Si ringrazia l’autore per la gentile concessione

La questione in gioco da anni nel mare tra Italia e Libia richiama l’essenza stessa del diritto e dei diritti umani. Il diritto ha senso solo per regolare e dare ordine a fenomeni umani. I diritti umani sono tali in quanto spettano ad ogni essere vivente in quanto tale“, scrive Paolo Bonetti, professore di Diritto costituzionale all’Università Bicocca di Milano, membro dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) e componente del comitato editoriale della rivista “Diritto, immigrazione e cittadinanza“, in un post sul suo profilo facebook.

La questione in gioco da anni nel mare tra Italia e Libia richiama l’essenza stessa del diritto e dei diritti umani. Il diritto ha senso solo per regolare e dare ordine a fenomeni umani. I diritti umani sono tali in quanto spettano ad ogni essere vivente in quanto tale“, scrive Paolo Bonetti, professore di Diritto costituzionale all’Università Bicocca di Milano, membro dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) e componente del comitato editoriale della rivista “Diritto, immigrazione e cittadinanza“, in un post sul suo profilo facebook.

In 18 punti, Bonetti, spiega con precisione ed estrema chiarezza la gravità di quanto sta accadendo in Libia e nel Mediterraneo, e quali dovrebbero essere le politiche da adottare.

1) Secondo la legge libica tuttora in vigore ogni straniero che entri o soggiorni irregolarmente in Libia è immediatamente arrestato e detenuto, ma oggi lo è a tempo indeterminato e senza processo.

2) La Libia non riconosce il diritto di asilo a nessuno straniero, non ha una costituzione, né alcuna effettiva tutela dei diritti dell’uomo ed è uno dei pochi Stati al mondo che non ha neppure ratificato la convenzione di Ginevra del 1951 sullo status di rifugiato;

3) Dal 2011 è in corso in Libia un conflitto armato interno che non vede una fine sicura, sicché nessuno dei soggetti politico-istituzionali funzionanti in Libia, né l’Onu, né altri Stati riesce a controllare in modo stabile il territorio e a disarmare le tante milizie armate e bande di trafficanti.

4) In questo caos decine di migliaia di stranieri sono stati catturati, torturati o sequestrati a scopo di estorsione o sfruttati come lavoratori schiavi o prostitute. Il 95% delle donne migranti è violentato.

5) Circa 6.000 stranieri sono detenuti nelle carceri controllate ancora dal governo di Tripoli in condizioni che l’Onu tuttora afferma disumane e degradanti, mentre decine di migliaia sono detenuti in carceri segrete controllate dalle milizie armate che seviziano, violentano e torturano tutti per tentare di estorcere denaro dalle famiglie nei Paesi di origine e consentire loro di uscire dai centri e imbarcarsi su barche insicure in modo che comunque nessuno riesca a sopravvivere troppo per ritornare e riuscire a ritrovare quei luoghi.

6) Il governo provvisorio di Tripoli ha ottenuto finanziamenti italiani ed europei per controllare il mare ma non lo fa e riporta i pochi salvati nelle medesime condizioni inumane e degradanti.

7) Gli artt. 13, 14 e 25 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, prevedono che ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese, ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni e ha diritto ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari. Ciò comporta anche il diritto di lasciare la Libia che è uno Stato in cui dal 2014 imperversa un conflitto armato interno e che non assicura alcuna effettiva tutela minima alla vita, alla sicurezza e alla libertà delle persone.

8) E’ già stato acquisito dagli investigatori della Corte penale internazionale dell’Aja l’ultimo rapporto del segretario generale dell’ONU al Consiglio di sicurezza con cui si ricordano gli orrori sui i migranti in Libia: privazione della libertà e detenzione arbitrarie in centri ufficiali e non ufficiali; tortura, compresa la violenza sessuale; rapimento per riscatto; estorsione; lavoro forzato; uccisioni illegali. Mentre finanziamenti italiani ed europei sono stati inviati al governo e alle milizie perché fermino le partenze verso l’Italia, il segretario generale ricorda che i responsabili di tali orrori sono proprio funzionari statali, gruppi armati, contrabbandieri, trafficanti e bande criminali. Alcuni di questi sono proprio i beneficiari degli “aiuti” materiali ed economici (motovedette, equipaggiamento militare, finanziamenti) che da quasi due anni ricevono dall’Italia e dall’UE.
Secondo il segretario generale dell’ONU durante l’ultimo trimestre c’erano oltre 669.000 migranti in Libia, tra cui donne (12% dei migranti identificati) e bambini (9%), ma nei centri controllati dalle autorità (in cui secondo l’Onu si verificano gravi e ripetute violazioni dei diritti umani) sono soltanto 5.300 migranti, dei quali 3.700 hanno bisogno di protezione internazionale e dunque dovrebbero essere trasferiti subito in Europa, mentre di tutti gli altri non si sa quasi nulla.
La descrizione degli abusi, infatti, non include i centri di detenzione gestiti da gruppi armati, che sono inaccessibili al governo di accordo nazionale di Tripoli. Molti migranti si trovano nelle 26 prigioni comuni del Paese, dove si stima vi siano circa 6.400 detenuti, ma migliaia di altri si trovano in centri di detenzione sottratti al controllo di quel governo libico e spesso gestite direttamente dai gruppi armati.
Perciò il segretario generale dell’ONU afferma la sua profonda preoccupazione per il dilagare in Libia di violazioni dei diritti umani e degli abusi commessi nell’ambito della detenzione e per la detenzione arbitraria prolungata di migliaia di uomini, donne e bambini.

