All’inizio di questa settimana circa 150 detenuti sono evasi dalle proprie celle del centro di detenzione Triq al Sikka di Tripoli in segno di protesta contro i maltrattamenti subiti.

di Sally Hayden  – Si pensa che almeno 30 fra rifugiati e migranti, inclusi i minori, siano stati condotti in una cella sotterranea in Libia dove, presumibilmente, sarebbero stati torturati per essere evasi e per aver sostenuto una protesta all’inizio di questa settimana.

Si stima che 150 detenuti di sesso maschile siano fuggiti martedì dalla cella principale del centro di detenzione Triq al Sikka di Tripoli, dove alcuni di loro sono detenuti da più di un anno, per presentare la loro protesta contro il Dipartimento libico per la lotta all’immigrazione illegale (DCIM).

Secondo le testimonianze, i detenuti avrebbero protestato contro le condizioni di detenzione a cui venivano sottoposti e avrebbero richiesto la visita di un funzionario dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).

Negli ultimi 18 mesi la maggior parte di questi detenuti, dopo aver attraversato il Mediterraneo per raggiungere l’Europa, è stata rimpatriata in Libia dalla guardia costiera libica finanziata dall’Unione Europea.

Tre testimoni hanno raccontato ad Al Jazeera del modo in cui le guardie libiche accerchiavano i rifugiati e i migranti di sesso maschile prima di iniziare a picchiarli con dei bastoni e delle barre di metallo.

Hanno dichiarato, inoltre, che almeno quattro persone avrebbero perso conoscenza a causa delle percosse e che le donne, che venivano trattenute in un’area separata, avrebbero urlato per tutta la durata di quelle violenze.

L’International Rescue Committee che fornisce assistenza sanitaria nel centro di detenzione ha confermato che giovedì due detenuti sono stati portati in ospedale. Tuttavia, un portavoce ha dichiarato che i due non ne hanno potuto confermare il motivo.

Alcuni testimoni hanno raccontato che decine di detenuti sono stati poi fatti salire su degli autobus e trasferiti in altri centri di detenzione. Due di loro hanno affermato che i sospettati di aver guidato la protesta sarebbero stati radunati e condotti in una cella sotterranea dove presumibilmente sarebbero stati torturati.

Secondo quanto affermato dai testimoni, almeno sei tra le persone condotte nella cella sotterranea sarebbero minori.

“Li hanno rinchiusi perché volevano intimidirli affinché tacessero e per terrorizzare gli altri” ha affermato un rifugiato.

Secondo quanto sostenuto da alcuni detenuti trasferiti altrove, coloro che sono rimasti a Trik al Siqqa erano feriti e avevano bisogno di aiuto.

Alcuni testimoni hanno raccontato che la protesta di giovedì è iniziata successivamente ad una visita al centro di detenzione da parte di alcuni diplomatici provenienti dall’Olanda.

Hanno cominciato a picchiarci nel momento in cui lo staff dell’ambasciata ha lasciato il centro di detenzione… Sono arrivati i poliziotti, circa cento di loro sono arrivati da altri posti e hanno iniziato a picchiarci con metalli, plastica e legno“, afferma uno dei testimoni.

All’inizio le persone venivano rilasciate dopo mesi” ha affermato un rifugiato che conosceva altri detenuti rinchiusi nella stessa cella sotterranea per aver tentato di scappare. “Questo posto è così brutto. Non c’è spazio per camminare, è buio ed è così piccolo”.

I rifugiati e i migranti precedentemente detenuti a Triq al Sikka hanno raccontato di essere stati tenuti al buio per tutto il giorno, di aver subito regolarmente abusi e di non aver ricevuto cibo a sufficienza ne cure mediche.

Dopo aver perso la speranza di uscire da quel posto, ad ottobre, un ventottenne somalo ritornato in Libia attraverso la guardia costiera si è dato fuoco nel centro di Triq al Sikka.

“I centri di detenzione devono essere chiusi”

Un portavoce dell’UE ha dichiarato di essere a conoscenza del rapporto e di seguire la situazione da vicino.

Come è stato più volte ribadito, i centri di detenzione in Libia devono essere chiusi” ha affermato il portavoce.

La situazione in questi centri è intollerabile. L’UE solleva le condizioni inaccettabili dei centri di detenzione in tutte le sue riunioni con le autorità libiche competenti a livello politico e tecnico, a Tripoli e altrove”.

Mtteo De Bellis del gruppo di Amnesty International in merito al rapporto sugli abusi ha dichiarato: “se confermato, rappresenta l’ennesimo caso di brutale violenza contro persone che vengono arbitrariamente trattenute in Libia in centri di detenzione notoriamente abusivi.”

I governi europei e le istituzioni continuano a dirsi a favore della fine della detenzione arbitraria di rifugiati e migranti, eppure non hanno intrapreso alcuna azione decisiva per assicurarsi che ciò avvenga” ha affermato De Bellis.

Il DCIM libico, l’UNHCR e il ministero degli Affari esteri olandese non rispondono alla richiesta di Al Jazeera di rilasciare dei commenti al riguardo.

Il controllo dei centri di detenzione libici presso cui vengono detenuti i migranti e i rifugiati sarebbe di competenza del ministero degli Interni. Tuttavia, nella realtà, tale controllo è in mano ai gruppi armati, i veri detentori del potere nel Paese.

Migliaia di rifugiati e migranti sono attualmente sottoposti a detenzione indefinita da parte del DCIM.

Tra questi vi sono persone provenienti da Somalia, Eritrea e Sudan, Paesi dove la sicurezza o le situazioni politiche instabili fungono da fattori di spinta per coloro che sono alla ricerca di sicurezza e libertà.

I migranti e i rifugiati ricondotti in Libia lo scorso anno sono stati circa 15.000 e ciò è avvenuto nell’ambito di un accordo del 2017 in cui l’UE ha offerto il suo supporto alla guardia costiera libica impegnata nelle intercettazioni in mare, attraverso la fornitura di finanziamenti, navi e addestramento.

Tratto da Al Jazeera

Traduzione di Mariagrazia Zangara – Progetto Melting Pot Europa