Le testimonianze che seguono sono state raccolte da Emilia Corea, referente per conto dell’Associazione La Kasbah dell’Equipe multidisciplinare di Cosenza. L’equipe opera sulla base di un Protocollo di Intesa promosso dall’Associazione “La Kasbah” con l’Azienda Sanitaria di Cosenza, la Regione Calabria e l’Ambulatorio Medico “Senza Confini”. Le testimonianze mostrano un orrore che egoisticamente vorremmo non conoscere, la pratica della tortura perpetrata su uomini, donne e minori all’interno delle carceri (governative e non) libiche. Negli ultimi 3 anni sono oltre 500 i percorsi di riabilitazione fisica e psicologica intrapresi dai sopravvissuti a tortura ospiti dei centri di accoglienza della Provincia di Cosenza. Le testimonianze riportate sono state estrapolate dai racconti delle vittime di tortura incontrate all’interno dei locali dell’Associazione “La Kasbah” durante lo scorso anno

“Il pavimento era lurido. Dappertutto si avvertiva puzza di urina, di feci, di sudore. Odore di morte, ovunque. A volte bastava spostarsi di qualche metro per avvertirne di altri, quello dolciastro del sangue sui corpi scheletrici dei miei compagni di cella, quello di umidità e di sporcizia nell’antro buio e madido nel quale ci avevano segregato.  Quell’odore dolciastro che ti entrava nelle narici, nei capelli, sotto la pelle. Sotto la pelle, sotto le croste che si erano  formate man mano che i giorni passavano. Non sapevamo da quanti giorni fossimo in quell’inferno e nemmeno quanti ancora ne sarebbero passati. Non sapevamo dopo quanto tempo avremmo ceduto, chi di noi sarebbe stato il prossimo. Non sapevamo se il prossimo che avessero gettato nuovamente nella cella sarebbe sopravvissuto al supplizio.  Qualche ora prima, una giovane donna sdraiata dall’altra parte del pavimento aveva partorito un neonato morto. Lo aveva tenuto tra le braccia tutta la notte fino a quando gli uomini che le stavano vicino non glielo avevano tolto di dosso. Lo avevano avvolto all’interno di una maglietta lacera e lo avevano nascosto alla vista della madre, sperando che i carcerieri lo portassero via presto. Ci erano voluti tre giorni prima che lo facessero”. 

Il lavoro di ricostruzione della memoria traumatica nelle vittime di trattamenti inumani e degradanti è assai complesso. Chi è sopravvissuto a tortura non è portato a parlare dell’esperienza subìta. Nel lavoro di riabilitazione psicologica il silenzio è il primo, grande, vero nemico da superare. Il silenzio derivante dalla lacerazione interna, intima, segreta della personalità della vittima. Il silenzio derivante dalla vergogna delle condizioni di prigionia. In carcere si entra nudi, si rimane nudi per tutto il tempo della reclusione, mi racconta un paziente della nostra equipe sociosanitaria sopravvissuto a tortura. Spesso  è il senso di indistinzione tra vivi e morti, tra uomini e animali, tra sopravvissuti e resti umani a generare il senso di vergogna. 

“Aspettavo, aspettavo e rabbrividivo. La tosse da qualche giorno mi scuoteva il petto all’improvviso, sapevo di essere malata. Sentivo dolore dappertutto. Freddo e fame. L’acqua che ci avevano portato due giorni prima era già finita. Anche questa volta aveva un odore rivoltante ma non potevamo rifiutarci di berla. Saremmo morti tutti da lì a poco, lo sapevo. Intanto aspettavo, aspettavo e tremavo tutta. Sentivo i loro passi pesanti, le loro voci, la puzza dei loro sigari. La porta si spalancava all’improvviso. Entravano come furie. Urlavano e ci colpivano rabbiosamente. Provavamo a coprirci la testa, per schivare i colpi, ma era tutto inutile. E quando si avvicinavano a me il respiro si fermava. Pregavo perché andassero oltre, perché non si accorgessero di me. Perché sapevo che dopo le bastonate si sarebbero portati via 4 o 5 di noi donne. Quando presero le altre fui quasi sollevata, ma le loro urla frastornavano la mia testa. Ed io ero loro. E loro erano me. Questa volta ero salva, ma la prossima…la prossima?”