9) E’ dunque evidente perché da anni la Libia non può essere certo un porto sicuro per nessuno. Invece il diritto di sbarco in un porto sicuro pare essere in discussione in ogni singolo episodio di salvataggio, senza considerazione alcuna per le norme.
Infatti il diritto internazionale del mare (Convenzione Sar sulla ricerca e il soccorso in mare ratificata dall’Italia nel 1989; Convenzione Solas sulla salvaguardia della vita umana in mare ratificata dall’Italia nel 1980 e la Convenzione delle Nazioni unite sul diritto del mare, ratificata nel 1994, tra le altre) prevede che ogni Stato e, quindi, anche le autorità italiane, abbiano l’obbligo di adottare tutte le misure necessarie a che tutte le persone soccorse possano sbarcare nel più breve tempo possibile in un luogo sicuro.
Inoltre il rifiuto di consentire lo sbarco, in particolare a persone sfuggite a torture e violenze, che oggi si trovino in permanenza prolungata su qualsiasi imbarcazione in condizioni di pericolo o di sovraffollamento e di promiscuità e con bisogno di accesso a cure mediche e a generi di prima necessità viola il diritto alla vita e il divieto di trattamenti inumani e degradanti previsti dagli artt. 2 e 3 della Convenzione europea per i diritti dell’Uomo, oltre che il principio di non refoulement e il diritto di accedere alla procedura di asilo previsti dalla Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato, dal diritto dell’UE e dal diritto di asilo garantito dall’art.10 comma 3 della Costituzione italiana.

10) A seguito di sei azioni di accesso civico inoltrati al Ministero dell’interno ed al Ministero delle infrastrutture e Trasporti in merito alla dichiarata chiusura dei porti italiani nelle vicende riguardanti la nave militare “Diciotti” e le navi della ONG Proactiva Open Arms, ASGI ha ottenuto dai predetti Dicasteri risposte che confermano che essi non hanno emanato alcun provvedimento formale di chiusura dei porti.
Perciò le navi che soccorrono i migranti nel mar Mediterraneo avrebbero potuto accedere ai punti di sbarco in Italia senza violare alcun atto governativo e non vi è alcun ostacolo giuridico opponibile alle navi delle organizzazioni umanitarie in relazione all’attracco sulle nostre coste.
Ciò significa che le autorità competenti, civili e militari, anche quelle portuali, devono rispettare le norme nazionali ed internazionali in vigore, nel rispetto al principio di legalità e trasparenza dell’azione amministrativa, tenendo in considerazione esclusivamente ordini formalmente e sostanzialmente legittimi disposti dalle competenti Autorità e non mere affermazioni che, pur provenienti dal Governo, siano prive dei suddetti requisiti e ricordando l’obbligo per ogni militare di non obbedire ad ordini che contrastino con la Costituzione o che costituiscano reati.

11) Allorché migranti siano soccorsi in un’area apparentemente di competenza della Libia, ciò non comporta l’obbligo che sia poi la Libia a doversene fare carico. Infatti la convenzione Sar del 1979 non riconosce diritti agli Stati, ma prevede soltanto obblighi e in particolare quello di mettere in atto strutture adeguate, in mare e a terra, per fare ricerca e soccorso. La Sar è infatti soltanto uno strumento per rendere efficace la ripartizione di competenze fra nazioni costiere. Il punto di partenza è che la ricerca e il soccorso prevedono una serie di obblighi fra cui avere personale formato, assetti navali e aerei, almeno un centro di coordinamento a terra.
Lo stesso Comando generale del Corpo delle Capitanerie di Porto-Guardia costiera ha scritto che la registrazione nel maggio 2018 ottenuta dal Governo di accordo nazionale libico presso l’Imo della pubblicazione dei dati geografici identificativi della propria Sar, gli indirizzi ed i recapiti delle competenti Autorità Sar libiche sulla piattaforma digitale del sistema Gisis (Global Integrated Shipping Information System) “ha valore meramente pubblicistico nei confronti della comunità marittima internazionale e non riveste carattere cogente”.

