La sentenza del tribunale di Palermo riguarda gli aguzzini del “ghetto di Alì”


di FRANCESCO PATANE’ – Condannati all’ergastolo Jhon Ogais, 25 anni nigeriano conosciuto da migliaia di migranti con il soprannome di “Rambo”, e Sam Eric Ackom, ghanese di 21 anni, nome di battaglia “Fanti”. Sono i due aguzzini del “ghetto di Alì il libico”, trafficanti di uomini, torturatori, spietati assassini e stupratori. Oggi è arrivata la sentenza davanti al gup di Palermo Marcella Ferrara, che ha riconosciuto tutte le accuse mosse dal sostituto procuratore Giorgia Spiri, che per entrambi aveva chiesto l’ergastolo sottolineando al termine della requisitoria come “Rambo e Fanti sono due trafficanti di esseri umani, sono due spietati assassini, sono due torturatori e due stupratori. Condannateli all’ergastolo”.

Il campo di prigionia libico di Sabhah 

A processo ci sono i crimini commessi dai due carcerieri del “ghetto di Alì”, uno dei campi di prigionia nella zona di Sabhah nel sud della Libia dove vengono seviziati centinaia di migranti diretti verso le coste libiche. Migranti già provati da mesi di sevizie che poi salivano sui barconi della speranza, destinazione Europa. I due carcerieri sono stati condannati per associazione per delinquere finalizzata al traffico di esseri umani, sequestro di persona aggravato, omicidio, violenza sessuale e tratta di esseri umani. Crimini tremendi emersi dai racconti dei sopravvissuti che hanno permesso ai magistrati di mandare a processo per la prima volta due carcerieri dei “lager” libici per migranti.

I due carcerieri del ghetto di Alì sono stati entrambi riconosciuti da quattro migranti sbarcati in Sicilia nella primavera del 2017. Dalle loro testimonianze è partita l’indagine dei sostituti procuratori Giorgia Spiri, Geri Ferrara, coordinata dall’aggiunto Marzia Sabella. “E’ lui il mio carceriere, l’uomo che mi ha torturato, che mi ha sequestrato e picchiato nel ghetto di Alì in Libia. E’ lui che ho visto mentre uccideva due persone, che ha violentato donne, che mi ha fatto vivere in quell’inferno per mesi, che mi ha costretto a chiamare i miei parenti per farsi consegnare i soldi” ha raccontato uno dei migranti, un giovane ivoriano laureato in giurisprudenza che appena sbarcato si rivolse alla squadra mobile per denunciare le torture subite. Agli inquirenti disse: “Io conosco il diritto e so che la tortura è un reato in tutto il mondo. Per questo sono qui a raccontare il mio incubo”.

Secondo il racconto dei quattro scampati all’inferno di Sabhah le violenze e le torture erano quotidiane nelle tre palazzine della fortezza nel deserto, con mura alte e filo spinato, guardie con i mitragliatori. Violenze continue, minacce e abusi sempre più feroci anche durante le telefonate dei prigionieri con i familiari, per far capire dall’altro capo del telefono l’inferno che avrebbero vissuto i loro cari fino a quando non pagavano. Chi non aveva nessuno in grado di pagare Rambo e Ackon, veniva trasferito nella palazzina “Vip”, l’inferno degli inferni, dove violenze sessuali, omicidi, flagellazioni e sanguinosi pestaggi con tubi di ferro erano all’ordine del giorno.

Tratto da Repubblica