La testimonianza di una donna sopravvissuta al naufragio e riportata in Libia. «Ci hanno picchiato durante lo sbarco»


di Marta Serafini –«Ho paura, tanta paura. Perché il mio bambino ormai è morto. Ma ho paura di morire anche io». La voce è debole, arriva via telefono da uno dei centri di detenzione libici, dove i migranti «irregolari» vengono rinchiusi. A parlare, al telefono, via Corriere, è una delle 30 donne sbarcate dalla Lady Sham che racconta: «Quando siamo sbarcati era buio, alcuni di noi hanno cercato di opporre resistenza. E la polizia libica ha iniziato a picchiarci con dei bastoni. Hanno picchiato anche me, anche se non avevo fatto niente». 

La donna – di cui non indichiamo il nome e la provenienza per motivi di sicurezza – al momento dello sbarco è incinta di 4 mesi. Ma a causa delle percosse ha perso il suo bambino. «Ora sto sanguinando e credo di avere un aborto spontaneo in corso. Ma nessuno mi sta aiutando. Qui nessuno ci aiuta». La donna, che si è messa in contatto con gli attivisti di Alarm Phone, dice di essere sola, di non aver viaggiato in compagnia di un compagno o di un uomo e di essere ora con altre donne rinchiusa in una stanza. 

Un’altra donna con cui abbiamo parlato qualche ora più tardi ci ha confermato che la sua compagna di prigionia ha avuto un aborto. E che nessun medico l’ha visitata. Inoltre ci ha inviato una serie di immagini.

La Lady Sham, mercantile battente bandiera della Sierra Leone, ha soccorso 144 migranti al largo della Libia che sono poi stati trasbordati nella notte tra martedì e mercoledì in Libia. Secondo IOM, 473 migranti sono stati riportati in modo forzoso in Libia e sempre l’agenzia per le migrazioni delle Nazioni Unite ha confermato come i 144 della Lady Sham siano stati portati in un centro di detenzione, dopo una «veloce valutazione» sulle loro condizioni psico fisiche. 

«In Libia la situazione è talmente violenta e le violazioni dei diritti umani sono ormai così frequenti che nessun rifugiato o migrante salvato in mare dovrebbe essere riportato in Libia», ha dichiarato Charlie Yaxley, portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite. Nei centri di detenzione secondo le denunce raccolte dai media e dalle Ong gli stupri, gli abusi, le violenze e la mancanza di assistenza medica sono all’ordine del giorno. 

Secondo Medici Senza Frontiere il numero dipersone nei centri di detenzione dell’area è passato dai 650 all’inizio dell’anno ai 930 attuali. Oltre allo sbarco a Misurata, altre 106 persone sono sbarcate a Khoms da una nave commerciale. Si teme che almeno 6 siano annegate mentre il gruppo tentava la traversata. «Allo sbarco, diverse persone avevano bisogno di cure urgenti e siamo intervenuti per fornire assistenza medica», ha spiegato Julien Raickman, responsabile delle attività di MSF a Misurata, Khoms e Bani Walid. MSF ha organizzato il trasferimento di 10 persone in un ospedale vicino, ma un ragazzo di 15 anni è morto poco dopo il ricovero.

 @martaserafini 

Tratto da il Corriere della Sera