orientale sono stati trasferiti in Niger dalla Libia per l’esame delle loro domande di asilo. 
Questa cosa è proprio sbagliata. Non serve a niente, mi credi?
Non serve a niente rimandarli indietro.
Il Niger è il mio Paese. Anche la Libia, la conosco bene perché la mia vita è stata lì. Conosco le strade ed i suoi angoli. La gente.
Questa cosa non serve a niente, rifaranno il tragitto. 
Lasciassero le persone in pace.
Il problema è la Libia.

In merito ti dico che “nel solo mese di aprile 2018 si è registrato un incremento del 14% nel numero di migranti transitati attraverso il Niger rispetto al mese precedente: quasi 500 al giorno, circa un terzo dei quali bambini, in gran parte stremati, vittime o testimoni di violenze o rimasti senza famiglia e senza una adeguata protezione. Le cifre reali sono probabilmente ancora più alte, in quanto molti ragazzini non vengono registrati oppure si nascondono.
Le soluzioni sono una migliore cooperazione transfrontaliera tra i governi per garantire che i bambini restino in condizione di sicurezza, e maggiori investimenti per aiutare Stati come il Niger a mettere a disposizione di tutti i bambini nel paese, indipendentemente da chi siano o da dove provengono, dei sistemi di assistenza adeguati
”. [2]
Tornando alla Libia: siamo a marzo 2011 e hanno bombardato il Paese. Il 20 ottobre Gheddafi viene ucciso dai ribelli. Si avvertiva, in questi mesi, che il Raìs sarebbe caduto? Tu come hai vissuto questi cinque mesi?

E’ in questi cinque mesi che io sono scappato, non potevo restare. Ho visto ed ho percepito che Gheddafi stava crollando e sono dovuto andare via. Sono fuggito il 13 agosto, quindi prima che lo uccidessero.
Sapevamo che con quei bombardamenti che facevano, le milizie di Gheddafi non avrebbero resistito a lungo. Sapevo che non ne sarebbe uscito vivo. Sapevo che non ce l’avrebbe fatta.
C’era solo guerra, morti, polvere.

Tu come stavi a Tripoli prima della guerra?
Stavo pure meglio che in Italia.
Se tu vedessi, per esempio, la macchina che io avevo lì.

Quale macchina avevi?
Avevo l’ultimo modello dell’Audi.
Io, comunque, lavoravo per il mio capo: era una persona che stava molto bene economicamente ed aveva così tanti soldi che non li avrebbe mai finiti nella sua vita. Usavo la macchina che volevo: potevo anche prendere la sua o quella di sua moglie.
Non c’era cosa che non potessi utilizzare, non mi hanno mai bloccato dicendo: “No, quello non puoi usarlo”.
Perché io ero entrato nella loro famiglia.

Tu eri la guardia del corpo di questa persona vicinissima a Gheddafi?
Si.

Questa persona è viva?
E’ vivo, è vivo, è vivo!
E’ in giro adesso. E’ uscito dalla Libia, non può restare lì.

E’ scappato pure lui?
Si. Prima di fuggire mi ha dato i soldi e la sera stessa si è dato alla fuga.

Quindi è fuggito?
Si, i suoi amici militari l’hanno preso a casa, messo in macchina e poi portato all’aereo. Il giorno in cui lui è andato via, pochissimo dopo, hanno bombardato l’aeroporto.
E’ stata una gran fortuna per la sua vita. Adesso vive a Tunisi.

Hai perso amici in questo periodo?
Ho perso un sacco di amici.
L’amico con cui sono arrivato in Libia è morto, lo hanno ammazzato davanti a me.
Io ero a casa, nella mansarda. Gli hanno sparato mentre camminava.
Lui conosceva più persone di me, era a contatto con persone “delicate”. Diciamo come la malavita. Lì è composta da ragazzini a cui non importa niente e di nessuno.
Lui ed alcuni suoi comportamenti non sono piaciuti ad alcune persone, quindi l’hanno sparato.

Ma quindi l’hanno sparato davanti a te?
Io ero di sopra ed ho sentito le armi. Guardo sotto e c’era lui in una pozza di sangue.

Ma per fortuna non ti hanno visto?
No, mi hanno visto ma non mi hanno ammazzato.
Mi hanno detto: “Prendi questo bastardo”.

Ma sono stati i rivoluzionari?
Si.

Un tuo ricordo da bambino?
Uuuhhh! Un bel ricordo da bambino?
Un po’ complicato…
Io sono molto legato a mia mamma. Non sono stato attaccato a mio padre, ma troppo invece a mia mamma e mia sorella. 
Loro mi hanno sempre visto, sorvegliato, preso e portato di qua e di là.
Mia mamma mi ha sempre trattato benissimo, sono attaccatissimo.

Speri di farla venire in Italia?
Si, spero possa venire! Certo! Solamente che l’Italia non è un paese che ti permette di prendere tua mamma e portarla qui con te; è una nazione complicata: per i documenti, per portare familiari.
Ci sono dei controlli ferrei.

In Niger non sei più tornato da quando sei in Italia?
Si: sono andato da mia madre. Ho fatto due mesi lì e poi sono ritornato.

Voglio parlarti di una cosa: la Francia è a capo della coalizione Sahel, composta da Ciad, Mauritania, Burkina Faso, Mali e Niger. Quindi ha grande influenza nell’Africa occidentale.
L’Italia invia militari e finanziamenti in Niger per bloccare in principio i flussi migratori.
Il primo ministro nigerino Brigi Rafini, però, non vede di buon occhio questa “interferenza”. Sembra stizzito, spinto forse da Macron.
L’aereo KC767 dell’Aeronautica militare italiana scarica così 15 tonnellate di medicinali a Niamey: l’intento è quello di ammorbidire il premier nigerino.
Sembra sia in atto uno scontro tra l’Italia e la Francia per il Niger.

