Violazioni continue dei diritti fondamentali.  Nessun percorso aperto alla giustizia


Ginevra – La Libia è in balia di gruppi armati irregolari e violenti ed a pagare il prezzo di questo Paese diviso sono i civili. Lo ha dichiarato ieri Human Rights Watch presentando il suo World Report 2019. L’organizzazione internazionale per i diritti umani chiede alle autorità libiche di dare priorità alla riforma del settore della giustizia e ristabilire il principio di responsabilità per i membri di gruppi armati.

Sette anni dopo la fine della rivoluzione del 2011 che mise fine al regime di Muammar Gheddafi, in Libia si sono formati due Governi che si sono rivelati incapaci ad intraprendere un qualsiasi percorso di riconciliazione.

Entrambi i governi rivendicano il controllo del territorio, delle istituzioni e delle risorse. Intanto gruppi armati legati all’una o all’altra fazione spadroneggiano nel Paese e violano continuamente le leggi: rapiscono i civili, uccidono, torturano, imprigionano arbitrariamente ed hanno costretto con la forza a sfollare migliaia di persone.

Tanto le forze governative che le milizie hanno mantenuto migliaia di migranti e richiedenti asilo in centri di detenzione dove le condizioni sono disumane e l’abuso fisico è la prassi.

Le milizie hanno imposto il terrore sia ai libici che ai migranti. Nessuna autorità si oppone a loro o osa chiedere loro di rendere conto delle loro azioni” ha spiegato Hanan Salah, operatore di Human Rights Watch. “Fino a quando questo stato di cose non cambierà, non ci sarà possibilità alcuna di svolgere una consultazione elettorale libere ed equa”.

Nelle 674 pagine del World Report 2019, giunto oramai alle sue 29esima edizione, Human Rights Watch valuta il rispetto dei diritti umani in più di cento Paesi.

Nell’introduzione, il direttore esecutivo Kenneth Roth sottolinea che l’odio, l’intolleranza e il populismo che si è diffuso in molti Paesi hanno anche posto i semi di una nuova resistenza. Nuove alleanze di Governo basate sul rispetto dei diritti, spesso sollecitate da cittadini e associazioni, sono nate proprio per controbattere la deriva sovranista. I loro successi dimostrano che è possibile difendere i diritti umani anche in tempi scuri.

Il prolungato conflitto armato ha azzoppato le più importanti istituzioni libiche, come la magistratura che oggi non può funzionare correttamente per le continue minacce e gli attacchi dei miliziani contro giudici, avvocati e procuratori.

E anche dove i tribunali esercitano la loro influenza, sono state ravvisate gravissime violazioni del procedimento penale.

Nel mese di agosto, per esempio, un tribunale di Tripoli in un processo di massa ha condannato a morte, nonostante le palesi violazioni della procedura, 45 presunti ex sostenitori di Gheddafi ed altri 54 a cinque anni di carcere per l’uccisione di manifestanti nei disordini 2011.

Anche la Corte penale internazionale che nel 2011 ha avuto mandato di indagare sui crimini di guerra, sui crimini contro l’umanità e sul genocidio in Libia, ha emesso un solo mandato di arresto contro un comandante delle forze di Bengasi affiliato al Libyan National Army (LNA) che continua a rimanere in libertà.

Come conseguenza dei conflitti, 200mila persone rimangono sfollate. Migliaia di famiglie che sono fuggite dagli scontri a Bengasi dal 2014 e dagli scontri armati a Derna del maggio 2018, non sono in grado di tornare alle loro case e di rivendicare le proprietà ed i mezzi di sussistenza per timore di rappresaglie da parte di gruppi LNA che li hanno accusati di sostenere il terrorismo.

In giugno, i rappresentanti delle città di Misurata e Tawergha hanno firmato un accordo di pace che doveva aprire la strada per il ritorno di 48mila persone scacciate illegalmente dalle loro città. Ma le distruzioni, i saccheggi, la paura di rappresaglie ed i continui problemi di sicurezza, hanno fatto fatto sì che solo poche centinaia di persone accettassero l’invito a tornare a casa.

Gli scontri tra Tebu e le milizie locali arabe del sud tra febbraio e giugno hanno ucciso decine di civili. Le Nazioni Unite hanno denunciato come nel solo mese di settembre, i sanguinosi scontri tra milizie rivali a Tripoli hanno lasciato più di 100 morti, tra cui molti civili.

Anche se lo Stato Islamico, dalla sua cacciata da Sirte nel mese di dicembre 2016, non controlla nessun territorio in Libia, non smette di organizzare attacchi mortali diretti soprattutto contro obiettivi civili. Nel mese di maggio, l’Isis ha rivendicato un attacco all’Alto Commissariato Elettorale di Tripoli che ha provocato la morte di 12 persone, alcune delle quali civili.

Non se la passano meglio i giornalisti presenti nel Paese. Sia le milizie che le forze governative hanno minacciato, attaccato e imprigionato i professionisti dei media. I giornalisti inoltre denunciano come anche il governo di Accordo Nazionale, riconosciuto a livello internazionale, ha imposto misure restrittive nei confronti di colleghi internazionali e delle reti televisive, imponendo censure e restrizioni durante le visite di esponenti di Governi internazionali, limitando l’accesso alle sedi istituzionali e impedendo di visitare i centri di detenzione per migranti.

Articolo redazionale tratto da Human Rights Watch