Anno 2016, mese di gennaio: Giulio Regeni viene rapito, torturato ed ammazzato in Egitto dai servizi segreti locali per ordine di Al Sisi.

Il corpo mutilato viene ritrovato dieci giorni dopo la sparizione, lungo l’autostrada Alessandria-Il Cairo: più di ventiquattro fratture ossee, sette costole rotte, cinque denti fatti saltare in aria. Le gambe, le braccia, le scapole, le dita dei piedi e delle mani: tutte fratturate. Tagli di rasoio, scosse elettriche, coltellate, sigarette spente su tutto il corpo più un’emorragia cerebrale e una vertebra cervicale spaccata.

Torture su torture.
Dopo il ritrovamento del cadavere, i patetici tentativi di insabbiamento delle autorità egiziane: dall’incidente stradale all’orgia a base di alcool e droga finita in tragedia. Dalla cattura della banda di ladri spacciati come colpevoli a continue fantozziane bugie da quattro soldi: continui insulti alla memoria del ricercatore.
Segue l’arresto del legale della famiglia Regeni, Ahmed Abdallah. La nomina di Khaled Shalaby come investigatore capo per il caso, nonostante nel recente passato fosse stato arrestato per aver torturato a morte un uomo. La campagna “This is Egypt”, per rilanciare in Italia l’immagine del Paese come meta turistica. L’Ente del Turismo, Emad Abdalla, come se nulla fosse annunciava da Roma la comparsa di video promozionali sulle maggiori tv e web italiani. In questa direzione, l’incremento di voli verso il Mar Rosso dagli aeroporti di Genova, Verona, Bergamo, Milano, Bologna, Roma, Napoli e Bari. Oppure la partnership tra l’Ente del Turismo egiziano e la società di calcio A.S. Roma, che propone l’Egitto come Official Tourism Partner della squadra.

Una sequela di abusi, bugie, menzogne.
Al posto di stringere la cinghia e mettere con le spalle al muro il governo egiziano, le autorità italiane e compagnia bella decidono che la cosa da stringere sono i rapporti, che diventano più stretti.
La lista sarebbe infinita e si aggiungono i fallimenti della politica italiana: da chi ha definito Al Sisi “grande statista” a chi si è congratulato col Presidente-militare dopo le vittorie alle elezioni farsa. Da chi ha fatto promesse di cartone a chi ha ordinato il rientro dell’ambasciatore italiano sotto ferragosto. Oppure chi ha liquidato la cosa con “prima gli interessi nazionali”, come se la verità su un omicidio di un cittadino italiano non fosse interesse statale.
In questa direzione vanno i traffici economici tra i due Paesi: lievitano.
E il paradosso è che diminuisce l’export italiano verso l’Egitto ma aumenta invece l’import.
In soldoni: dal 2016 noi compriamo di più, loro di meno.
Come se fosse il governo egiziano la parta lesa ed offesa: un’assurda contraddizione.

Emergono due cose. La prima è che le esportazioni italiane verso l’Egitto sono crollate (-669,46 mln €), la seconda è che le importazioni sono in costante crescita dal 2016: + 568,81 (2018) e + 391,05 (2019).

I prodotti maggiormente acquistati dal faraone sono quelli che fanno più gola, quelli che muovono maggiormente i capitali e zittiscono le coscienze: prodotti delle miniere e delle cave, petrolio, prodotti chimici e della metallurgia.

L’Italia ne compra a volontà, sempre di più.

L’import italiano cresce a dismisura dall’omicidio Regeni: prodotti minerari +194,1 (2018) e +101,79 milioni (2019). Col segno positivo anche i prodotti chimici (+99,98) e quelli metallurgici (+50,84).

Infine, l’oro nero, la merce più ambita: il petrolio, che tutto muove per far rimanere tutto com’è. Ossia: fa girare montagne di soldi e crea ragnatele di interessi, ma mette a tacere diritti umani e verità.

E’ l’unico prodotto in perenne e continuo aumento, l’Italia lo compra sempre di più dall’Egitto: + 129,45 milioni di euro in soli tre anni.

Dulcis in fundo, gli armamenti.

La vendita di armi sulla rotta Roma – Il Cairo ha registrato incrementi vertiginosi: dopo il fatidico 2016, Al Sisi decide di comprarle nel nostro Paese.

L’Egitto è tra i primi dieci compratori di armamenti italiani. Dopo il caso Regeni, ha cominciato ad acquistare in modo massiccio armi “made in Italy”: + 62 milioni. Nel pacchetto ci sono pistole calibro 12,7 mm, bombe, siluri, razzi, missili, apparecchiature elettroniche e per la direzione del tiro, software.

Un sodalizio rafforzato con parole ed azioni di cartapesta, unte di bugie e sangue. Una partnership sporca, fatta di mobilità dei traffici economici ed immobilità nella ricerca di giustizia.

Petrolio ed armi: un cocktail fumoso che annebbia la verità su Giulio Regeni.

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