La Francia mangia troppo sopra il Niger. 
I francesi non vogliono nessuno, oltre loro, nel mio Paese.
Vogliono che nessun soldato di altra nazionalità entri in Niger, perché lì hanno il business.
La Francia guadagna molto su un mercato che nessuno capisce.

Del tipo?
Oro, diamanti, armi.
I francesi vogliono essere i soli presenti in Niger, per fare ciò che vogliono: si occupano esclusivamente delle zone che gli interessano per i propri scopi personali.
Delle altre cose non gliene frega niente.
Vengono solo per i propri interessi.

Il contributo italiano per gli aiuti allo sviluppo è pari allo 0,26% del PIL.
Non sarebbe meglio incrementare questa percentuale e quindi inviare fondi per l’istruzione, la medicina, gli ospedali?

Meglio, è molto meglio. Medicine, ospedali, scuole: sono cose molto importanti.
In Niger per il diabete si muore rapidamente, in Europa non ho mai sentito una cosa del genere. Il mio popolo muore per il diabete e per malattie banali perché c’è carenza di medicinali e di strutture ospedalieri valide. L’Europa vuole realmente aiutare l’Africa?
Mandasse queste cose, non i militari.
Se portate medicine “ci fate nu bellu piaciri”!
Gli ospedali sono senza materiali e macchinari primari: è inutile inviare denaro per operazioni di stampo militare, vanno mandati quelli per lo sviluppo.

Boko Haram è presente in Niger?
Boko Haram entra nelle case ed ammazza i nostri soldati come fossero spazzatura. Mette la benzina sopra le persone e le brucia vive. 
Questo caspita di Boko Haram! Tu non capisci cosa vogliono, chi sono..
Non si sa niente.
Nessuno capisce queste persone chi siano realmente.

Loro si professano salvatori della religione musulmana..
Tutto ciò che loro pensano, lo pensano al contrario. Non si sa per cosa fanno la guerra.
Io sono musulmano: ma se loro mi trovano per strada mi ammazzano.
Loro si dicono musulmani: e che caspita di musulmani sono?
Dio non dice sopra il Corano che bisogna prendere le persone ed ammazzarle dieci alla volta gridando “Allah akbar!
Dentro al Corano questo proprio non c’è: non è scritto di ammazzare come cani le persone. Anzi, c’è scritto di fare la pace.
Uccidono per niente, n-i-e-n-t-e.
La cosa complicata è capire chi sono realmente queste persone…

Che vuoi dire esattamente?
Voglio dire che le macchine che loro usano neanche i militari le hanno.
E voglio dire che hanno armi che non possiedono neanche i soldati del Niger.

E dove le hanno trovate?
Ci sono persone che danno a Boko Haram tutte queste armi.

Chi sono?
Noi diciamo che è la Francia a dare a Boko Haram armi e macchine.

Dio mio. Pensate sia la Francia a dare le armi a Boko Haram?
Si, perché sono tutte di marca francese.

Ah.
Come trova tutte queste armi Boko Haram? Come sono entrate?
La Francia non vuole nessuno in Niger perché ha il suo business.
Capito qual è il problema?
E’ per questo che non voglio sentire niente e non m’importa di nulla, voglio solo fare la mia vita normale.
L’importante è che Boko Haram non tocchi la mia famiglia, se lo fanno, io lascio tutto e torno in Niger: lì mio padre ha lasciato una stanza piena di armi per difendere la nostra casa.

E’ notte fonda ed una tazzina di caffè tiepida mi fa compagnia sulla mia destra. Metto le mani sopra la testa, poi mi stiracchio ed una sbadiglio ribelle esce fuori dalla bocca. Le ore di sonno sacrificate mandano il conto, sollecitate da due occhiaia pronunciate.
Ho lavorato a questa intervista nelle ore notturne: ascoltare, sbobinare e trascrivere. Un lavoro delicatissimo che non ammette distrazioni ed errori.
I nomi delle persone presenti in questo articolo sono fittizi, per tutelare quanto più possibile la privacy dell’intervistato. Ma sono tragicamente veri gli avvenimenti presenti: la vita tranquilla trasformata in un inferno, la morte e la paura di crepare senza sapere come e perché, la traversata nel Mediterraneo, il cammino lungo il deserto.
Ed è anche vero il coraggio di Tommaso, capace in un Meridione surclassato dal lavoro nero e dallo sfruttamento, di fare un contratto regolare ridando dignità e speranza: scegliere con decisione la strada della legalità è un atto rivoluzionario, specialmente nei giorni odierni.
Ho intervistato a lungo Mohammed e non nego che, appena terminato l’incontro, la mia maglietta era zuppa di sudore e si poteva tranquillamente strizzare: è difficile rimanere impermeabili ad una carica emotiva così forte.
Mohammed ce l’ha fatta, però.
Ed è la cosa più importante, ora.

Note

[1] The many face of exclusion, Save The Children, www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/le-tante-facce-dellesclusione

[2] Il dramma dei bambini migranti bloccati in Niger, UNICEF, www.unicef.it/doc/8360/in-aumento-i-bambini-migranti-espulsi-verso-il-niger.htm

Tratto da Progetto Melting Pot Europa