Abbandonati senza nulla da mangiare, sino a morire di fame, per “motivarli ad andarsene”. Sono accuse pesantissime quelle che il giornale inglese Guardian ha mosso all’Unhcr. Accuse suffragate non soltanto dalle dichiarazioni di molti migrati del centro ma anche da alcuni operatori della stessa agenzia per i rifugiati e, addirittura, da una denuncia ufficiale dell’Oim. 

Accuse tanto più pesanti in quanto riguardano fatti non avvenuti nei famigerati centri di detenzione libici ma in una struttura protetta, o perlomeno così si pensava, gestita a Tripoli dall’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. 

Il campo in questione era stato inaugurato un anno fa dallo stesso Filippo Grandi, l’alto commissario Onu per i rifugiati, che, tra squilli di tromba e fanfare, aveva sottolineato come, pur in condizioni di estrema difficoltà, l’Unhcr fosse riuscito ad aprire questa struttura per “offrire protezione e sicurezza immediate ai rifugiati vulnerabili che necessitano di un evacuazione urgente”. Sempre nelle parole di Grandi, il campo doveva essere “una alternativa alla detenzione per centinaia di rifugiati attualmente intrappolati in Libia”.

Ad accusare l’Unhcr è la stessa Oim (Organizzazione internazionale per i migranti), anch’essa collegata all’Onu, che potremmo definire come l’agenzia “gemella” dell’Unhcr focalizzata più sui migranti in generale che sui profughi. Secondo l’Oim, da due settimane 400 profughi, tra cui anche dei bambini, provenienti dal campo di detenzione di Abu Salim, nel sud della Libia, sono lasciati senza scorte di cibo da due settimane, sopravvivendo solo grazie a quanto gli è stato “fatto sgattaiolare” dagli altri migranti già presenti nel centro. Scrive il Guardian che l’Unhcr sta “pianificando di ritirare il cibo ad altri 600 rifugiati e migranti nel centro, tra i quali ci sono sopravvissuti a bombardamenti, torture, lavoro forzato e altre violazioni dei diritti umani. La maggioranza di costoro aveva tentato di raggiungere l’Europa attraversando il Mediterraneo, ma è stata riportata  in Libia dalla guardia costiera che agisce col sostegno dell’Unione Europea”. 

Una circolare riservata all’Unhcr, girata al Guardian da una “talpa”, sottolinea la volontà di ridurre progressivamente, a partire da dicembre, i rifornimenti di cibo a tutte le persone ospitate nel campo, mantenendo solo la clinica per le emergenze, per fare in modo che i rifugiati “varchino volontariamente” la porta di uscita. L’obiettivo finale dell’Unhcr è quello di chiudere il centro. 

“Qui la gente sta morendo di fame – ha dichiarato indignato un operatore che il Guardian ha, giustamente, mantenuto anonimo – L’Unhcr trattiene deliberatamente i rifornimenti di cibo per obbligare i rifugiati ad andarsene”. 

Tra le persone ospitate nel campo ci sono anche i sopravvissuti all’attentato di Tajoura, avvenuto nello scorso luglio. Uno di questi ha contattato il giornale inglese ha raccontato che l’Unhcr avrebbe offerto piccole somme di denaro ai profughi che intendessero uscire dal programma di assistenza e tentare di vivere da soli a Tripoli. “A parte il fatto che la somma offertaci è ridicola, non si rendono conto che fuori da queste mure noi saremo immediatamente reclutati a forza dalle milizie in guerra civile o rapiti di nuovo dai trafficanti” ha spiegato un sopravvissuto. Solo una settimana fa, la polizia libica ha accoppato un rifugiato eritreo appena uscito del campo di Triq al Sikka dopo aver tentato di rapinarlo. 

“Fuori di questo campo ci attendono solo traffico, abusi e tortura – conclude il sopravvissuto -. Sino a quando l’Unhcr non ci darà una valida alternativa di sopravvivenza, noi non ce possiamo andare”. 


Tre ore dopo la pubblicazione dell’articolo, ci è giunta la replica dell’Unhcr che conferma la “chiusura dei servizi di ristorazione” ma con le motivazioni che potete leggere qui sotto e che, per correttezza, riportiamo integralmente.

Gentile Riccardo Bottazzo, 

abbiamo letto con dispiacere il servizio pubblicato su Dossier Libia e Melting Pot, in cui lei riprende e rilancia le accuse mosse dal Guardian contro l’UNHCR in merito alla situazione al Centro di Raccolta e Partenza (GDF) di Tripoli. 

