Gli schiamazzi del Viminale sulla Libia e le cosiddette “ONG” raccontano della difficoltà del governo nel continuare a giustificare le sue politiche illegali e disumane.
Ancora una volta, la verità viene distorta in nome della propaganda politica calpestando i valori del rispetto della vita umana e della sua dignità.
La vaga affermazione della Commissione europea relativa solo all’autoassegnazione della zona sar da parte della Libia, contrasta con la chiarissima affermazione della portavoce della Commissione europea per la migrazione, Natasha Bertaud, che solo pochi mesi fa dichiarava senza mezzi termini che “Non ci saranno mai dei rimpatri dell’Ue verso la Libia o navi europee che rimandano i migranti in Libia. Questo è contro i nostri valori, il diritto internazionale e quello europeo. Siamo ben al corrente della situazione inumana per molti migranti in Libia”.
Le zone SAR funzionano per autoattribuzione degli Stati che le comunicano all’IMO. Da qui il paradosso di un paese dal quale le ambasciate europee ordinano ai propri cittadini di allontanarsi per l’alta pericolosità, che gestisce 80 miglia di mare coordinando gli interventi sulle barche in difficoltà, pur non avendo alcun porto sicuro dove riportare i naufraghi. Solo un altro Stato potrebbe adire al Tribunale internazionale del diritto del mare di Amburgo per contestare questo paradosso, ma non c’è evidentemente alcun interesse a farlo, in questa china discendente di retorica cattiva e strumentalizzazione delle migrazioni.
Basta leggere il rapporto dell’Alto Commissario ONU per i diritti umani (dicembre 2018) sugli “indicibili orrori” che avvengono nei campi di concentramento libici; o il rapporto di marzo 2019 sui risultati degli screening nutrizionali nel centro di detenzione di Sabaa. Basta guardare con attenzione, se riuscire senza distogliere lo sguardo, le immagini delle torture diffuse dai telefonini degli internati e rilanciate nel mondo il 25 febbraio scorso dalla televisione britannica Channel 4.
Questo governo non sta sfidando le navi della società civile e le cosiddette ONG, ma i principi fondativi del diritto internazionale dei diritti umani e la nostra costituzione. Dobbiamo essere consapevoli che rischiamo il baratro, un punto di non ritorno.
Ci auguriamo infine che anche l’OIM (Organizzazione Internazionale Migrazioni), chiamato in causa dal Viminale, prenda ora posizione ribadendo che la Libia non è in alcun modo un porto sicuro.

Questa è la nostra battaglia di verità, la battaglia di chiunque in questo momento abbia a cuore il futuro delle nostre società, per impedire che gli orrori in corso in Libia siano commissionati, finanziati e infine legittimati dai nostri governi.

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