di Sally Haydens – Nella foto, una pistola e un piede schiacciano la testa di Mulugeta al pavimento. Ha sangue sul volto, e qualcosa di simile al vomito rappreso sotto le labbra. Ha i piedi e i polsi legati dietro la schiena.

Questa è l’immagine del 27enne eritreo pubblicata su Facebook a ottobre, quando la famiglia di Mulugeta non aveva ormai più altri modi per raccogliere i soldi necessari per il riscatto. Hanno già venduto la loro casa, i gioielli, chiesto l’elemosina nelle chiese, nelle moschee e nei mercati.

Alla fine, Mulugeta ha ammesso ai trafficanti che non poteva più pagare, per questo loro hanno mandato una sua foto alla famiglia. Sapevano di poterla pubblicare sul social Facebook per raccogliere soldi. “I trafficanti cercano soldi, non importa come”, racconta Mulugeta, che ci ha chiesto di essere indicato solo con il nome di battesimo per motivi di sicurezza.

Quando è stato liberato, a novembre, dopo esser stato venduto diverse volte tra i gruppi, Mulugeta ha pagato 18.400$ a cinque diversi trafficanti, di cui circa 4.000$ ottenuti attraverso una raccolta fondi sul social.

Attualmente si trova in un centro di detenzione nella zona sud di Tripoli; ha raccontato la sua storia al TIME attraverso i messaggi di Facebook, dicendo che è ancora molto preoccupato per il suo futuro, che non può tornare in Eritrea, dalla quale è scappato a causa del regime militare accusato di gravi violazioni dei diritti umani.

Negli ultimi anni, centinaia di migliaia di migranti africani e rifugiati hanno provato a scappare da guerre, dittature e povertà, puntando verso l’Europa: i social media provocano un aumento dei costi. Le tratte spesso comprendono lunghe e pericolose traversate del deserto, mesi o addirittura anni nei campi dei trafficanti, prima di poter salire su barche fatiscenti per attraversare il Mediterraneo.

Durante queste tratte, la tecnologia rappresenta sia una benedizione che un fattore negativo; può essere un’ancora di salvezza per chiedere aiuto, o un mezzo attraverso il quale le famiglie possono testimoniare in tempo reale gli abusi e le sofferenze provate.

Facebook, in particolar modo, è in grado di raggiungere un gran numero di persone in un breve lasso di tempo, quindi può offrire un barlume di speranza ai rifugiati intrappolati e in preda alla disperazione.

I trafficanti del Nord Africa considerano i rifugiati e i migranti come merci. Si pensa che decine, addirittura centinaia di migliaia di persone sono state prese delle bande di trafficanti, che poi richiedono cospicui riscatti, o torturano quelli che non possono pagare.

Così come nel caso di Mulugeta, parenti e amici di coloro che sono nelle mani dei trafficanti, ricorrono sempre più a Facebook per trovare il denaro.

Nelle foto pubblicate online, uomini e donne, qualche volta bendati, sono mostrati con i volti a terra. I video mostrano uomini presi dalla scossa o torturati con plastica calda. In una di queste immagini, si vede una coppia con i loro bambini; il prezzo richiesto per le loro vite è 4.400$.

Sia le vittime che gli esperti spiegano che le persone da Libia, Sudan e nord del Niger hanno usato Facebook per raccogliere i soldi; tra coloro catturati in questo modo ci sono poi perlopiù eritrei ed etiopi.

La redazione del TIME ha già visto 8 post dalla fine di novembre, ognuno dei quali condiviso centinaia, migliaia di volte durante la diaspora eritrea, con le indicazioni su come fare una donazione direttamente alla famiglia della persona in ostaggio. 
Una volta raccolta la somma, di solito viene spostata su un conto bancario a Dubai, a Khartoum o a Istanbul, attraverso un sistema di transazione finanziaria, chiamato hawala, o attraverso metodi alternativi fuori dal sistema bancario e difficili da tracciare. Da qui, poi, passano nelle mani dei trafficanti.

Molti trafficanti vedono il simbolo del dollaro sui volti di queste persone di origine eritrea, etiope e somala,” afferma Mark Micallef, ricercatore della Global Initiative Against Transnational Organized Crime (Iniziativa Globale contro la criminalità organizzata transnazionale).

Gli esperti spiegano che questi Paesi hanno avuto imponenti esodi, che hanno ampliato le possibilità di guadagno. Micallef aggiunge che è impossibile stimare il numero di persone tenute in ostaggio in un momento preciso, ma allo stesso tempo è possibile confermare la presenza di decine di migliaia di ostaggi eritrei l’anno scorso. Pensa inoltre che il potenziale della raccolta fondi su Facebook, o qualche volta su WhatsApp, potrebbe incoraggiare i trafficanti ad aumentare le richieste di riscatto.

