Il racconto di una volontaria sulla nave tedesca della ong Sea Eye: la Libia è un enorme prigione per disperati senza via di uscita

di Valeria Alice Colombo – La mattina del 3 aprile 2019 la nave di ricerca e salvataggio Alan Kurdi ha recuperato 63 persone da un gommone so- vraffollato nel mezzo del Medi- terraneo, a 20 miglia nautiche dalla città costiera libica di Zu- wara. Ero il medico a bordo. Alan Kurdi è una vecchia nave tedesca e appartiene a una del- le Ong che effettuano operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale.

Le missioni in quest’area sono ufficialmente assegnate al-la guardia costiera libica, che risponde al governo di Tripoli e opera grazie alla formazione e al supporto fornito dai governi europei. La loro missione è quella di intercettare i migranti che lasciano le coste e riportarli nei centri di detenzione, nonostante le Nazioni Unite abbiano dichiarato che la Libia non è un Paese sicuro.

Lo stesso giorno del salvataggio, l’esercito nazionale libico guidato da Khalifa Haftar ha attaccato Tripoli nel tentativo di rovesciare il governo riconosciuto a livello internazionale. Una volta che tutte le 63 persone erano a bordo, Malta e l’Italia hanno rifiutato di fornirci un porto dove sbarcare. «I nostri porti sono chiusi ai migranti», ha dichiarato con orgoglio il ministro dell’Interno Salvini. A Bruxelles, i governi europei hanno avviato negoziati per organizzare una ridistribuzione di questi pochi richiedenti asilo, un processo che ci ha tenuti fermi in acque internazionali per dieci giorni. Un tempo sufficiente per fare conoscenza. Mentre tutta l’Europa parlava dei naufraghi che avevamo a bordo, noi eravamo gli unici ad ascoltarli.

Nella città degli schiavi

Per la maggior parte di loro, i guai erano iniziati ad Agadez, nel Niger. Questo è ciò che ci raccontò Jean: viene dal Camerun ed è un uomo forte e colto. Si diverte a impressionare l’equipaggio cantando canti liturgici in latino, ricordando proverbi in tedesco e condividendo opinioni sulla politica europea.

Ci racconta del lungo viaggio dalla sua terra natale. Mentre tentava di fuggire dalla guerra civile che imperversa nel suo Paese si trova nelle mani di un «boga», un trafficante di uomini che si occupa della «transizione», come la chiama Jean; il contrabbando di perso- ne di colore da Agadez a Sabha, nel Fezzan, nella regione Sud-occidentale  della Libia.

Sulla strada per Sabha, attraversando il deserto, Jean ha visto le «case di transito» dove i trafficanti di esseri umani vendono i neri come schiavi agli arabi. «Sabha è la città più pericolosa della Libia – dice Jean – il principale mercato degli schiavi neri». Lui stesso è passato di lì, venduto ai libici.

Brutalità inaudita

Sul ponte della Alan Kurdi, ci racconta come lui e gli altri siano stati sistematicamente brutalizzati e torturati, per far pagare un riscatto alle loro fami- glie. Sono stati frustati sulle piante dei piedi fino a quando non sanguinavano e poi costretti a stare in piedi e a saltare. Sono stati torturati con l’elettricità e con il fuoco o schiacciati sul pavimento sotto il peso di oggetti pesanti. Sono stati costretti a picchiarsi a vicenda; e se non colpivano abbastanza forte, venivano puniti.

Alcune persone che Jean ha incontrato nella casa di transito sono morte davanti ai suoi occhi dopo giorni di torture. E i loro corpi abbandonati nel de- serto. Dopo l’interminabile e orribile permanenza a Sabha, Jean viene portato verso Nord, solo per finire in un’altra «casa di transito» a Bani Waled. Bani Waled, racconta Jean, è come un campo di concentramento. Ogni notte vede- va uscire persone incatenate e le vedeva tornare esauste, do- po giorni di lavoro forzato.

Alcuni sopravvivono rubando il cibo ai cani delle guardie o bevendo la propria urina. Ogni giorno le guardie prendono qualche prigioniero e lo torturano per ore mentre chiama- no le famiglie al telefono, li feriscono alle gambe, rompono le braccia, bruciano i genitali con plastica in fiamme fino a quando non ottengono il riscatto. Di nuovo, vede persone morire davanti ai suoi occhi, picchiate mentre non riescono nemmeno alzare le mani per proteggersi. Di nuovo, corpi abbandonati nel deserto. Tutti quelli che cercano di fuggire rischiano di essere riportati alla «casa di transito». La Libia è un’enorme prigione per i migranti. I confini del Paese sono controllati da pattuglie di militari, riciclatesi come milizie, che cercano prigionieri.

Nessun diritto per i neri

I neri in Libia non possono muoversi liberamente in qualsiasi parte del Paese senza rischiare di essere rapiti; i trafficanti li trasferiscono da un po- sto all’altro, nascosti in camion merci o vestiti come donne, dato che i poliziotti ai check point non sono autorizzati a togliere loro il niqab. In quei dieci giorni di attesa sull’Alan Kurdi, ho sentito la storia di donne che erano arrivate in Libia ingannate da una proposta di lavoro, per lo più come domestiche. Elisabeth è la prima di sette sorelle. A venticinque anni è riuscita a iscriversi a un corso professionale per fashion designer a Lagos. Ma una volta diplomata, non è riuscita a trovare un lavoro in Nigeria. Alcuni amici le dissero che nei Paesi dell’Africa settentrionale poteva facilmente trovare lavoro come stilista e sostenere la sua famiglia inviando denaro a casa.

Un giorno ha trovato un pas- saggio su un’auto in viaggio verso la Libia. Una volta passato il confine, questa si è trasformato in una trappola senza uscita. È stata portata in una «casa di collegamento», dove le donne vengono usate come schiave sessuali. Se avesse cercato di fuggire, sarebbe stata torturata. Elisabeth ha trascorso due anni in una di queste case finché non è stata venduta a un libico per lavorare come domestica. È stata poi portata a Tripoli, dove la sedicente polizia può arrestare i migranti neri in qualunque momento ed è quello che le è successo, mentre faceva la spesa. Benjamin lavorava nel settore della pesca in Nigeria, è stato rapito e venduto come schiavo in Libia. Ci è rimastro due anni.

Elliot era partito per la Libia per lavorare come addetto alle pulizie. Sulla sua pelle porta i segni di anni di torture e abusi. Marc lavorava nelle miniere del Ciad per guadagnare denaro da mandare a casa in Camerun. Aveva 19 anni quando fu rapito e fatto schiavo in Libia. Oggi ha 22 anni ed è appena riuscito a fuggire su un gommone rotto e troppo carico.

Jean, Elisabeth, Benjamin, Elliot, Marc stavano tutti inseguendo l’illusione di una vita migliore verso i Paesi settentrionali dell’Africa, e non oltre il Mediterraneo. In Europa nessuno lo sa, perché nessuno lo chiede. La prospettiva di raggiungere l’Europa è attraente per molti, ma non è la motivazione principale di tutti. Per questi migranti, non c’è via d’uscita dalla Libia. Se la tua pelle è nera, o sei uno schiavo o sei un prigioniero. La maggior parte di loro prende il mare perché non ha altra via d’uscita da un Paese, la Libia, dove vengono sistematicamente torturati e imprigionati come schiavi. Molti di loro non avevano mai visto il mare prima. Ma corrono anche il rischio di affogare perché questa è l’unica opzione disponibile per andarsene.

Tratto da La Stampa dell’8 luglio 2019