La Libia è l’inferno. E Zawiya è il suo settimo cerchio infernale: il più feroce. Il più crudo. Lì, dove la violenza ha stuprato ed assassinato ogni residuo barlume di speranza. Dopo la donna uccisa in circostanze ancora tutta da chiarire una decina di giorni fa, questa settimana è morta anche una bambina per un trauma alla testa causato non si sa da chi. I profughi detenuti hanno messo in scena una toccante protesta accendendo centinaia di improvvisati lumini per denunciare le condizioni in cui costretta vivere anche donne e bambini.

Il carcere di Zawiya è gestito da aguzzini senza scrupolo. Custodi dell’inferno, come il Minotauro nell’ultimo cerchio dantesco, con la sua “matta bestialità”.

Tutto quello che succede, succede nell’indifferenza del mondo. I capi di Stati europei si erigono a principi machiavellici, chiudono gli occhi: ostentano il loro crudo “il fine giustifica i mezzi”, per drogare i sondaggi elettorali. Per doparli. Per lavarsi una coscienza imbrattata di sangue di innocenti.

A Zawiya le persone muoiono senza sapere il perché. Ma sapendo il come: tortura, stupri, mazzate, botte.

Tradite da chi doveva realizzare aspirazioni e sogni, ossia l’Europa. Ed invece finanzia incubi ed atrocità.

In carcere la situazione è diventata drammaticamente dura: il cibo diventa forma di ricatto1, l’acqua e le porzioni di pranzo sono diventate a pagamento. Soldi che si aggiungono a quelli per la traversata del Mediterraneo, al pizzo da versare ai carcerieri, ai debiti inventati ad hoc dai torturatori per ricattare le famiglie rimaste nei Paesi di origini. “Paga o vedi tu figlio morire”.

Le scorte di pasta indirizzate ai reclusi finiscono all’esterno, presumibilmente rivendute nei mercati neri locali od a quelli stessi profughi ai quali erano dirette.

Le immagini della protesta inviateci dai nostri contatti all’interno del campo