Attendono con pazienza, accucciati negli angoli delle strade. Attendono all’ombra perché, qui a Zarzis, nella Tunisia meridionale, il sole picchia duro anche la mattina presto. Vengono per lo più dai Paesi subsahariani come il Niger, il Ciad o il Sudan. Quasi tutti sono passati per gli orrori dei centri di detenzione libici e glielo si legge negli occhi. I camion che passano a raccoglierli sono talmente mal messi che non si capisce come riescono andare avanti. I migranti ci salgono silenziosamente, come fanno tutte le mattine. Alcuni vanno nei campi. Ma la maggior parte viene impiegata come muratori. C’è sempre qualcosa da costruire a Zarzis, un intonaco da rifare, un altro piano della casa di famiglia da tirare sù perché si è sposato un altro figlio. Il permesso edilizio da questa sponda del Mediterraneo, non te lo chiede nessuno. Sempre ammesso che qualcosa di simile esista. Anche per questo, oltre che per la manodopera praticamente schiavizzata, Zarzis risplende di villette tutte nuove e piastrellate che sembrano bomboniere luccicanti.

La cittadina che sorge ad un tiro di schioppo dalla quasi isola di Djerba, legata alla terraferma da un cordone di strada, sembra costruita apposta per un turismo balneare di massa. Turismo che da queste parti potrebbe durare 12 mesi all’anno e dare da vivere a tutti i suoi 70mila abitanti “ufficiali” di Zarzis. Anche grazie al lavoro, ma forse è meglio scrivere “sfruttamento”, dei suo abitanti “non ufficiali”: i migranti. La vicinanza con la Libia ed i continui spiaggiamenti di cadaveri di migranti affogati nel tentativo di raggiungere l’Europa – di cui i media hanno dato ampio risalto -, hanno disinnescato il potenziale della cittadina. Le sue spiagge sono per lo più vuote e anche i tanti, troppi, B&B che avvelenano tutte le località turistiche, hanno dovuto abbassare i prezzi e limitare a sognarsi le stagioni da “tutto prenotato”.

Zarzis è tutto questo ma anche molto di più. E’ una tappa obbligatoria per i migranti che lavorando su queste strade raccolgono il denaro per proseguire il loro lungo viaggio che ha per meta una Europa misticheggiata. Ma Zarzis ha anche un’altra faccia che non è quella dello sfruttamento. Zarzis è la città dei pescatori che sfidano apertamente i divieti imposti dalle politiche europee volte a esternalizzare la frontiera e salvano i migranti abbandonati in mare. Ed è per questo che la carovana Europezarzisafrique è scesa sino a qui, con l’obiettivo di avviare uno o più progetti economici in collaborazione con la gente del posto e i migranti.

Nei prossimi giorni, in cui parteciperanno agli incontro organizzati dall’associazione dei pescatori di Zarzis, saremo più precisi in merito ma fondamentalmente i progetti sono tre: avviare una attività di pesca dei pregiati granchi blu, potenziare l’artigianato delle ceramiche o creare una stazione per la raccolta e il riutilizzo delle plastiche.

“La nostra è la proposta di un’azione dal basso, un’azione autonoma rispetto ai disegni di chi è ‘potente’ o ‘influente’ o ‘benestante’ – spiega Monica Scafati del gruppo informale “Europe Zarzis Afrique”, una delle ideatrici del progetto -. Ma è una proposta che pur partendo con poco può fare molto. Può creare una piccola oasi di autogestione collettiva e orizzontale nella tragica invisibilizzazione e militarizzazione dei territori di frontiera. Può essere replicabile in altri luoghi e per altre attività. Può funzionare!”.