Succede che il primo settembre due pescherecci italiani facenti capo alla marineria di Mazzara del Vallo vengono bloccati dalle forze libiche ed otto pescatori italiani vengono “scortati” fino al porto di Ras al Hilal. Poco dopo, il trasporto presso il carcere di El Kuefia, a 15 chilomentri da Bengasi: erano ad una quarantina di miglia dalla Cirenaica, dove il partito Libyan Nation Army (LNA) di Haftar la fa da padrone con violenza. Recente la notizia che il processo verrà svolto in Libia.
Un paio di giorni dopo viene formulata l’accusa: traffico di droga. Evidentemente e platealmente una pantomima per alzare la posta in palio e chiedere l’estradizione di quattro connazionali libici: Alaa Faraj al-Maghribi, Abdel-Rahman Abdel-Monsef, Tariq Jumaa al-Amami e Mohamed Essid, accusati della strage di Ferragosto in cui persero la vita 49 migranti, condannati a trent’anni di carcere dalla Corte d’assise di Catania prima e dalla Corte d’appello dopo.
La richiesta, folle, avviene per tre chiari motivi.
Il primo, i precedenti dello Stato italiano in ambito di prigionieri politici e tutela dei propri connazionali sono poco rassicuranti. Questo modus operandi permette di avere un’immagine, agli occhi della comunità internazionale, debole. E questa debolezza viene sfruttata specialmente dagli Stati più repressivi. L’esempio più altisonante sono i rapporti tra il nostro Paese e l’Egitto, andati a gonfie vele dopo il maledetto febbraio 2016. Questo lascia trasparire una debolezza visibile. Dietro Haftar ci sono la Russia che prepara mercenari siriani da mandare per la guerra civile libica, ma soprattutto Arabia Saudita ed Egitto. E l’Italia con questi regimi ha traffici intensi, soprattutto nel settore degli armamenti. I sauditi e gli egiziani sono i ventriloqui del burattino Haftar: dietro l’arresto/rapimento dei pescatori italiano ci sono anche loro. Risposta ricattatoria e chiaro segnale verso la preannunciata ed imminente nuova conferenza sulla Libia: tradotto vuol dire “appoggiate il LNA o saranno guai per i pescatori italiani”.
Il secondo punto: dimostrazione ancora una volta dell’inefficienza dei milioni versati da Roma verso Tripoli. Sborsare soldi verso la Libia non equivale a maggiore sicurezza, ma ad un nuovo segno di dichiarata debolezze oltre che al non rispetto dei più basilari diritti umani. A novembre 2019 lo Stato italiano ha rinnovato il memorandum con il Paese nordafricano: 500 milioni per bloccare i migranti e rinforzare la sedicente Guardia Costiera libica. Dare fiumi di denaro a trafficanti di essere umani, ai mafiosi locali, dà un segnale di fragilità istituzionale: e nelle fragilità istituzionali si inseriscono le “tarme”, i comportamenti illegali, come il rapimento dei pescatori italiani.
Terzo punto: dalla Libia alcuni mesi fa è arrivata una normativa estremamente violenta, inquietante e minacciosa.

Nonostante questo, comunque l’Italia ha sottoscritto il memorandum. Nonostante questo, l’Europa è rimasta tacitamente silente.

Il decreto libico 1034/2019 è stato emanato per intralciare le operazioni di salvataggio delle imbarcazioni e, di rimando, per minacciare le imbarcazioni europee. Di fatto, anche i pescherecci, che molte volte sono stati protagonisti di salvataggio di migranti.
Composto da 19 articoli, è previsto che “le organizzazioni interessate a collaborare nella ricerca e salvataggio marittimo devono presentare una domanda di autorizzazione” (art. 7) e “devono fornire periodicamente tutte le informazioni necessarie al centro di coordinamento libico per il salvataggio in mare (LMRCC)” (art. 8).
Inoltre, “in caso d’ingresso, per i casi emergenziali e speciali, nelle acque territoriali libiche, si può ricevere assistenza immediata previo autorizzazione e supervisione del centro (LMRCC)” (art. 9).
I capitani di ogni nave devono notificare il proprio intervento (art. 12), molteplici imbarcazioni vengono definite di “contrabbando” e quindi consegnate allo Stato libico (art. 13), l’equipaggio portato davanti la Procura pubblica libica (art. 14).
Il Decreto libico 1034/2019 è stato un messaggio inequivocabile e violento, di stampo mafioso. Essersi piegati senza colpo ferire ha dato nelle mani dei libici, sia del partito GNA che a quello LNA, grande forza e sicurezza.
E’ doveroso chiedere alle istituzioni preposte di annullare immediatamente i trattati firmati e chiedere istantaneamente il rilascio degli 8 pescatori italiani ingiustamente arrestati: l’Italia non deve piegarsi alla Libia e deve troncare i rapporti anche con gli alleati di Haftar, Al Sisi e il Re Salem.
Gli otto pescatori italiani non possono essere processati in uno Stato dove mancano i più basilari diritti umani, dove le fosse comuni sono la prassi, dove i burattini Al Sarraj ed Haftar si stanno macchiando di gravi violazioni dei diritti umani.

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