Come lei sicuramente saprà, la situazione in Libia è estremamente complessa, e la fondatezza di alcuni rapporti va controllata in quanto si basano su messaggi raccolti non parlando con le persone direttamente, come fa l’UNHCR, bensì via WhatsApp. La giornalista del Guardian il cui articolo lei ha citato non è mai stata in Libia, e non ha verificato le informazioni riportate.

Voglio innanzitutto chiarire che UNHCR non sta interrompendo l’assistenza verso rifugiati e richiedenti asilo, nonostante le enormi difficoltà che affrontiamo giornalmente nel lavorare in un contesto come quello libico. Come è stato annunciato in un nostro comunicato pubblicato ieri sera, al contrario l’Agenzia sta intensificando il sostegno destinato a rifugiati e richiedenti asilo presenti nelle aree urbane della Libia, anche con l’obiettivo di ridurre la pressione sul GDF.

Il centro di cui si parla è stato concepito come centro di transito per rifugiati e richiedenti asilo vulnerabili, principalmente donne e minori non accompagnati a rischio elevato in stato di detenzione, per i quali sono già state individuate soluzioni al di fuori della Libia. 

L’UNHCR e i suoi partner operano all’interno della struttura, la quale ricade però sotto la giurisdizione complessiva del Ministero dell’Interno libico.

Tuttavia, a partire da luglio, in seguito all’attaco aereo che ha colpito il centro di detenzione di Tajoura, centinaia di ex detenuti si sono recati presso il GDF. A fine ottobre, a questi si è aggiunto un altro gruppo di circa 400 persone provenienti dal centro di detenzione di Abu Salim, oltre ad altre 200 persone dalle aree urbane. Delle persone arrivate recentemente la maggior parte sono giovani uomini in salute che hanno situazioni di minore vulnerabilità rispetto ad altri soggetti, come le donne e i minori di cui sopra. 

Il GDF è quindi ora in condizioni di grave sovraffollamento: a fronte di una capacità di circa 600 persone, attualmente ne ospita quasi il doppio. L’UNHCR, insieme ad altre Agenzie delle Nazioni Unite ed altri partner, ha fornito loro assistenza umanitaria, offrendo cure mediche, supporto psico-sociale, pasti caldi e biscotti ad alto contenuto energetico.

Tuttavia, la situazione presso il GDF non è sostenibile e la struttura non riesce più a funzionare come centro di transito, ostacolando la capacità di UNHCR di evacuare i rifugiati più vulnerabili fuori dai centri di detenzione verso luoghi sicuri. 

Per questo è stato deciso di ampliare il programma di assistenza nelle aree urbane, dove tra l’altro due terzi dei rifugiati e richiedenti asilo sono in grado di trovare lavori saltuari per sopperire ulteriormente alle loro necessità. Chi lascia il centro non viene quindi escluso dall’assistenza, anzi. Tutti coloro che presentano un profilo per cui è necessaria la protezione internazionale continuano ad essere seguiti e il programma di assistenza urbana include sostegno economico diretto, beni di prima necessità, accesso alle cure primarie, visite specialistiche e consulenza con il personale UNHCR per individuare vulnerabilità e soluzioni specifiche.

Circa 40 persone hanno già accettato quest’opzione e questo non esclude assolutamente la possibilità che possano essere evacuate o reinsediate in futuro qualora la situazione lo richiedesse. A titolo di esempio, a quattro persone che hanno accettato il pacchetto di assistenza urbana è stata riconosciuta l’ammissibilità all’evacuazione umanitaria a seguito dei colloqui di valutazione delle esigenze specifiche.

Dato l’ampliamento del pacchetto di assistenza urbana, UNHCR eliminerà gradualmente il servizio di ristorazione erogato presso il GDF dall’inizio dell’anno.

Per l’UNHCR è importante che il GDF possa tornare a svolgere la sua funzione originaria di centro di transito per i rifugiati con le vulnerabilità più gravi, così da poterli evacuare verso luoghi sicuri. Ci sono attualmente centinaia di richiedenti asilo in stato di detenzione che aspettano di essere trasferiti nel GDF in vista dell’evacuazione dalla Libia, ma che non possono andarci a causa del sovrafollamento.

Confidando nella sua correttezza deontologica professionale, le chiederei cortesemente di rivedere il suo articolo alla luce dei miei chiarimenti. Qualora dovesse avere ancora dei dubbi, sono a disposizione.

Cordiali saluti

Carlotta Sami
Carlotta Sami Regional Spokesperson UNHCR South Europe