Intanto il Primo Ministro libico Dbeibah annuncia di andare ad Ankara: Erdogan vuole la commessa per la ricostruzione della Libia (e cosi appaltarla all’industria immobiliare amica dell’AKP)

Abd al-Rahman al-Milad detto “Bija” è stato scarcerato ieri dalle autorità libiche. Non è finita: è tra gli ufficiali promossi e sarà “maggiore” all’interno della sedicente Guardia Costiera libica, ormai controllata dalla Turchia come testimoniato da Dossier Libia.
Bija era accusato di traffico di essere umani e vendita di contrabbando di petrolio, senza contare la sua implicazione nel commercio illegale di armi che in Libia è purtroppo sempre più fiorente.
Alla notizia della scarcerazione, la città di Zawhia ha reagito con festeggiamenti isterici: auto col clacson, gente per strade, persone ad accoglierlo dal suo ritorno dalla cella di Tajoura. Il boss è tornato.
L’ascesa di Bija è quanto repentina quanto segnata da crimini: il 17 agosto 2016 un motoscafo attaccava l’imbarcazione umanitaria di Medici Senza Frontiere al largo della costa libica: i due aggressori identificati erano fedeli al trafficante.
A capo della Guardia Costiera ha affondato le imbarcazioni di migranti tramite armi da fuoco. Ha lavorato a stretto contatto con Mohammed Koshlaf ed insieme hanno aperto il rudimentale carcere di Zawiyah dove torture, uccisioni e violenza la fanno da padrone: gli abusi contro i migranti prevedono prassi disumane, ossia la privazione del cibo e dell’acqua, esecuzioni, torture e divieto di accesso ai più basilari servizi igienici.
In Libia al ruolo della Guardia costiera si affianca quello di trafficante e carceriere: una triplice mansione di sangue di cui tutti sanno e su cui tutti gli Stati occidentali chiudono gli occhi. Anzi, negli anni sono continuate le donazioni alla Guardia Costiera: dalle motovedette agli addestramenti. L’ultimo da parte degli ufficiali turchi ai libici locali dove si scorge, colpo al cuore, la motovedetta n. 660 di probabile matrice italiana.
La cupola mafiosa di Bija nasce per smerciare petrolio illegalmente e per lucrare sulla vita dei poveri Cristi che scappano dalla guerra, dalla povertà, dalla fame verso un sogno Europa diventato incubo: ruolo chiave ha il capo della Guardia degli impianti petroliferi di Zawiyah, Mohamed Koshlaf (chiamato anche Kasib o Gsab) molto attivo nel contrabbando di carburante da fornire poi ai trafficanti e che pare abbia avuto un ruolo decisivo nel piazzare Bija a capo della Guardia Costiera.
Accanto, gerarchicamente subordinato, suo fratello Walid Koshlah (noto come Walid al-Hadi o al-Arbi Koshlaf): il contabile della cupola, curatore della parte finanziaria della cosca mafiosa.
Accanto il trafficante Bija, a capo della Guardia Costiera libica, interessato sia del contrabbando di petrolio che del traffico di essere umani. Accanto ai tre, il più indipendente Ibrahim Hneish.
La cupola mafiosa è stata (e probabilmente tornerà) molto attiva sul fronte libico occidentale, prestando attenzione ai migranti che partono da Agadez: i profughi vengono riuniti a Qatrun, Awbari, Sabha e Murzuq, dove vari gruppi fanno profitto.
Membri trafficanti dei Tebu e dei Tuareg controllano i confini. Per i primi, a capo c’erano Adamu Tchéké e Abu Bakr al-Suqi. Per i secondi, Cherif Aberdine (potenziale alias), che controllava la rotta del Murzuq (1). A Shaba il controllo spetta ai membri della Awlad Suleiman, dove i trafficanti più noti sono Mohammed Maatoug e Ali Salek: diversi racconti ne parlano come trasportatori di essere umani e marijuana.
In questo scacchiere è stato di grande peso specifico il ruolo dei trafficanti di Zawiyah, Zuwarah e Sabratah: ovvero i fratelli Koshlaf e Bija. Proprio Sabratah è stato lo snodo principale del traffico di essere umani e delle partenze (in particolare la località Talil Beach).
Le attività criminali di Bija risalgono almeno al 2014 ed il coinvolgimento nel traffico di essere umani risale al 2015, quando Bija è stato coinvolto nell’intercettazione di un barcone di migranti e del conseguente loro trasferimento nel centro detentivo illegale di al-Nasr, gestito dall’alleato ed ex colonnello Fathi al-Far.
Il business criminale ha avuto lotte intestine locali, tra la cosca di Bija e quella di al-Khadrawi e al-Lahab. Per rafforzarsi, Bija ha così avviato una “collaborazione” con l’organizzazione mafiosa al-Haboutate di Warshafana: unione per agevolare il traffico di essere umani e che ha portato all’intensificarsi della rotta Zawiya-Tripoli.
Con Erdogan padrone di Tripoli e il ritorno di Bija come “maggiore” della Guardia Costiera, è evidente che la situazione in Libia diventa davvero incendiaria e preoccupante: sull’altra sponda del Mediterraneo prolifera la malavita organizzata locale diventata Stato. In simbiosi ed accanto, la mano ottomano diventata colonialista.

Sarà un caso, ma in queste ore viene ufficializzata anche la visita del Primo Ministro libico Abdelhamid Dbeibah (insieme a ben 14 ministri e 5 vice ministri) ad Ankara: in agenda la ricostruzione della Libia, con le commesse che saranno affidate alle industrie turche. O meglio, c’è da scommetterci che gli appalti andranno tutti alla TOKI, l’industria immobiliare turca che costruisce case dove avvengono i massacri dei curdi per impedirne commemorazioni collettive (esempio è Cizre). E che lucra per miliardi di euro perché fedele e vicina all’AKP: riceve appalti scontati e miliardari con il compito di costruire palazzoni monotematici laddove ci sono state carneficine e violenze, bombardamenti e raid.
Sono davvero questi gli alleati con cui l’Europa vuole continuare a stipulare accordi?

NOTE:
1 Rapporto ONU 01/01/2017 63/299

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