Tra le torture maggiormente praticate in Libia, il primo posto spetta alla Falaka o Falaqa, o Falanga, antica pratica di punizione corporale consistente nella “battitura” delle piante dei piedi, spesso con dei frustini di caucciù, secondo quanto riferiscono i sopravvissuti. Questo tipo di tortura causa il danneggiamento dei talloni, dei tessuti molli del piede, causando dolore e difficoltà nella mobilità, anche a distanza di anni. La “battitura” determina, nell’immediato, un rigonfiamento della pianta del piede oltre che ematomi interni che impediscono la deambulazione per settimane. In tal modo, è più difficile che i prigionieri riescano a scappare dalle carceri prima che il riscatto per la loro liberazione venga pagato.

Video girato da richiedenti asilo durante il periodo della loro detenzione in Libia

Altra forma di tortura, particolarmente in auge tra i macellai libici, è quella della sospensione, a una trave, a un ferro, a dei ganci posti generalmente in alto. A testa in giù, solitamente nudi, mentre gli aguzzini si adoperano nel percuotere violentemente il corpo del detenuto con bastoni, manganelli, fruste, pugni e calci. Dai racconti dei richiedenti asilo in carico all’equipe emerge che anche la tortura da elettrodi è largamente utilizzata in Libia. E poi la più classica delle torture: la violenza sessuale, praticata soprattutto nei confronti delle donne e dei minori. Tutti i richiedenti asilo in carico all’equipe di Cosenza, che all’epoca del loro soggiorno in Libia erano minori, hanno riferito di essere stati stuprati all’interno delle carceri libiche.

“Mi legavano le mani a un palo, mi aprivano con la forza le gambe, qualche volta usavano il pugnale per costringermi a farlo. Le vedi queste cicatrici? Mi ero rifiutata di essere violentata da loro. Mi sentivo come un animale in un macello, pronta per essere scannata. Andavano avanti tutta la notte. Uno finiva, l’altro arrivava. Ridevano e masticavano tabacco. Mi sbattevano contro il viso i loro peni, mi schiaffeggiavano, mi sporcavano ed io morivo tutte le volte. Quando sei legata in quel modo non puoi fare nulla e loro possono fare di te tutto quello che vogliono. Non sei niente. Non sei più nessuno”. 

Dalle testimonianze raccolte attraverso il nostro lavoro emerge che lo stupro sia tra le forme di tortura maggiormente praticate in Libia. Di solito vengono prese di mira le giovani donne. Se sono incinte ci si accanisce contro di loro ancora di più. Ma nemmeno i minori sono esenti da questa forma di tortura. Dal lavoro presso l’equipe sociosanitaria emerge, inoltre, che sono soprattutto i gruppi di ribelli, trafficanti, milizie (coloro che generalmente vengono indicati come “asma boys”) , all’interno delle carceri non governative a praticare stupri di gruppo nei confronti dei minori. 

La prima volta che sono finito in carcere avevo 15 anni. Il carcere era un vecchio magazzino fuori dal centro abitato, a Sabbah. Eravamo oltre 100 persone, tutti maschi, tutti in un unico ambiente. All’ingresso ci stava un ripostiglio dove qualche volta portavano i ragazzi. La prima volta che mi hanno portato nel ripostiglio avevo paura perché pensavo che volessero ammazzarmi. Io non lo sapevo che esistesse una maniera del genere per fare del male a una persona. Io non lo sapevo. Non lo sapevo nemmeno quando mi hanno costretto a piegarmi. Avevo paura. Piangevo e non capivo quello che mi avrebbero fatto. Poi l’ho capito ed ho avuto ancora più paura di morire. Però i ragazzi che li costringevano a fare quella cosa non venivano più picchiati. Alla fine ti davano un biscotto. Quando durante la notte vedevamo un ragazzo rientrare nella cella con il biscotto in mano capivamo tutti quello che era successo nell’altra stanza. 

