Una apertura importante quella del Rwanda, che punta a spostare la centralità europea nella questione del business migratorio (perché i migranti oramai sono una “merce” che vale quanto il petrolio) ed accreditare la piccola repubblica africana come uno degli interlocutori principali per la comunità internazionale. La dichiarazione del presidente ruandese Paul Kagame che si è detto disposto ad accogliere in patria almeno 30 mila immigrati africani respinti dalle muraglie europee, ha già aperto al Paese le porte del ristretto “club” dei G7. Kagame, infatti è stato il solo capo di Stato dell’Africa nera ad aver partecipato al vertice svoltosi a fine agosto a Biarritz, nei Pirenei francesi. 

L’impegno verbale del presidente Kagame è stato tradotto in un accordo internazionale che sarà ufficialmente sottoscritto nei prossimi giorni ad Addis Abeba davanti ai rappresentati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e dell’Unione Africana, l’organizzazione internazionale che unisce tutti gli Stati africani e che ha sede proprio nella capitale etiope.

Secondo questa intesa, il piccolo Paese africano, che è già dato una patria a centinaia di migliaia di profughi in fuga dalla Repubblica democratica del Congo e dal Burundi, si impegna a fornire un “porto sicuro” ai migranti attualmente rinchiusi in condizioni inumane nei lager libici. L’accordo prevede sia una ospitalità di transito, sia una possibile sistemazione definitiva nel Paese. Spetterà all’Unhcr individuare i migranti più a rischio nelle carceri libiche da spostare in Rwanda. 

Il primo gruppo di circa 500 rifugiati arriverà, secondo fonti dell’Unhcr, già nelle prossime settimane e saranno sistemati nel centro di accoglienza di Gashora nel distretto di Bugesera, nel sud del Paese. Le dichiarazioni rilasciate dal Governo ruandese, che in questo modo potrà accedere ai fondi messi a disposizione dall’Europa per il controllo dei flussi migratori, lasciano intendere che l’accoglienza non riguarderà solo i profughi attualmente imprigionati in Libia ma anche a quelli detenuti nelle prigioni del Niger e della Nigeria, che versano in condizioni non meno terribili. 

Una capitolo, questo dei migranti detenuti in Niger e in Nigeria di cui in Europa si preferisce tacere. Eppure qui vengono incarcerati in condizioni barbare molti profughi rifiutati dai Paesi europei e, in particolare, dall’Inghilterra che ha finanziato la realizzazione di molte strutture detentive in Nigeria in cui si compiono veri crimini. Amnesty International tramite il rapporto “Stellette sulle loro spalle, sangue sulle loro mani” ha denunciato alti ufficiali dell’esercito nigeriano per aver preso parte all’uccisione di oltre 8 mila persone “soffocate, torturate o lasciate morire di fame”.

Va sottolineato, che l’accoglienza che offrirà il Rwanda sarà, perlomeno nella carta, una accoglienza gestita secondo i criteri umanitari delle Nazioni Unite ed i migranti avranno accesso alla sanità, ai servizi sociali e dotati tutti di regolari documenti. Una cosa ben diversa dalla presunta “accoglienza” offerta da Paesi come la Tunisia, in cui i profughi sono semplicemente “parcheggiati” dell’Unhcr e non riconosciuti legalmente dal Governo locale. 

“La situazione ci induce alla solidarietà come dovere morale ed etico. E la nostra solidarietà si tradurrà in pratica con la disponibilità ad accogliere i nostri fratelli africani che vivono in condizioni disumane nei campi di detenzione. Chiunque di loro voglia venire in Rwanda è il benvenuto” ha dichiarato Paul Kagame.  Una apertura forse dettata anche da ragioni umanitarie, come afferma il presidente, ma che nasconde anche un pesante schiaffo alla Francia. 

Venticinque anni dopo il terrificante genocidio che insanguinò il piccolo Paese africano, il Rwanda è ancora sotto la minaccia che il conflitto tra tutsi e hutu possa riaccendersi. Nel solo 2018 le forze militari ruandesi hanno dovuto bloccare ben due tentativi di invasione da parte delle Fdlr, le Forze Democratiche per la liberazione del Rwanda. Un gruppo di sedicenti ribelli che ancora si richiamano alla teoria razzista dell‘Hutu Power, indicati come responsabili di genocidio dalle Nazioni Unite. Nel solo 2009, l’Fdlr ha compiuto una dozzina di attentati nel Congo orientale, massacrando centinaia di civili. L’appoggio militare delle Forze Democratiche per la liberazione del Ruanda è alla base dell’elezione del presidente Pierre Nkurunziza in Burundi, un integralista cristiano che si definisce “prete re” e che nel luglio del 2015 è stato riconfermato per il terzo mandato consecutivo, nonostante la Costituzione burundese ne preveda un massimo di due, dopo una tornata elettorale in cui era stata vietata la presenza di osservatori internazionali. 

Una organizzazione, in poche parole, che possiamo senza ombra di dubbio definire terrorista, questa dell’Fdlr, ma che è estremamente funzionale agli interessi francesi a tenere destabilizzata un’area ricchissima di risorse minerarie come la fascia subsahariana. Una zona in cui, non a caso, imperversano altri gruppi terroristi e dove è forte la presenza militare francese. La stessa Francia sostiene ufficialmente, con denaro e armi, il Governo del presidente re prete e, chiamiamolo pure, dittatore e complice di stragisti Pierre Nkurunziza, nonostante l’Unione Europea abbia imposto sanzioni economiche al Paese per le tante violazioni dei diritti umani. 

Un altro emblematico esempio del mosaico di dittature, terrorismi ed interessi milionari che sta strozzando l’Africa sub sahariana è quanto avviene nel Niger, un Paese indipendente solo nel nome perché di fatto è governato da una multinazionale, la Areva, e la totalità della sua esportazione di uranio è di proprietà della Francia che copre così più della metà del fabbisogno delle sue centrali nucleari. L’esercito francese è presente nel territorio nigerino con la scusa di “combattere il terrorismo” di Boko Haram ma, secondo molte inchieste giornalistiche e report di osservatori internazionali, i soldati francesi, nella migliore delle ipotesi, si limitano a convivere con i terroristi e, di sicuro non fanno nulla per contrastare la tratta dei migranti e fermare le carovane che trasportano merci, droghe e armi di contrabbando verso quei mercati che l’Europa, con le sue assurde politiche migratorie, continua a foraggiare, obbligando, proprio in virtù della militarizzazione delle frontiere, le persone in fuga a rivolgersi ai trafficanti.

Il presidente ruandese Paul Kagame, personaggio che continua ad essere boicottato in tutti i modi dal Governo di Parigi nonostante le recenti aperture di Emmanuel Macron, con questo storico accordo ha voluto affermare che l’Africa è in grado di gestire se stessa se posta in una cornice di democrazia interna e mutua solidarietà. Soprattutto, Paul Kagame ha aperto una strada che va controcorrente rispetto alla strategie europee finalizzate solo a reprimere un fenomeno che non si può reprimere ed a contrastare un fenomeno che non può essere contrastato ma solo governato.