Roma, 23 dic 08:58 – (Agenzia Nova) – Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, si recherà quest’oggi in Libia nella sua prima visita ufficiale nel paese nordafricano. Secondo quanto si apprende, il viaggio rientra nel solco di quanto fatto a Palermo il 12 e 13 novembre nella conferenza “con” e “per” la Libia organizzata dall’Italia sotto l’egida delle Nazioni Unite. Il capo dell’esecutivo italiano andrà prima a Tripoli, dove sarà ricevuto dal capo del governo Consiglio presidenziale libico e premier del Governo di accordo nazionale, Fayez Serraj, e dal presidente dell’Alto Consiglio di Stato (organo consultivo che fa da contraltare al parlamento di Tobruk), Khaled al Mishri. Conte si recherà in seguito a Bengasi per incontrare il generale Khalifa Haftar, comandante dell’autoproclamato Esercito nazionale libico e uomo forte della Cirenaica, e a Tobruk per un colloquio con Aguila Saleh, il presidente della Camera dei rappresentanti (il parlamento libico). Quella nel capoluogo della Libia orientale potrebbe essere la prima visita di un capo del governo italiano da quando Haftar ha assunto il controllo della seconda città libica.

La visita di Conte rappresenta un notevole salto di qualità nell’azione diplomatica italiana in Libia. In precedenza, infatti, ben tre esponenti del governo italiano (il vicepremier Matteo Salvini, il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi e la titolare della Difesa, Elisabetta Trenta) si erano recati a Tripoli e a Misurata, mentre solo Moavero era poi andato nell’est della Libia. Haftar, da parte sua, è stato a inizio dicembre a Roma per colloqui con il premier Conte e, secondo il quotidiano “Il Messaggero”, anche con David Robinson, ambasciatore statunitense in Tunisia con delega sul dossier libico. L’incontro era avvenuto a sole tre settimane dalla conferenza di Palermo per la Libia del 12 e 13 novembre dove, a margine dei lavori, Conte aveva riunito Haftar e il presidente del Consiglio presidenziale libico, Fayez al Serraj, alla presenza anche del rappresentante dell’Onu Ghassan Salamè, dei presidenti di Egitto e Tunisia, Abdel Fatah Sisi e Beji Caid Essebsi, dei primi ministri russo Dimtrij Medvedev e algerino Ahmed Ouyahia, del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e del ministro francese Jean-Yves Le Drian.

Il documento delle conclusioni finali di Palermo delinea precise direttrici su cui si dovrà concentrare l’impegno libico e internazionale: elezioni in Libia “entro la primavera del 2019”; rispetto del “quadro costituzionale” da parte della Camera dei rappresentanti di Tobruk (il parlamento libico che si riunisce nell’est del paese); sostegno “al dialogo guidato dall’Egitto per la costituzione di istituzioni militari unificate, professionali e responsabili, sotto l’autorità civile”; riunificazione delle istituzioni economiche, in particolare della Banca centrale libica; distribuzione “trasparente ed equa” delle risorse petrolifere. Le conclusioni del vertice ricalcano in gran parte il piano “aggiornato” delle Nazioni Unite presentato dall’inviato Onu in Libia, Ghassan Salamé. Un piano, quello dell’Onu, che vuol aiutare i libici a “farcela da soli”, senza l’imposizione di tappe forzate per andare alle elezioni – come emerse dal vertice di Parigi del maggio scorso – e senza pressioni straniere. In questo avrà un ruolo fondamentale lo svolgimento di una Conferenza nazionale, “a guida libica e inclusiva, da tenersi nelle prime settimane del 2019 in Libia”, si legge ancora nel documento finale di Palermo.

La situazione sul terreno libico ha visto diversi passi in avanti dopo la conferenza siciliana, ma presenta anche diverse incognite. I parlamentari a Tobruk, lo scorso 26 novembre, hanno approvato la legge per il referendum costituzionale, passo necessario per andare alle elezioni nel 2019. Alla votazione, tuttavia, erano presenti “solo” 104 deputati a fronte di un quorum minimo di 114 e persistano dubbi in merito alla legittimità dell’approvazione. Allo stato attuale si è in attesa del via libera da parte dell’Alta commissione elettorale libica. La novità principale è la riduzione del Consiglio di presidenza da nove a tre membri. Il nodo ancora da sciogliere riguarda invece la guida delle Forze armate libiche. Secondo l’articolo 8 dell’Accordo politico libico raggiunto a Shkirat nel 2015 (documento che funge da quadro di riferimento per le istituzioni libiche), le decisioni militari vengano assunte dal Consiglio di presidenza formato da nove membri, limitando l’influenza del generale Haftar, uomo forte della Cirenaica e comandante dell’autoproclamato Esercito nazionale libico. Al Consiglio di presidenza, per effetto dell’articolo 8, spetterebbero infatti il Comando supremo delle Forze armate, la nomina del capo del servizio generale di intelligence, nonché la facoltà di dichiarare lo stato di emergenza. E’ noto che Haftar vorrebbe che gli venisse riconosciuto il ruolo di capo delle Forze armate libiche e l’indipendenza del comando militare dalle autorità civili (sul modello dell’Egitto). Un’eventualità però fortemente osteggiata da Misurata, la città-Stato sede delle più forti milizie del paese.

Tratto da Agenzia Nova