Le famose dieci motovedette che ci sono costate 250 mila euro l’una, per un totale di due milioni e mezzo di euro, sono solo l’ultimo regalo che il Governo Italiano fa alla guardia costiera libica. Sì, avete letto bene. La Guardia Costiera libica, quella fedele al Governo di Accordo Nazionale del premier Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj. Quella che non soltanto inchieste giornalistiche o denunce di associazioni per i diritti umani ma anche processi giudiziari e rapporti di osservatori dell’Onu hanno indicato come un’organizzazione in mano a criminali che gestisce la tratta dei migranti. Proprio quella marina che minaccia le navi delle Ong, riporta i profughi dentro gli inferni dei campi di concentramento, quando non li lascia morire in mare o li accoppa direttamente a fucilate, come è recentemente accaduto ad un profugo sudanese. E’ cambiato il Governo non è cambiata la politica italiana nel Mediterraneo. L’Italia ha regalato altri due milioni e mezzo di euro a dichiarati trafficanti di uomini come il noto Abdul Rhaman Milad meglio conosciuto come Bija, appena riconfermato a capo della Guardia costiera, dopo un breve allontanamento dovuto agli scandali sollevati dalle pesantissime accuse dei funzionari delle Nazioni Unite. 

Un altro regalo milionario ad un regime criminale che, oramai nessuno si azzarda a negarlo, basa la sua forza sul traffico di armi, petrolio ed esseri umani ed è responsabile di torture, stupri, uccisioni e continue violazioni dei diritti umani.

Ma lasciamo perdere l’aspetto umano, per una volta almeno, e chiediamoci soltanto questo: quanto costa al nostro Paese finanziare questo circo dell’orrore

Una domanda alla quale non è affatto facile rispondere. E il primo motivo è che il nostro Governo – e parliamo tanto del Conte 1 che del Conte 2 che dei precedenti – non vuole che queste rendicontazioni vengano alla luce. I legali dell’Asgi, l’associazione studi giuridici sull’immigrazione, avevano inoltrato una formale richiesta di trasparenza a riguardo al ministero degli Affari Esteri. E’ notizia di due settimane fa che il Tar del Lazio abbia respinto tale domanda. I contribuenti italiani non possono sapere come il ministero spende i loro soldi in terra libica. 

Per avere una idea di quanto ci costa mantenere i torturatori libici, altro non resta da fare che buttare giù due “conti della serva”. 

Lo ha fatto, e bene, una inchiesta pubblicato su Euronews ad opera del collega Lillo Montalto Monella secondo cui “risulta che negli ultimi due anni l’Italia ha messo nel piatto libico quasi 475 milioni di euro, di cui 100 milioni provenienti da Bruxelles”.

Quasi mezzo miliardo di euro in due anni! E, come se non bastasse, si tratta di una cifra di sicuro sottostimata. Se non altro perché si riferisce ai finanziamenti regalati ad una sola delle fazioni in guerra, quella del tripolitana di al-Sarrāj. Ma l’Italia, grazie agli accordi dell’allora ministro Marco Minniti, ha offerto finanziamenti, sia pure minori, anche alle milizia di Haftar. Quanti soldi? Non si sa. La guerra in corso impedisce una gestione trasparente delle spese, spiegano al ministero. E questo è vero. Ma, casomai, dovrebbe costituire un motivo per cui non concedere questi finanziamenti!

Da sottolineare che, per lo più, questa vagonata di denaro che lascia l’Italia per le sanguinose coste libiche viene contrabbandata sotto voci del tipo: “investimenti per lo sviluppo” o “aiuti umanitari”. 

Quattro sono le principali strade per cui il nostro Paese finanzia le atrocità libiche. 

La prima strada passa per il Viminale. Il Ministero ha ricevuto 46 milioni di euro nel 2017 e 45 nel 2018 dalla voce che l’Europa ha destinato all’Africa “per lo sviluppo”. Altri 200 milioni vengono dal fondo italiano per l’Africa istituito nel 2017. Soldi destinati alla “cooperazione” da cui è stato prelevato il denaro per la messa in cantiere di 4 motovedette che vanno ad aggiungersi a 30 fuoristrada e 10 autobus speciali. Tanto per rimanere nei “regali” degli ultimi due anni. 

Poi ci sono i finanziamenti dei progetti italiani destinati alla cooperazione. Beneficiari sono associazioni come Cesvi, Emergenza Sorrisi, Helpcode, Cir e altre. A loro spetta la parte minore della “torta”. Appena 6,7 milioni di euro nell’ultimo anno. Certo, alcune di questa Ong svolgono un lavoro importante. Ma il loro impegno all’interno di campi di concentramento in cui la legalità non è neppure contemplata sulla carta, va per forza di cose oltre i limiti di una rendicontazione trasparente. Non è la prima volta che viene documentato come i generi di prima necessità portati da queste ong all’interno dei campi, vengano vendute dalle guardie al mercato nero o agli stessi profughi. Il punto che, come Dossier Libia, vorremmo ribadire è che in un campo di prigionia dove si pratica quotidianamente la tortura e lo stupro, non ci sono politiche di mitigazione che tengano. La struttura va chiusa, i prigionieri trasferiti in un luogo sicuro. Punto e basta. 

Oim, Unhcr e Unicef sono sostenuti dall’Italia con 30 milioni di euro prelevati dal sopracitato fondo per l’Africa. Gli accordi prevedono una generica partnership senza particolari richieste da parte del nostro Governo. In altre parole, l’Italia paga la sua parte senza stare a fare troppe domande su come vengono spesi questi soldi. 

Ma la voce spese più cospicua è senz’altro quella delle missioni militari. Missioni che vengono sempre definito “umanitarie”, naturalmente. Si tratta di supporti tecnici o militari, operazioni di assistenza con impiego di personale italiano e di mezzi dell’esercito e della marina come, per fare un esempio, “Mare sicuro”. Su questo capitolo l’Italia ha investito ben 325 milioni di euro dal 2017 ad oggi. Col solo risultato che in Libia si continua a torturare, violentare e uccidere più di prima! E qualcuno sosterrà che sono spese necessarie per “difendere i confini della nazione”.