La tortura da sospensione provoca lacerazioni permanenti ai muscoli e alle articolazioni, determinando gravi condizionamenti fisici che possono creare problemi anche nella ricerca del lavoro. Il posizionamento a testa in giù non è casuale: gli organi si comprimono verso le scapole, il sangue scorre verso il cervello amplificando il dolore, ogni secondo dura un’eternità, ogni attimo è una pillola di inferno nei sotterranei umidi e bui delle prigioni. 

Video girato da richiedenti asilo durante il periodo della loro detenzione in Libia

“Se vivi o muori dipende da quanto tempo le articolazioni possano resistere mentre senti polmoni e fegato scivolare verso il cuore e comprimersi in una morsa atroce. Mentre senti il sangue affluire al cervello. Quando decidevano di farla finita, tagliavano le corde alle quali ero appeso, cadevo violentemente a terra e ogni volta cominciavo a perdere sangue dal naso”.

E poi la tortura con gli elettrodi. Applicati generalmente tra le pieghe delle dita, sui genitali, sulla lingua, sulla testa. Altre volte, raccontano i sopravvissuti a tortura, vengono costretti a immergere i piedi in una bacinella di acqua e un cavo elettrico viene buttato all’interno. Altre volte usano manganelli elettrici.

“Ah, le courant éléctrique!  In qualsiasi punto del corpo venga apposto il cavo senti tutto il corpo sussultare.  Poi perdi i sensi, cadi a terra e al risveglio avverti un senso di malessere diffuso. Io vomitavo sempre dopo essermi svegliato. Il corpo continuava a farmi male per giorni”.

Le conseguenze sul corpo sono molteplici anche nel caso di tecniche di tortura psicologiche, quali la privazione sensoriale e visiva o, al contrario, l’esposizione a una luce accecante o a un rumore assordante. Generalmente il disagio si riassume attraverso un’aumentata reattività fisiologica, nell’alterazione sonno-veglia, nella depressione marcata, nella tendenza all’isolamento, nelle pratiche di autolesionismo o nelle tendenze suicide. Tutta una serie di sintomi che vanno a comporre la diagnosi di “Disturbo post-traumatico da stress”.

Ho paura ad addormentarmi perché mi sveglio all’improvviso, quasi sempre urlando. I miei compagni di stanza dicono di essere spaventati dalle mie reazioni ma io non ricordo nulla. Ho un dolore insopportabile al petto, non riesco a respirare. Io penso che si tratti di un problema ai polmoni ma gli esami che ho fatto non mostrano nulla. Rimando spesso a letto, da solo, tutto il giorno. Ma ho paura. Ho paura perché la solitudine mi riporta in carcere. A volte sento le urla nella mia testa. A volte sono quelle degli uomini che mi ordinano di fare delle cose. Altre volte sono voci di donne e di bambini. Ho paura di impazzire. Mi sento come se non fossi più un essere umano. 

Nel lavoro con i sopravvissuti a tortura il nemico principale da abbattere è il silenzio. Spesso il silenzio è assai più doloroso dei racconti strazianti delle torture subìte. Il silenzio derivante dall’incapacità di comunicare l’inferno interiore o dalla paura. O dal senso di vergogna. O dalla rievocazione della sofferenza. Spesso è più doloroso dei pianti ininterrotti, delle lacrime che sgorgano a fiotti. Gli occhi asciutti, la voce intrappolata in gola, gli sguardi spenti, sono testimoni di una lacerazione profonda che nessun intervento di tipo terapeutico può sanare. “Chi è stato torturato rimane torturato. Chi ha subìto su di sé l’umiliazione della tortura, non potrà mai più ambientarsi nel mondo”, scriveva Jean Amery 70 anni fa. 

La tortura iscrive sul corpo della vittima sofferenza e umiliazione, la trasforma in un corpo privato di voce.