La disperazione, e il fatto che da adesso esiste anche questa nuova fonte di guadagno alimentano il vortice delle richieste di riscatto”, afferma Micallef, che si occupa dei traffici di essere umani in nord Africa da anni.

Si tratta di una questione problematica e complessa, che ha effetti su tutti i fronti”, ha dichiarato un portavoce di Facebook in risposta alle prove portate dal TIME. 
Senza collegamenti specifici a questi contenuti, è difficile dare una valutazione della situazione. Rimaniamo comunque impegnati nel capire queste sfide e come affrontarle”.

Dato che le rotte utilizzate dai trafficanti si chiudono in Libia, in parte a causa delle spese dell’Unione Europea mirate a ridurre gli arrivi in ​​Italia, le milizie che una volta offrivano un servizio per spostare le persone si stanno convertendo sempre più in violenza e tortura per fare profitto.

Dopo il lungo viaggio verso i campi nella città di Bani Walid, nel nordovest della Libia, i trafficanti contano le persone e indicano le scadenze per i pagamenti”, racconta un giovane ragazzo dalla Somalia, tenuto ostaggio per cinque mesi, che ora è a Tripoli, in attesa di raggiungere l’Italia (come altri in questo report, ha chiesto l’anonimato per motivi di sicurezza).

Quando la scadenza si avvicina, iniziano le torture sulle persone. Iniziano con il legare gli ostaggi, e fargli del male con oggetti di metallo, per poi passare alle scosse elettriche”.

Un uomo sudanese, attualmente in un centro a Tripoli, dopo esser stato catturato mentre attraversava il Mediterraneo, afferma che le famiglie degli ostaggi hanno raccolto ben 35.000$ in diverse volte, e che una donna somala ha pagato 60.000$ in totale. Ognuna di queste persone ha pagato almeno 3.000$.

C’erano altre persone in ostaggio con me; se le loro famiglie non potevano pagare, hanno pubblicato il post sul social per trovare i soldi”, racconta un 28enne eritreo. È stato in ostaggio per più di un anno; anche lui adesso è a Tripoli. “Se non pago in fretta, i trafficanti mi costringeranno a pubblicare la mia foto su Facebook. Qui o paghi, o sei morto”.

Ci sono molti eritrei bloccati in Sudan, dove la mancanza di stabilità fa sì che molti ostaggi vengano presi direttamente dai campi profughi.

Mulugeta racconta del suo ultimo rapitore: Abdallah, libico, già noto per numerosi abusi su eritrei nel centro di detenzione di Tripoli. Mulugeta racconta di aver visto 12 persone morire in queste condizioni. “Ho visto tante cose terribili”.

Altri eritrei raccontano che Abdallah ha abusato di 18 ragazze e donne. Una ex ostaggio, che ha inviato le foto delle violenze subite, ha raccontato che Abdallah ha usato la scarica elettrica sul suo seno, dopo essersi opposta a un sua violenza.

A Khartoum, adulti di origine eritrea raccontano che i loro figli sono sequestrati dai trafficanti, offrendo loro condizioni del tipo “parti adesso e paga dopo”, e incoraggiandoli così a partire per la Libia senza disponibilità di soldi. Qualche volta, i genitori hanno conferma del rapimento dei loro figli attraverso delle foto in cui si vedono questi giovani incatenati, feriti, con l’indicazione della somma da pagare per il riscatto.

Nel frattempo, i trafficanti libici continuano a promuovere le rotte verso l’Italia sui profili Facebook. Uno di questi, identificato da un rifugiato, pubblica foto di barche e giacche salvagente, offrendo il viaggio dalla Libia all’Italia in 7-8 ore a 35.000 dinar (2520$).

Per Mulugeta, Facebook è stata un’ancora di salvezza quando più ne aveva bisogno. “Voglio salvarmi la vita, ho chiesto aiuto a tutti, agli amici, alla mia famiglia”. Dice che non si sentirà mai del tutto al sicuro fino a quando non lascerà la Libia; mentre molti dei suoi amici sono ancora in ostaggio.

Ci sono tantissime altre storie come questa. Mulugeta ha affermato: “Questa non è solo la mia storia. Per favore, guardate quello che succede, abbiamo bisogno del vostro aiuto, siamo in pericolo”.

Tratto da Time

Tradotto da Francesca Castelliper Progetto Melting Pot Europa