Un uomo eritreo di 26 anni è morto tragicamente in un incendio divampato nel centro di detenzione di Dhar el Jebel, a sud di Tripoli, nella notte tra sabato 29 febbraio e domenica 1° marzo.

L’uomo è stato avvolto dalle fiamme mentre dormiva in una delle celle sovraffollate del centro, dove oltre 500 rifugiati e migranti sono detenuti arbitrariamente nella regione montuosa del Gebel Nefusa.

Stiamo supportando i sopravvissuti offrendo assistenza psicologica e distribuendo beni di prima necessità per sopperire agli oggetti andati persi nell’incendio. L’incendio ha distrutto un edificio in cui erano ammassate 50 persone e ne ha danneggiato parzialmente un secondo.

Un incidente simile, legato alle disastrose condizioni di vita, si era già verificato a dicembre, senza provocare vittime.

Il nostro psicologo riferisce di un livello di disperazione molto elevato. Le persone sono sotto shock, paralizzate da traumi di cui non vedono la fine. L’incendio e la tragica morte del giovane uomo si sommano al terribile ciclo di abusi ed eventi traumatici che i nostri pazienti affrontano in Libia. Ci dicono di sentirsi soli e indifesi, dopo mesi o addirittura anni in detenzione. La loro unica speranza è di vedere accolte le loro richieste di asilo. Devono uscire da qui”. Christine NivetCoordinatrice di MSF nel Gebel Nefusa.

Attualmente la maggior parte delle persone che sono detenute arbitrariamente nel centro di detenzione di Dhar el Jebel sono richiedenti asilo, eritrei e somali, già registrati dall’UNHCR.

Sono persone fuggite dai loro paesi d’origine per cercare sicurezza e asilo e non possono tornare indietro. Hanno vissuto esperienze terribili durante il loro viaggio, soprattutto in Libia. Alcuni sono stati rapiti e torturati da trafficanti di esseri umani per estorcere denaro ai loro parenti.

Altri hanno tentato di attraversare il Mediterraneo per cercare un luogo sicuro in Europa e sono stati riportati indietro dalla Guardia costiera libica, supportata dall’UE, e poi condotti nei centri di detenzione, soprattutto a Tripoli.

Dopo gli scontri tra milizie scoppiati nella capitale libica nell’agosto 2018, molti sono stati trasferiti dai centri di detenzione a Tripoli a quelli nel Gebel Nefusa, più lontani dalla linea del fronte ma remoti e isolati, in condizioni disperate e praticamente senza assistenza.

A maggio 2019 avevamo riscontrato una situazione medica catastrofica. Dopo un’epidemia di tubercolosi durata mesi, almeno 22 migranti e rifugiati sono morti per questa e altre malattie, tra settembre 2018 e maggio 2019.

Stop alla detenzione arbitraria

Almeno 2.000 migranti e rifugiati in Libia sono ancora rinchiusi per un tempo indefinito e senza alcun processo legale in orribili centri di detenzione, dove sono esposti ad abusi e condizioni pericolose.

Il meccanismo di evacuazione dei rifugiati dalla Libia è al momento estremamente limitato, soprattutto per la mancanza di posti per l’accoglienza offerti da paesi sicuri. Nonostante l’aggravarsi del conflitto in Libia, continua senza sosta il sostegno dell’Unione Europea alla Guardia costiera libica, che intercetta le persone che fuggono via mare e li riporta in un paese in guerra dove subiscono pericolose e ben note condizioni di violenza.

Le persone in cerca di sicurezza sono sempre più in trappola in Libia. Alcuni dei nostri pazienti sono bloccati nel centro di Dhar el Jebel da tre anni. Quello che possiamo fare come medici per alleviare la loro sofferenza è molto limitato perché i nostri pazienti rimangono nelle stesse difficili condizioni per un periodo prolungato, mentre il loro diritto alla protezione internazionale resta inascoltato. Le evacuazioni e i reinsediamenti di rifugiati e richiedenti asilo dalla Libia devono urgentemente essere aumentati” Christine Nivet

Chiediamo della detenzione arbitraria di migranti e rifugiati in Libia.Mentre si organizza la loro evacuazione, devono essere allestiti con urgenza meccanismi di protezione che includano ripari per i più vulnerabili.

Questo può funzionare solo se l’Europa smette di respingere le persone che fuggono via mare e se i paesi sicuri si impegnano ad accogliere un maggior numero di sopravvissuti.

Medici Senza Frontiere

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