12) Per queste ragioni qualunque nave che per qualunque motivo si trovi in quei mari ha l’obbligo giuridico di salvare la vita chi necessita di soccorso, mentre per quanto riguarda il porto di approdo e di sbarco dei naufraghi il fatto che il salvataggio sia avvenuto nell’area Sar di un Paese non comporta affatto l’obbligo internazionale che le persone salvate debbano poi essere sbarcate in un porto dello stesso Paese.
Qualora i migranti vengono soccorsi in un’area di competenza della Libia, non si può sostenere che poi sia la Libia a doversene fare carico ed anzi uno Stato europeo che pur potendo effettivamente impedire la consegna ai libici dei migranti soccorsi aiutasse in qualsiasi modo soggetti libici a riportarli in Libia potrebbe violare il divieto di trattamenti inumani e degradanti previsto dall’art. 3 CEDU.

13) L’obbligo degli Stati di garantire lo sbarco in un luogo sicuro delle persone soccorse in mare nel più breve tempo possibile, sancito dalla normativa internazionale e nazionale, non può in alcun caso essere condizionato dalla disponibilità di altri Stati ad accogliere successivamente le persone sbarcate

14) La perdurante mancata riforma del regolamento UE sulla determinazione dello Stato competente ad esaminare una domanda di protezione internazionale (per la contrarietà di alcuni Stati contro la proposta emendata dal Parlamento europeo) continua a fare applicare il regolamento UE vigente, sicché anche chi sbarca a seguito degli accordi politici fra alcuni stati UE che su base volontaria (e priva di ogni vincolo giuridico) decidono di accogliere, non ha poi nessuna certezza di essere trasferito, e potrebbe perciò restare nel territorio del porto di primo approdo nell’UE, cioè in territorio maltese o italiano o spagnolo o greco.

15) La mancata efficacia delle politiche europee in materia di asilo deriva non già dagli organismi dell’UE, ma dalla volontà di ognuno degli Stati membri che in questi anni (fin dal trattato di Lisbona) hanno voluto mantenere loro ampi spazi di sovranità senza alcun vincolo efficace comune e di solidarietà

16) Per fare cessare qualsiasi flusso migratorio occorre incidere in modo efficace e legittimo sulle cause che spingono la migrazione (guerre, sottosviluppo, persecuzioni) e prevedere forme regolari di ingresso conformi alle cause e al calo demografico inarrestabile e non serve mai incidere soltanto sugli effetti (migranti in transito). Tuttavia intanto ora vi sono decine di migliaia di esseri umani in pericolo immediato di vita in cerca di salvezza. Non servono ora protocolli come i corridoi umanitari, né altro. Serve salvare vite umane in pericolo immediato e basta.
Lo sappiamo e non facciamo nulla di concreto per evitarlo ed anzi il Governo italiano e l’UE cofinanziano soggetti che in questi anni hanno contribuito a torturare e umiliare altri esseri umani: il solo fine di queste politiche sembra essere “purché restino là” e “purché non venano qua”, anche se muoiono in carcere o in mare, anche sono torturati, violentati, sequestrati. Da ultimo il presidente del Consiglio italiano è andato qualche settimana fa ad Asmara a stringere la mano ad un feroce dittatore da cui fuggono decine di migliaia di persone, quasi tutte riconosciute rifugiate in ogni Stato d’Europa se riescono ad attraversare la Libia….

17) Tra gli Stati di partenza dei migranti che oggi sbarcano in Italia la grande maggioranza non è mai stata colonia francese, ma colonie italiane (Eritrea e Somalia) e colonie britanniche (Pakistan, Bangladesh, Nigeria, Sudan, Ghana, Egitto, Irak, Gambia) o sono sempre stati Paesi indipendenti (Iran e Afghanistan). Per tali Stati come per le ex colonie francesi che adottano il franco CFA (come Mali o Burkina Faso o Guinea o Senegal o Costa d’Avorio) le ragioni delle migrazioni hanno ben poco a che vedere con le colonizzazioni cessate nel 1960 o col neocolonialismo, ma riguardano conflitti armati, carestie, dittature, oppressioni politiche o religiose contro le minoranze ecc.

18) Tutto il resto non fa capire le responsabilità e fa credere che il fenomeno migratorio sia un’emergenza e non un fenomeno ordinario nella storia dell’umanità che può essere regolato in modo ordinario. Fare credere la migrazione un’emergenza per la nostra sicurezza impaurisce e non serve certo a governare un fenomeno sociale planetario e ordinario, ma può servire qualcuno a convincere gli impauriti e a raccogliere consensi utili in vista delle prossime elezioni europei.

Paolo Bonetti è professore di diritto costituzionale all’Università degli studi di Milano e direttore del Master in Diritto degli stranieri e politiche migratorie.