Riccardo Gatti, capo missione di Proactiva Open Arms, a TPI: “Quanto successo dimostra che le persone partono comunque dalla Libia. Ma senza le ONG rischiano di morire”

di  Valerio Nicolosi – Dopo 24 ore di trattative, Malta ha soccorso un barcone con 87 migranti a 30 miglia da Lampedusa. Il Centro di Coordinamento Marittimo di Roma aveva lanciato l’allerta: in zona c’era una nave Frontex che si è detta impossibilitata al soccorso.

Alla fine, l’intervento di Malta ha sbloccato la situazione: gli 87 migranti sono stati trasportati in un centro d’accoglienza de La Valletta.

“Le forze armate di Malta hanno riferito di essere state informate dal centro di soccorso di Roma lunedì sera. 30 NM a sud di Lampedusa”. Questo recita il comunicato delle autorità maltesi, che continua: ”Un assetto navale italiano operante sotto Frontex, l’Agenzia di Controllo alle Frontiere dell’UE, è stato inviato per prestare assistenza. Tuttavia, la nave non è stata in grado di fornire assistenza a causa di errori tecnici”.

Il comunicato delle forze armate maltesi sembra dunque essere un sassolino nella scarpa che volevano togliersi, e il destinatario pare sia proprio l’Italia.

Il Ministro dell’Interno Matteo Salvini ha detto che “l’interesse nazionale è non far sbarcare i clandestini in Italia. Cosa che ho fatto anche stanotte, con 87 migranti che stanno sbarcando a Malta in queste ore”, sottolineando quindi la volontà del governo di non voler intervenire.

Come ha riportato Radio Radicale, lunedì 4 marzo dalla Sicilia era decollato un elicottero della Guardia Costiera Italiana che, avvicinandosi alla zona del soccorso, aveva più volte sorvolato l’area.

Nelle stesse ore anche un velivolo maltese sorvolava la zona. In quel tratto di mare era presente una nave militare italiana, oggetto del comunicato maltese, ma sembra che per “motivi tecnici” non sia potuta intervenire.

Di che tipo di problemi si tratti non è dato sapere, però il Ministro degli Interni ne ha parlato come se fosse stata una scelta politica e non, appunto, un problema tecnico. Dalle autorità italiane, ed in particolare dall’MRCC (Centro di Coordinamento Marittimo) non è arrivato nessun messaggio di allarme alle imbarcazioni in zona e nessuna imbarcazione della Guardia Costiera di Lampedusa o Linosa è uscita per andare a soccorrerli.

“Questo dimostra, per l’ennesima volta, che le navi delle ONG non sono un pull factor, le persone partono ugualmente dalla Libia solo che rischiano di morire”. Lo dice a TPI Riccardo Gatti, capo missione della ONG Proactiva Open Arms, attualmente ferma nel porto di Barcellona.

“Con le motovedette CP300 che sono a Lampedusa sarebbero potuti arrivare in meno di un’ora suo luogo del soccorso” aggiunge Gatti. L’altra nave attualmente ferma al porto di Marsiglia è la Sea Watch 3, protagonista negli ultimi mesi di due lunghe trattative per lo sbarco, la prima a Malta, la seconda a Siracusa.

Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch, dice: “Siamo arrivati a una situazione ridicola e paradossale. Tre anni fa, se avessi voluto essere pessimista, non avrei immaginato un quadro di questo tipo. Il Mediterraneo ad oggi è un deserto, lo hanno voluto desertificate con diversi mezzi, uno su tutti l’abuso di potere contro le ONG che i governi stanno usando per cavilli burocratici. Fermano navi che vorrebbero andare a coprire proprio quel vuoto”.

Al momento nessuna nave umanitaria è in mare. L’Aquarius, nave di MSF e Sos Mediteranèe, è stata disarmata poco prima di Natale, la Alan Curdi della ONG Sea-Eye è a Maiorca, Mediterranea a Palermo e come detto in precedenza la Open Arms a Barcellona e la Sea Watch 3 a Marsiglia.

“Si vuole rendere impossibile reperire informazioni nel Mediterraneo e lo fanno prima di tutto fermando le ONG, testimoni diretti di quello che avviene. Inoltre stanno eliminando la tracciabilità degli assetti, non sappiamo che navi ci sono in mare, quali velivoli lo sorvolano”, continua Giorgia Linardi.

La zona dove è avvenuto il soccorso è vicina a Lampedusa ma, al tempo stesso, è molto vicina anche alla zona SAR (Ricerca e Soccorso) maltese.

Non è la prima volta che i due governi si rimpallano accuse su chi dovesse intervenire. “Il primo assetto pronto ad intervenire, dovrebbe farlo. Questo dice la legge internazionale. Invece quando è un barcone o un gommone le persone non vengono trattate come naufraghi ma come migranti, che a quanto pare hanno meno diritti” chiosa la portavoce di Sea Watch.

“Dopo il caso Diciotti – aggiunge Riccardo Gatti – non si è proceduto contro chi ha commesso un reato e, quando non si fa rispettare la legge alle persone che hanno queste responsabilità, queste si sentono legittimate a ripetere gli comportamenti”.

Tratto da The Post International